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L’universo visuale di David Lynch si svela a Praga

mostra David Lynch Praga DOX 2025, L’universo visuale di David Lynch si svela a Praga

Nelle sale del Centro d’Arte Contemporanea DOX di Praga, tra le mura di un edificio industriale convertito in tempio dell’arte, si consuma un incontro postumo tra un visionario americano e la città che lo aveva sedotto decenni prima. La mostra “Up in Flames” presenta oltre 400 opere di David Lynch, molte delle quali esposte per la prima volta, tracciando un itinerario attraverso sessant’anni di creazione ossessiva: disegni, fotografie, litografie, acquerelli e cortometraggi sperimentali che rivelano l’anatomia di un’immaginazione inquieta.

Lynch stesso ha collaborato alla preparazione della mostra nel 2024, approvando personalmente la selezione delle opere prima della sua morte, avvenuta il 16 gennaio 2025. Questa circostanza conferisce all’esposizione il carattere di un testamento artistico, una sorta di ultima volontà espressa attraverso la materia visiva che ha alimentato la sua intera esistenza creativa.

Il laboratorio segreto di un cineasta

Ciò che emerge dalle sale del DOX è la rivelazione di un artista mai davvero compreso nella sua complessità. La carriera artistica di Lynch iniziò alla Pennsylvania Academy of the Fine Arts a metà degli anni Sessanta, quando la sua prima ambizione era diventare pittore o artista visivo. Il cinema arrivò quasi per caso, come estensione naturale di un bisogno di dare movimento alle immagini statiche. Il suo primo film fu creato nel 1967 come compito scolastico: realizzare un oggetto d’arte in movimento.

Le opere esposte non seguono una sequenza cronologica, ma dialogano attraverso connessioni tematiche e formali: il fuoco che divora, gli insetti che strisciano, i corpi deformati, le case in fiamme, gli aerei scheletrici. Sono le ossessioni primarie di Lynch, quelle che nei film trovavano rifugio nelle narrazioni, ma che qui si manifestano nude, senza la protezione della trama. Il nero, il grigio e il bianco dominano questa tavolozza dell’inconscio, colori che Lynch considerava i più onesti per catturare l’essenza delle cose.

Lynch amava le vecchie fabbriche, che considerava templi, luoghi dove l’industria aveva lasciato tracce di un tempo sospeso, perfetti per ospitare le sue visioni. Non sorprende quindi che il DOX, ricavato proprio da un edificio industriale nel quartiere di Holešovice, sia diventato la sede ideale per questa retrospettiva.

Il dialogo segreto con Kafka

Il legame di Lynch con Praga trascende la semplice geografia. Franz Kafka era il suo scrittore preferito, e Lynch disse una volta di sentire che Kafka era suo fratello spirituale. Questa affinità elettiva non era superficiale: entrambi gli artisti hanno esplorato territori esistenziali comuni, dove l’alienazione e la metamorfosi diventano metafore della condizione umana.

Lynch scrisse persino una sceneggiatura basata su “La metamorfosi”, ma al termine del lavoro dichiarò che era impossibile trasportarla sullo schermo. La bellezza di Kafka, secondo lui, risiedeva nelle parole, in una dimensione che il cinema non poteva catturare senza tradirla. Eppure, l’influenza del maestro praghese permea l’intera opera lynchiana: da “Eraserhead” a “Inland Empire”, i suoi protagonisti vivono trasformazioni kafkiane, intrappolati in mondi governati da leggi imperscrutabili e inquietanti.

Durante le sue visite a Praga per registrare le colonne sonore di “Velluto Blu” e “Lost Highway” presso lo Smečky Music Studio con Angelo Badalamenti, Lynch esplorò la città sulle tracce di Kafka. Visitò il Museo Franz Kafka, la Città Vecchia, il Castello di Praga, la Cattedrale di San Vito, Petřín, il Municipio della Città Vecchia e l’Orologio Astronomico, Piazza Venceslao, la Casa Danzante, e viaggiò persino sulla metropolitana di Praga.

Un’estetica del disagio

Su richiesta dello stesso Lynch, le sale del DOX sono state dipinte con colori tenui, incluso l’iconico rosso della misteriosa stanza con le tende rosse di “Twin Peaks”. Tra gli esperti di colore, questa tonalità è effettivamente conosciuta come “Twin Peaks Red”, una testimonianza dell’impatto culturale della serie che ha ridefinito la televisione negli anni Novanta.

L’allestimento non cerca di illustrare i film di Lynch, ma di rivelare il sistema nervoso che li ha generati. Qui il cinema viene spogliato della sua struttura narrativa: rimangono solo le pulsioni primarie, gli archetipi visivi, il vocabolario inconscio di un artista che ha fatto dell’inquietudine la sua lingua madre. Le fotografie mostrano interni industriali desolati, figure distorte che sembrano emergere dall’oscurità, paesaggi urbani notturni dove la luce elettrica crea geometrie aliene.

Una parte significativa della mostra comprende opere prestate direttamente dal David Lynch Estate di Los Angeles, mentre il progetto include anche numerose opere – litografie e fotografie – realizzate presso Item éditions a Parigi. Questa collaborazione transatlantica testimonia la rete di relazioni che Lynch aveva costruito nel mondo dell’arte visiva, parallela ma altrettanto intensa di quella cinematografica.

L’eredità di un maestro

Il curatore Otto M. Urban, che incontrò Lynch pochi mesi prima della sua morte, ricorda non solo un grande artista, ma anche un grande essere umano: amichevole, empatico, per il quale la creatività era il senso stesso dell’esistenza. Lynch aveva trasformato la sua casa e la sua proprietà in un vasto atelier dove poteva lavorare simultaneamente su film, musica, mobili, disegni e dipinti, tutto a pochi metri di distanza.

La conoscenza delle opere visive di Lynch può essere una delle chiavi per sbloccare il mondo segreto del regista. I disegni e le pitture non sono semplici appendici della sua filmografia, ma piuttosto il terreno originario da cui germogliavano le immagini che poi avrebbero popolato i suoi film. In questo senso, “Up in Flames” offre un viaggio inverso: dall’effetto alla causa, dalle narrazioni cinematografiche alle ossessioni pittoriche primordiali.

La mostra rimarrà aperta fino all’8 febbraio 2026, accompagnata da un ricco programma collaterale che include proiezioni cinematografiche, concerti di musica sperimentale ed eventi letterari. Ogni mercoledì sera, il cinema estivo del DOX proietterà non solo i capolavori di Lynch, ma anche i film che lo hanno ispirato: “Il mago di Oz”, “Viale del tramonto”, “8½”, “Lolita”, “Persona”. Un dialogo intergenerazionale tra maestri del cinema che hanno condiviso la stessa fascinazione per l’inconscio e i suoi labirinti.

L’ultimo ritorno a Praga

Il legame di Lynch con Praga e la Cecoslovacchia – e successivamente la Repubblica Ceca – derivava anche dal suo insegnante e amico a Los Angeles, lo sceneggiatore e ex preside della FAMU František Daniel, conosciuto in America come Frank Daniel. Daniel fu mentore di numerosi sceneggiatori e registi rinomati e collaborò sia con Robert Redford che con Miloš Forman. Questo filo invisibile che collegava Hollywood e Praga attraverso la tradizione cinematografica cecoslovacca ha contribuito a creare quel ponte culturale che Lynch attraversò più volte.

In un gesto simbolico che suggella questa relazione postuma, l’artista ceco David Černý ha creato nel 2024 una scultura cinetica alta 6,5 metri raffigurante Lynch a Santa Monica, in California. Come per la celebre testa rotante di Franz Kafka a Praga, anche il busto di Lynch è costruito con strati rotanti, utilizzando acciaio italiano e motori tedeschi. Černý ottenne persino l’approvazione di Lynch prima di realizzare la scultura, e il regista amò l’idea. Quando gli chiesero chi sarebbe il Franz Kafka moderno di Los Angeles, Černý rispose senza esitazione: David Lynch.

“Up in Flames” è più di una retrospettiva: è una seduta spiritica, un tentativo di comunicare con un’immaginazione che ha attraversato decenni e continenti lasciando tracce indelebili. Nelle sale del DOX, il visitatore non trova risposte, ma domande più profonde sull’oscurità che si annida dietro l’apparenza ordinaria delle cose. È esattamente ciò che Lynch avrebbe voluto: non spiegazioni, ma esperienze che scuotono le certezze.

La città di Kafka accoglie definitivamente Lynch, riconoscendolo come fratello spirituale del suo figlio più illustre. In questo spazio industriale convertito in santuario dell’arte contemporanea, l’eredità di due visionari si intreccia, ricordandoci che l’arte vera abita sempre al confine tra il reale e l’incubo, dove le metamorfosi accadono quando meno ce lo aspettiamo.

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