Una grande retrospettiva a Bologna celebra l’artista americana che con un solo scatto a Firenze ridefinì per sempre il dibattito sulla libertà femminile.
È il 1951 quando una giovane fotografa americana si aggira per le strade di Firenze con la sua Leica al collo. Ha appena concluso un’importante missione per Life Magazine in Israele e ora, libera da impegni, lascia che i suoi occhi scandaglino la città. In un albergo del centro incontra Ninalee Craig, un’altra americana, poco più che ventenne, pittrice e avventuriera solitaria nel Vecchio Continente. Tra le due scatta qualcosa di immediato, una scintilla di complicità. Ruth Orkin propone di documentare cosa significhi essere donne sole per le strade d’Europa. L’indomani mattina escono insieme. Pochi minuti dopo, all’angolo di Piazza della Repubblica, la storia della fotografia cambia per sempre.
Lo scatto che ne risulta — una figura femminile che avanza con la testa alta e le spalle dritte in mezzo a una fila di uomini che la fissano — diventerà uno dei simboli visivi più riconoscibili del XX secolo. “American Girl in Italy” non è soltanto un’immagine: è un documento umano, politico, estetico. Una fotografia che ancora oggi, a distanza di oltre settant’anni, alimenta discussioni sul confine sottilissimo tra molestia e libertà, tra sguardo e possesso.
Fino al 19 luglio 2026, Palazzo Pallavicini a Bologna ospita la più grande retrospettiva mai dedicata in Italia a Ruth Orkin (1921–1985): 187 fotografie, due macchine fotografiche e una selezione di documenti che ripercorrono la straordinaria traiettoria di una delle personalità più originali e coraggiose della fotografia del Novecento. La mostra, curata da Anne Morin, non è soltanto un omaggio postumo a un’artista troppo a lungo rimasta in ombra rispetto ai suoi colleghi maschi. È, prima di tutto, una riscoperta.
Una bambina di Hollywood con una macchina fotografica da 39 centesimi
Ruth Orkin nasce a Boston il 3 settembre 1921, figlia unica di Mary Ruby, attrice del cinema muto, e di Samuel Orkin, produttore di barche giocattolo. La famiglia si trasferisce presto a Hollywood, e la piccola Ruth cresce immersa nella magia e nell’artificio del cinema, accompagnando la madre alle prime cinematografiche, osservando il lavoro di registi e troupe dagli occhi sgranati di chi sa già che quella sarà la sua strada. A dieci anni riceve la sua prima macchina fotografica, una Univex che costa 39 centesimi. Non è un giocattolo: è l’inizio di una vocazione.
A diciassette anni, in un gesto che ancora oggi sorprende per audacia, Orkin attraversa gli Stati Uniti in bicicletta, da Los Angeles a New York, per raggiungere l’Esposizione Universale del 1939. Lo fa da sola, fotografando lungo il percorso, costruendo già quello sguardo inconfondibile che la renderà grande: curioso, empatico, capace di trovare il dettaglio rivelatore nell’ordinario. Non c’è romanticismo nelle sue immagini, c’è verità.
Trasferitasi a New York nel 1943 dopo una breve esperienza — deludente — come prima messaggera donna alla Metro-Goldwyn-Mayer, Orkin si costruisce una carriera passo dopo passo, nel modo più duro possibile: fotografando nei nightclub di notte, scattando ritratti di neonati di giorno per pagarsi la prima macchina professionale, trascorrendo le estati al festival musicale di Tanglewood dove immortala Leonard Bernstein, Isaac Stern, Aaron Copland. In un mondo della fotografia quasi interamente al maschile, lei non chiede permesso: entra, guarda, scatta.
Firenze, 1951: lo scatto che diventa un manifesto
La scena nella piazza fiorentina non è casualità pura né finzione studiata a tavolino. È, come spesso accade nelle grandi fotografie, qualcosa di intermedio: un incontro tra preparazione e istante, tra intenzione e realtà. Orkin aveva covato quell’idea da anni, da quando aveva cominciato a fare esperienza in prima persona di cosa significasse muoversi da donna in spazi pubblici. Craig era la modella ideale, e Firenze era lo sfondo perfetto.
La fotografia venne pubblicata per la prima volta su Cosmopolitan nel 1952, all’interno di un servizio intitolato When You Travel Alone…, che incoraggiava le donne a viaggiare da sole in Europa. Ninalee Craig, la donna nella fotografia, ha sempre rivendicato l’immagine come simbolo di libertà e non di paura. “Ero elettrizzata”, ha dichiarato in più occasioni. “Mi stavo divertendo da morire.” La lettura del disagio, dell’oppressione, sarebbe venuta dopo, con il femminismo degli anni Settanta — quando il termine “molestia sessuale” era ancora di là da venire — e ha finito per sovrapporre alla fotografia un significato che la sua protagonista non ha mai del tutto condiviso.
Questa ambiguità non indebolisce l’immagine: la potenzia. “American Girl in Italy” è capace di contenere letture opposte e complementari, e questa è la misura della sua grandezza. Il MoMA di New York la conserva nella propria collezione permanente. Il Metropolitan Museum of Art la include tra i capolavori della street photography del secolo scorso.
La regista, la moglie, la fotografa dalla finestra
Ma Ruth Orkin non è solo quella fotografia. La retrospettiva di Bologna lo dimostra con forza, dispiegando una carriera vastissima che abbraccia decenni di storia americana. Dopo il rientro in Italia, Orkin sposa il fotografo e regista Morris Engel, con cui collabora alla realizzazione di “Little Fugitive” (1953), film candidato all’Oscar per la sceneggiatura originale e premiato con il Leone d’Argento alla Mostra del Cinema di Venezia. La storia di quel bambino fuggito a Coney Island, girata con telecamere leggere e attori non professionisti, avrebbe influenzato profondamente il cinema indipendente americano e, secondo François Truffaut, contribuito alla nascita della Nouvelle Vague francese.
Negli anni successivi, Orkin compie una scelta insolita e rivoluzionaria a modo suo: si ferma. Si installa con la famiglia in un appartamento che si affaccia su Central Park, a Manhattan, e trasforma quella finestra in un osservatorio poetico permanente. Per quasi vent’anni fotografa maratone, concerti, parate, nevicate, manifestazioni, e il lento mutare delle stagioni nel parco. Ne nascono due libri acclamati: A World Through My Window (1978) e More Pictures from My Window (1983). Sono immagini che non inseguono il clamore, ma lo catturano da lontano, con una pazienza e una delicatezza che ricordano certi pittori impressionisti.
Una pioniera dimenticata, poi ritrovata
Come accade spesso con le artiste donne del Novecento, la fama di Ruth Orkin non è mai stata proporzionale al suo talento. I suoi colleghi maschi — Cartier-Bresson, Capa, Eisenstaedt — sono entrati nel canone della storia della fotografia con piena consacrazione critica. Lei è rimasta a lungo una figura di secondo piano, celebrata per un’unica immagine mentre il resto della sua produzione restava nell’ombra. La figlia Mary Engel, che gestisce l’archivio fotografico della madre dal 1985, ha lavorato instancabilmente per correggere questa stortura.
Le opere di Orkin sono oggi conservate nelle collezioni permanenti del MoMA e dell’International Center of Photography di New York. Negli ultimi anni si è assistito a un crescente interesse internazionale per la sua figura: mostre alla Fondation Henri Cartier-Bresson di Parigi, pubblicazioni monografiche, documentari. La retrospettiva bolognese rappresenta il punto più alto di questo processo di riscoperta, e ha il merito ulteriore di avvenire proprio in Italia — il paese dove, settant’anni fa, Orkin scattò l’immagine che avrebbe attraversato il tempo.
Guardare quelle 187 fotografie in sequenza è un’esperienza che va oltre la semplice fruizione estetica. È seguire il percorso di una donna che ha scelto di guardare il mondo con i propri occhi, nel senso più letterale e più profondo dell’espressione. Una donna che non ha aspettato che qualcuno le dicesse come farlo, quando farlo, se farlo. Una donna che a diciassette anni è salita su una bicicletta e ha pedalato verso il futuro, con la macchina fotografica al collo e l’orizzonte davanti.
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