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Fili nell’oscurità: Chiharu Shiota trasforma la Hayward Gallery in una ragnatela di memoria e vita

Chiharu Shiota Threads of Life Hayward Gallery Londra 2026, Fili nell’oscurità: Chiharu Shiota trasforma la Hayward Gallery in una ragnatela di memoria e vita

C’è qualcosa di perturbante e meraviglioso, allo stesso tempo, nel varcare la soglia dell’ultimo piano della Hayward Gallery di Londra. Le pareti brutalist di cemento grezzo scompaiono dietro una foresta di fili rossi e neri che si intrecciano dal pavimento al soffitto, avvolgendo scarpe consumate, chiavi arrugginite, letti disfatti. L’aria sembra più densa, il tempo più lento. È come entrare dentro un sogno altrui — o, forse, dentro la propria memoria più profonda.

Fino al 3 maggio 2026, la galleria ospita “Threads of Life”, la più ampia retrospettiva britannica dedicata all’artista giapponese Chiharu Shiota: un viaggio monumentale attraverso decenni di pratiche installative che hanno ridefinito il modo in cui l’arte può parlare di corpo, morte, relazione e appartenenza.

Meet the artists | Chiharu Shiota

Un’artista che tesse l’invisibile

Nata ad Osaka nel 1972, Shiota ha trascorso gran parte della sua carriera tra Berlino e il mondo intero, accumulando una serie di installazioni che l’hanno resa una delle voci più riconoscibili dell’arte contemporanea internazionale. Il suo linguaggio è inconfondibile: migliaia di metri di filo di lana — spesso rosso sangue o nero corvino — tessuti a mano attorno a oggetti del quotidiano fino a creare strutture labirintiche che possono occupare interi padiglioni. Non è decorazione. È archeologia dell’anima.

Gli oggetti scelti da Shiota non sono mai casuali. Scarpe che hanno camminato su strade dimenticate. Chiavi che hanno aperto porte ormai sbarrate. Vestiti che hanno contenuto corpi che non ci sono più. Letti nei quali qualcuno ha dormito, amato, sofferto, è morto. In un’intervista rilasciata al Guardian, l’artista ha spiegato che per lei questi oggetti sono “contenitori di memoria”, involucri fisici nei quali si sedimenta l’essenza di un’esistenza umana.

La mostra alla Hayward Gallery: spazio e architettura come complici

Poche sedi al mondo avrebbero potuto accogliere il lavoro di Shiota con la stessa efficacia drammatica della Hayward Gallery. Costruita nel 1968 sul lungotamigi della South Bank, la galleria è un capolavoro del brutalismo britannico: geometrie aggressive di cemento armato, lucernari a piramide, spazi che sembrano sfidare chi li abita. Eppure, sotto i fili di Shiota, questa architettura fredda e assertiva si trasforma. Le superfici rugose diventano parte integrante delle installazioni, come se i muri stessi volessero aggrapparsi ai fili, partecipare alla narrazione.

L’effetto è amplificato dall’uso della luce naturale che filtra dai caratteristici lucernari. A seconda dell’ora del giorno e delle condizioni atmosferiche londinesi, le installazioni cambiano volto: i fili si accendono di riflessi dorati al mattino, si fanno minacciosi e densi nel pomeriggio grigio, quasi trasparenti nei rari momenti di sole pieno. La mostra non è mai la stessa due volte — esattamente come la memoria.

Il corpo assente e la presenza dei fili

Al centro della poetica di Shiota c’è una domanda che non smette di farsi sentire: cosa rimane di noi quando non ci siamo più? Non si tratta di un’ossessione morbosa, ma di una meditazione continua sulla fragilità dell’esistenza e sulla straordinaria resistenza delle tracce che lasciamo. I fili rappresentano, nella sua visione, i legami invisibili tra le persone — quei collegamenti neurali, emotivi, biologici che ci tengono insieme anche quando le distanze fisiche sembrano insuperabili.

Il tema è particolarmente autobiografico. Shiota è sopravvissuta a un cancro alle ovaie diagnosticato nel 2016, esperienza che ha radicalmente trasformato la sua ricerca artistica. In quel periodo ha iniziato a interrogarsi con ancora maggiore urgenza sul confine tra vita e morte, sulla coscienza e sulla persistenza dell’identità. Le installazioni di questo periodo sono tra le più intense della mostra: enormi reti che sembrano trattenere oggetti a mezz’aria, come se il filo potesse sostituire il tempo e impedire alla materia di dissolversi.

Le installazioni più iconiche: le chiavi e le scarpe

Tra le opere più potenti in mostra c’è “The Key in the Hand”, installazione originariamente creata per il Padiglione Giapponese della Biennale di Venezia 2015 — uno dei debutti internazionali più acclamati dell’artista. Decine di migliaia di chiavi, raccolte da persone di tutto il mondo e donate alla Shiota, pendono da un intrico di fili rossi che riempie l’intero spazio. Ogni chiave ha una storia. Ogni chiave ha aperto qualcosa. Insieme, creano un catalogo impossibile di vite umane — una biblioteca del vissuto che nessun archivio tradizionale potrebbe contenere.

Non meno memorabili le installazioni con le scarpe: centinaia di paia, raccolti da donatori di tutto il mondo, avvolti nei fili come fossero intrappolati in un universo parallelo. Osservandoli, si ha la sensazione che i loro proprietari siano ancora lì, dentro quelle suole consumate, presenti attraverso l’oggetto che più di ogni altro registra il movimento fisico di un’esistenza — la direzione che si è scelto di prendere, i passi fatti e quelli rimandati.

Un’arte che attraversa le culture: il filo come linguaggio universale

Quello che rende il lavoro di Shiota così straordinariamente comunicativo — capace di parlare a un bambino come a un critico d’arte, a un londinese come a un visitatore giapponese — è la sua capacità di attingere a un simbolismo che attraversa culture e tradizioni. Il filo come connessione è una metafora presente in quasi tutte le mitologie del mondo: il filo di Arianna, il filo rosso del destino nella tradizione giapponese (“unmei no akai ito”), il filo delle Parche nella tradizione greco-romana. Shiota non sceglie un sistema simbolico specifico — li convoca tutti, li intreccia, li trasforma in qualcosa di nuovo e insieme profondamente antico.

È questa universalità che spiega perché le sue opere sono state esposte in oltre sessanta paesi e perché il suo nome è diventato sinonimo di una certa idea di arte come esperienza totale: non qualcosa da guardare a distanza di sicurezza, ma qualcosa da attraversare con il corpo, da sentire sulla pelle, da respirare insieme all’odore della lana e della polvere degli oggetti donati.

Perché visitare “Threads of Life” è un’esperienza necessaria

In un momento storico in cui l’arte contemporanea viene spesso accusata di essere ermetica, autoreferenziale, distante dalla vita reale, il lavoro di Shiota rappresenta qualcosa di raro: un’arte che non ha paura di essere commovente. Non c’è cinismo nelle sue installazioni, non c’è distanza ironica. C’è invece una vulnerabilità coraggiosa, una volontà di guardare in faccia le domande più difficili — cosa significa vivere, cosa significa perdere qualcuno, cosa resta di noi dopo che siamo passati — senza pretendere di avere risposte definitive.

La mostra alla Hayward Gallery rimarrà aperta fino al 3 maggio 2026. Consigliamo di visitarla la mattina presto, quando la luce naturale è più morbida e i visitatori sono ancora pochi. Entrate lentamente. Alzate gli occhi. Lasciatevi avvolgere. E prima di uscire, chiedetevi: se qualcuno tessesse un filo attorno agli oggetti più cari della vostra vita, quale storia racconterebbe?

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