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Le torce olimpiche come opere d’arte: la mostra What We Carry al Museion di Bolzano

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Nelle sale luminose del Museion di Bolzano, quarantatré torce olimpiche raccontano quasi un secolo di storia. Non sono semplici oggetti, ma testimoni silenziosi di trionfi e sconfitte, di inclusione e discriminazione, di pace e tensioni politiche. La mostra “What We Carry”, aperta dal 13 novembre 2025 al 29 marzo 2026, trasforma questi simboli sportivi in opere d’arte contemporanea attraverso lo sguardo di Sonia Leimer e Christian Kosmas Mayer, due artisti che hanno saputo leggere nelle fiamme olimpiche qualcosa di più profondo dei semplici Giochi.

L’esposizione si inserisce nell’Olimpiade Culturale di Milano Cortina 2026, quel programma culturale che accompagna i Giochi Invernali con eventi dedicati all’arte e alla riflessione sui valori olimpici. Ma qui, nelle sale del museo altoatesino progettato dagli architetti berlinesi KSV Krüger Schuberth Vandreike, la dimensione celebrativa lascia spazio a un’interrogazione più profonda sul significato di potere, visibilità ed eredità culturale.

Un infinito di metallo e memoria

L’installazione principale porta la firma di Sonia Leimer, artista nata a Merano nel 1977 che vive e lavora a Vienna. La sua scultura si snoda per cinquanta metri formando il simbolo dell’infinito, una pista di atletica ideale che diventa piedistallo per quarantadue delle torce esposte. Queste fiaccole, che spaziano dal 1936 di Berlino al 2024 di Parigi, appartengono alla collezione di Olympic Aid and Sport Promotion Project, una delle tre più complete al mondo, proprietà dell’imprenditore bolzanino Stefano Podini.

Leimer ha studiato architettura prima di dedicarsi all’arte, e questa formazione emerge nella sua capacità di pensare lo spazio come narrazione. Il suo lavoro tematizza gli spazi urbani, la memoria e le narrazioni sociali, trasformando l’invisibile in tangibile. Per questa mostra ha realizzato anche “Solar”, un video del 2025 che reinterpreta l’accensione cerimoniale della fiamma olimpica attraverso gli specchi parabolici di Losanna e Atene, quegli strumenti che catturano la luce del sole per dare vita al fuoco sacro. Nel film, l’artista intreccia il tema universale del sole con una riflessione personale sulla sua influenza sulla vita.

La quercia di Cornelius Johnson

La quarantatreesima torcia, quella di Berlino 1936, occupa uno spazio separato. Christian Kosmas Mayer, artista tedesco nato a Sigmaringen nel 1976 e residente a Vienna, l’ha inserita in un’installazione che fa parte della sua ricerca pluriennale “The Life Story of Cornelius Johnson’s Olympic Oak and Other Matters of Survival”. Quella torcia porta il marchio del regime nazista, fu la prima della storia olimpica moderna, commissionata per inaugurare la tradizione della staffetta.

Mayer la pone in dialogo con la storia di Cornelius Cooper Johnson, atleta afroamericano che vinse l’oro nel salto in alto a Berlino 1936 con un nuovo record olimpico di 2,03 metri. Pochi minuti prima della cerimonia di premiazione, Adolf Hitler lasciò lo stadio per evitare di stringere la mano a un vincitore nero. Ma l’umiliazione non finì lì: tornato negli Stati Uniti, Johnson non venne invitato al ricevimento alla Casa Bianca per gli olimpionici, perché il presidente Franklin D. Roosevelt non volle celebrare gli atleti afroamericani.

A ogni medagliato d’oro di Berlino 1936 venne donata una piantina di quercia in vaso, simbolo di forza e superiorità secondo l’ideologia nazista. Johnson piantò la sua a Los Angeles, nel quartiere di Koreatown, dove ancora oggi svetta. L’installazione di Mayer include germogli clonati da quella quercia, coltivati in laboratorio con l’aiuto di un fisiologo vegetale. Questi ramoscelli, sotto luci LED che ne favoriscono la crescita, dialogano con la torcia del 1936 in un contrasto potente: il fuoco effimero contro la vita che resiste e si rigenera.

Design e simbolismo olimpico

Ogni torcia esposta rappresenta non solo un’edizione dei Giochi, ma anche l’evoluzione del design industriale e dei messaggi che i Paesi ospitanti hanno voluto trasmettere. Dalla prima fiaccola di Berlino, con le sue linee austere e il simbolo nazista, fino alle torce contemporanee caratterizzate da materiali sostenibili e forme che celebrano la tecnologia, il percorso espositivo rivela come questi oggetti incarnino le contraddizioni del loro tempo.

La collezione di Podini, prestata attraverso Olympic Aid and Sport Promotion Project, documenta questo viaggio con esemplari originali che vanno dal 1936 al 2024. Alcune torce evocano momenti storici precisi: quella di Londra 1948, quando l’Europa usciva dalla Seconda Guerra Mondiale e il primo tedoforo si tolse l’uniforme militare prima di prendere la fiamma, portando un messaggio di pace. Quella di Città del Messico 1968, il cui percorso ripercorse i passi di Colombo per collegare la civiltà mediterranea con quella latinoamericana.

L’eredità che portiamo

Bart van der Heide, direttore del Museion, spiega che il titolo “What We Carry” funziona su due livelli: da un lato richiama il gesto fisico di portare la torcia durante i Giochi, dall’altro evoca i temi dell’eredità e della trasmissione dei valori che le Olimpiadi incarnano. Inclusione, sostenibilità ed eredità culturale sono i tre pilastri su cui si fonda non solo questa mostra, ma l’intero programma dell’Olimpiade Culturale 2026.

Giovanni Malagò, presidente della Fondazione Milano Cortina 2026, ha sottolineato durante l’inaugurazione che la cultura rappresenta una forza viva, capace di unire, interrogare e ispirare. Le torce olimpiche diventano così simboli di continuità e trasformazione, di memoria e futuro, testimoni di una storia che non si limita allo sport ma abbraccia la società nel suo complesso.

Un museo che guarda al territorio

Il Museion, fondato nel 1985 e trasferito nella sua sede attuale nel 2008, si propone come laboratorio artistico internazionale e interdisciplinare. L’edificio stesso, con la sua facciata trasparente in vetro, simboleggia apertura e dialogo, valori che questa mostra amplifica. La decisione di dedicare un’esposizione alle torce olimpiche rafforza l’identità culturale della Provincia Autonoma di Bolzano, posizionandola come centro di scambio internazionale nel cuore delle Alpi.

La collezione permanente del museo comprende oltre 4.500 opere, con punti focali sull’arte e il linguaggio, il linguaggio formale della scultura, la riflessione critica sulla contemporaneità e le posizioni di artisti extraeuropei. “What We Carry” si inserisce perfettamente in questa visione, utilizzando oggetti dello sport per interrogare temi universali come il potere, l’identità e la memoria collettiva.

Arte e sport: un incontro necessario

Sonia Leimer e Christian Kosmas Mayer hanno trasformato una collezione di memorabilia sportiva in un’esperienza artistica stratificata. Il loro approccio non celebra acriticamente lo sport olimpico, ma ne rivela le complessità, le contraddizioni, le ombre. La quercia di Johnson che cresce accanto alla torcia del nazismo è un manifesto visivo contro ogni forma di discriminazione. L’infinito di metallo che sostiene le fiaccole suggerisce che la trasmissione dei valori non ha fine, continua di mano in mano, da una generazione all’altra.

La mostra invita i visitatori a riflettere su cosa significhi “portare” qualcosa: non solo una fiamma fisica, ma anche responsabilità, valori, memorie. In un momento storico in cui l’Alto Adige si prepara ad accogliere le Olimpiadi Invernali 2026 nelle località vicine, questa riflessione assume un significato particolare. Lo sport può essere strumento di propaganda, come a Berlino 1936, o occasione di riscatto e inclusione, come testimoniano le storie di atleti che hanno sfidato i pregiudizi del loro tempo.

Stefano Podini, proprietario della collezione, ha dichiarato che nella tradizione di pace che le torce rappresentano, la collaborazione con il Museion dimostra come lo spirito olimpico possa estendersi oltre i Giochi stessi, entrare nella società attraverso la cultura e rafforzare il messaggio universale di resilienza, diversità, speranza e pace.

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