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Una banana dimezzata vale il 10% di quella di un uomo: l’arte che denuncia il gender gap del mercato

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C’è qualcosa di ferocemente preciso nel gesto di Thyra Hilden. Non il frutto in sé — una banana come tante, destinata a marcire nel giro di giorni — ma il numero che le ha attaccato addosso come un’etichetta chirurgica: 12.869 dollari. Non un centesimo di più, non uno di meno. Esattamente il dieci per cento di ciò che vale, agli occhi del mercato dell’arte globale, la banana di un uomo.

L’opera si chiama Equal Satire e ha fatto la sua comparsa nell’agosto del 2025 all’Enter Art Fair di Copenaghen, la più grande fiera d’arte internazionale della Scandinavia. Si tratta di una banana tagliata nel senso della lunghezza, aperta a evocare una vulva, presentata dall’artista danese come risposta diretta — e spietata — al celeberrimo Comedian di Maurizio Cattelan: quella banana appiccicata a una parete con del nastro adesivo grigio, venduta per 120.000 dollari ad Art Basel Miami Beach nel 2019 e riacquistata da Sotheby’s nel novembre del 2024 per la cifra stratosferica di 6,24 milioni di dollari. Hilden ha calcolato il prezzo della sua opera applicando una percentuale brutalmente simbolica: il dieci per cento. Perché è esattamente questa la quota che le artiste donne ottengono nelle grandi case d’asta rispetto ai loro colleghi maschi.

Il risultato è un’opera che funziona a più livelli simultaneamente: è provocazione estetica, denuncia politica, performance concettuale e analisi di mercato compressa in un singolo oggetto organico. Il prezzo non è un accessorio dell’opera: è l’opera stessa.

ART NEWS 2025 -  Why is Enter Art Fair going bananas for Thyra Hilden’s ‘Equal Satire’?

Il mercato dell’arte e il divario di genere: i numeri di un’ingiustizia strutturale

Per capire perché Equal Satire colpisca così nel segno, è necessario guardare i dati. E i dati fanno male. Secondo il rapporto annuale Art Basel e UBS Global Art Market Report 2024, le artiste donne rappresentano oggi il 41% degli artisti rappresentati da gallerie a livello mondiale — una percentuale in lenta crescita, ma ancora lontana dalla parità. Il divario si allarga drammaticamente quando si passa al mercato secondario, quello delle grandi aste: qui, le opere firmate da donne hanno generato appena il 13% del volume d’affari globale nel 2024. Nel segmento ultra-contemporaneo, la situazione migliora sensibilmente — le artiste nate dopo il 1975 raggiungono il 44% delle vendite d’asta — ma rimane lontana da una reale equità nei valori assoluti.

Il divario si misura anche in record. Tra le 500 opere più costose vendute all’asta tra il 2015 e il 2025, appena 11 sono firmate da donne — sei artiste in tutto: Frida Kahlo, Louise Bourgeois, Joan Mitchell, Leonora Carrington, Georgia O’Keeffe e Tamara de Lempicka. Per capire la distanza, basta un confronto: nello stesso anno in cui Jenny Saville batteva il record assoluto per un’artista vivente con 12,5 milioni di dollari, il record maschile era detenuto da Jeff Koons con 91,1 milioni.

Le spiegazioni che si trovano nelle stanze ovattate del mercato dell’arte sono sempre le stesse: qualità, rarità, storicità del nome. Ma uno studio condotto dalla professoressa Renée Adams dell’Università di Oxford ha demolito questa narrativa: in un campione di 1,9 milioni di transazioni d’asta in 49 paesi è emersa una correlazione che suggerisce che non è la qualità dell’arte a contare, ma la discriminazione. I dipinti di artiste donne vengono venduti mediamente con uno sconto del 42,1% rispetto a opere equivalenti di artisti uomini — e la correlazione più significativa non riguarda la qualità dell’opera, bensì il livello di disuguaglianza di genere nel paese di riferimento. In altre parole: non è il talento a determinare il prezzo, ma il pregiudizio.

Equal Satire: quando il concettuale diventa politico

Thyra Hilden non è nuova alla provocazione calcolata. Con Equal Satire compie un salto qualitativo: non si limita a citare Cattelan, lo replica con consapevolezza critica, sostituendo il simbolo fallico con quello vaginale e mettendo i due fianco a fianco sul piano commerciale — dove la distanza tra i due diventa incolmabile e visibile a tutti.

La banana di Cattelan era già, in sé, una provocazione sul valore dell’arte contemporanea. L’italiano, tra i più irriverenti e quotati del panorama internazionale, aveva inteso Comedian come una riflessione sull’assurdità del mercato: un frutto deperibile, comprato al supermercato, trasformato in opera d’arte da 120.000 dollari per il semplice fatto di essere stato concepito e firmato da lui. La banana di Hilden aggiunge un secondo strato di lettura: se l’assurdità del mercato è già insita nell’opera di Cattelan, l’assurdità moltiplicata sta nel fatto che la stessa opera — identica nel medium, ugualmente deperibile, altrettanto concettuale — vale il dieci per cento quando a firmarla è una donna.

L’artista stessa ha spiegato di aver fissato il prezzo al 10% dell’originale, e che quel 10% deriva dal fatto che nelle grandi case d’asta come Sotheby’s e Christie’s, le vendite generate da artiste donne si fermano attorno a quella quota. L’acquirente dell’opera, Anders Andersen, imprenditore fondatore di una società di co-working, ha dichiarato che sostituirà il frutto ogni giorno, trasformando il mantenimento dell’opera in un gesto quotidiano e rituale — riconoscendo che il valore reale non sta nel prezzo dichiarato, ma in ciò che l’artista intende esprimere.

Le Guerrilla Girls e una battaglia che dura da quarant’anni

Equal Satire non nasce nel vuoto. Ha radici profonde in una tradizione di arte femminista che da decenni usa la provocazione visiva per smascherare le storture del sistema. Le Guerrilla Girls avevano già usato la banana in azioni di protesta per denunciare la dominanza maschile nel mondo dell’arte — il collettivo di artiste attiviste nato a New York nel 1985 affiggeva poster per le strade di Manhattan chiedendo se le donne dovessero essere nude per entrare al Metropolitan Museum, rilevando che meno del 5% degli artisti nelle sezioni di arte moderna erano donne, mentre la grande maggioranza dei nudi esposti erano femminili.

Da allora, i numeri sono cambiati — ma non abbastanza. La storica dell’arte Linda Nochlin, nel suo saggio fondamentale del 1971 Why Have There Been No Great Women Artists?, aveva già individuato la risposta: non nel talento delle donne, ma nelle istituzioni costruite per escluderle. Decenni dopo, quelle istituzioni si sono parzialmente riformate nella retorica, molto meno nella sostanza. Le grandi case d’asta pubblicano comunicati sull’inclusività; le fiere riservano spazio alle artiste emergenti; i musei aprono retrospettive dedicate. Eppure alle grandi aste solo quattro donne figurano tra i cinquanta artisti con il maggiore fatturato: Yayoi Kusama, Joan Mitchell, Leonora Carrington e Georgia O’Keeffe.

Segnali di cambiamento: le nuove collezioniste che sfidano il sistema

Eppure qualcosa si muove, e lo fa da una direzione inaspettata: il portafoglio delle collezioniste più giovani. Secondo il sondaggio globale Art Basel & UBS 2025, condotto su 3.100 collezionisti ad alto reddito in dieci mercati mondiali, le donne millennial hanno speso in media 643.700 dollari in arte nel 2024, contro i 395.530 degli uomini della stessa fascia d’età. E una quota crescente di questa spesa è indirizzata verso opere di artiste donne: le collezioniste Gen Z hanno destinato il 48% del proprio budget a opere femminili nel 2024, la percentuale più alta registrata tra qualsiasi gruppo demografico.

Si tratta di un segnale di cambiamento strutturale, non di una moda passeggera. Man mano che il grande trasferimento generazionale di ricchezza avanza nelle economie occidentali, la composizione del corpo dei collezionisti si diversifica — e con essa i gusti, le priorità e i valori. Il mercato secondario, ultimo bastione della predominanza maschile, potrebbe essere il prossimo a cedere.

Ma i tempi restano scoraggianti. Al ritmo attuale di crescita, la parità di genere nel mercato delle aste non verrà raggiunta prima del 2053. Tre decenni di attesa per un equilibrio che, sulla carta, dovrebbe essere già acquisito.

Una banana, un numero e il peso di un sistema

Hilden ha detto che, dovendo rinnovare l’opera ogni giorno, diventerà probabilmente la più grande importatrice di banane di Copenaghen. C’è umorismo in questa affermazione, ma anche amarezza. Perché Equal Satire funziona precisamente perché è impossibile ignorarla: costringe a fare i conti con un numero — il dieci per cento — che non è un’astrazione teorica ma una cifra concreta, verificabile, presente ogni volta che si apre un catalogo d’asta.

Il mercato dell’arte si compiace spesso di presentarsi come territorio libero da condizionamenti ideologici, dove a contare è solo la qualità intrinseca dell’opera. Equal Satire smonta questa narrazione con la stessa semplicità con cui si apre una banana: da un lato il frutto, dall’altro un sistema che da decenni decide il valore di ciò che vediamo in base non solo a ciò che è, ma a chi lo ha fatto.

Una banana costa pochi centesimi. Quella di Cattelan vale milioni. Quella di Hilden vale il dieci per cento. La differenza, ci dice l’opera, non sta nel frutto.

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