Palazzo Reale di Milano ospita fino al 17 maggio 2026 una delle mostre più attese della stagione culturale: ROBERT MAPPLETHORPE. Le forme del desiderio. Un’esposizione che arriva nel capoluogo lombardo con una selezione inedita e potente delle opere più iconiche del fotografo americano, offrendo al pubblico l’opportunità di confrontarsi con uno degli artisti più controversi e raffinati del Novecento. La retrospettiva rientra nel programma culturale dei Giochi Olimpici invernali di Milano Cortina 2026, confermando il dialogo tra sport ed espressione artistica, tra competizione atletica e celebrazione del corpo umano.
Curata da Denis Curti e promossa dal Comune di Milano-Cultura in collaborazione con la Fondazione Robert Mapplethorpe di New York, la mostra rappresenta il secondo capitolo di una trilogia che ha avuto inizio a Venezia presso Le Stanze della Fotografia e proseguirà a Roma. Ogni tappa esplora un aspetto diverso della ricerca di Mapplethorpe: a Milano il focus è interamente sulla forma, sulla luce che scolpisce i corpi, sulla mimesi greca che attraversa i suoi nudi come una riflessione ossessiva sulla perfezione.
L’enfant terrible che voleva essere immortale
Nato nel quartiere di Floral Park nel Queens, New York, il 4 novembre 1946 in una famiglia cattolica di origini irlandesi, Robert Mapplethorpe crebbe in un ambiente suburbano conservatore che lui stesso definiva “un buon posto da cui andarsene”. Frequentò il Pratt Institute a Brooklyn, dove studiò arti grafiche, ma abbandonò gli studi nel 1969 senza conseguire la laurea, scegliendo invece di tuffarsi nei fermenti creativi e nelle controculture che animavano la New York degli anni Sessanta.
La sua storia artistica e sentimentale si intreccia indissolubilmente con quella di Patti Smith, che incontrò nel luglio del 1967. Insieme vissero negli anni della bohème newyorkese, tra il Chelsea Hotel e i locali underground di Manhattan, dove creatività e sopravvivenza si fondevano in un’unica urgenza espressiva. Smith lavorava in libreria e supportava economicamente entrambi, mentre Mapplethorpe iniziava a sperimentare con collage, disegni e oggetti trovati, mescolando iconografia religiosa e frammenti pornografici prelevati da riviste.
La svolta fotografica arrivò quando l’amica regista Sandy Daley gli regalò una Polaroid. Era il 1970. Nel 1972 incontrò Sam Wagstaff, curatore d’arte che divenne suo mentore, amante e mecenate. A metà degli anni Settanta, Wagstaff gli regalò una Hasselblad a medio formato, lo strumento che gli permise di raggiungere quella precisione scultorea e quel bianco e nero assoluto che lo resero immediatamente riconoscibile.
L’ossessione della perfezione
“Sono ossessionato dalla bellezza. Voglio che tutto sia perfetto, e naturalmente non lo è”, dichiarava Mapplethorpe. Questa frase racchiude l’essenza del suo lavoro: la tensione tra l’ideale classico e la realtà carnale, tra l’eternità della forma e l’effimero del desiderio. Ogni immagine era costruita con attenzione maniacale: ogni ombra al posto giusto, ogni linea perfettamente perpendicolare, ogni fuoco millimetrico.
La sua ricerca estetica trasformava il corpo umano in architettura, elevandolo a simbolo di bellezza assoluta attraverso un uso sapiente della luce e dei contrasti. I nudi maschili e femminili diventano sculture viventi, dove la muscolatura emerge con la stessa potenza delle statue greche, ma con una carica erotica e contemporanea impossibile da ignorare. Il corpo, scolpito dalla luce, esaltato dai contrasti netti del bianco e nero, diventa il luogo in cui Mapplethorpe sublima la propria indagine artistica, trasformando il desiderio in forma.
Gli anni Ottanta lo videro concentrarsi su nature morte di fiori – orchidee, calle, gigli – che non erano semplici esercizi estetici ma portavano la stessa sensualità dei corpi nudi. Parallelamente continuava a fotografare la comunità gay e sadomasochista di New York, ritratti di celebrità e artisti, in un corpus di opere che sfidava costantemente i confini tra arte, erotismo e provocazione.
La mostra milanese: oltre duecento opere per raccontare il desiderio
L’esposizione di Palazzo Reale presenta oltre 200 opere che ripercorrono l’intera evoluzione del linguaggio di Mapplethorpe, dai primi collage sperimentali agli scatti più celebri che hanno fatto la storia della fotografia contemporanea. Protagonisti assoluti sono i ritratti delle star del cinema e delle celebrità internazionali, gli studi sul corpo umano che celebrano la perfezione anatomica e l’armonia delle forme, arricchiti da oggetti vintage e documenti d’archivio provenienti dalla Fondazione Mapplethorpe.
Come ha dichiarato l’assessore alla Cultura Tommaso Sacchi, “Milano rende omaggio a un maestro che ha saputo unire la disciplina della composizione classica alla libertà dell’espressione contemporanea. Nelle sue immagini il corpo umano si fa architettura, cultura, misura ideale”. La mostra propone un dialogo costante con la scultura e la tradizione classica, rivelando l’aspirazione di Mapplethorpe a un ideale di bellezza assoluta, rigorosa e insieme sensuale.
Denis Curti, il curatore, spiega che l’intento è “ricollocare Mapplethorpe nel pantheon della grande fotografia del Novecento, oltre la provocazione e oltre la censura”. Un obiettivo ambizioso che cerca di restituire la complessità di un artista troppo spesso ridotto alla sua capacità di scandalizzare, quando invece la sua opera rappresenta una delle indagini più profonde sul rapporto tra forma e contenuto, tra estetica e identità.
Un’eredità che brucia ancora
Mapplethorpe morì il 9 marzo 1989 a Boston, a soli 42 anni, per complicazioni legate all’AIDS. Un anno prima della morte, nel 1988, aveva fondato la Robert Mapplethorpe Foundation con l’obiettivo di proteggere il suo lavoro, diffondere la sua visione creativa e finanziare la ricerca medica sull’AIDS e l’HIV.
La sua scomparsa avvenne nel pieno della maturità artistica, lasciando incompiute le molteplici visioni che ancora popolavano la sua mente. Quello stesso anno, la mostra itinerante “Robert Mapplethorpe: The Perfect Moment”, finanziata in parte dal National Endowment for the Arts, venne cancellata dalla Corcoran Gallery of Art di Washington a causa del contenuto omoerótico e sadomasochistico di alcune immagini, innescando un dibattito nazionale sui limiti della libertà di espressione e sul finanziamento pubblico dell’arte “oscena”.
Nato quando la creatività si faceva gesto politico e le arti si fondevano in nuovi linguaggi di libertà e identità, Mapplethorpe rimane una figura divisiva, capace ancora oggi di suscitare reazioni contrastanti. Le sue fotografie non chiedono approvazione: impongono uno sguardo, costringono al confronto con il corpo, con l’identità, con i confini mutevoli del desiderio.
La mostra è accompagnata dal podcast “Mapplethorpe Unframed”, disponibile su Spotify e Apple Music, scritto e condotto da Nicolas Ballario, e da un catalogo pubblicato da Marsilio Arte che indaga la vasta produzione attraverso 257 opere. Strumenti preziosi per avvicinarsi a un artista che ha trasformato la fotografia in un atto di ribellione intellettuale, dove la bellezza non è mai consolatoria ma sempre interrogante, sempre pericolosamente viva.
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