Prodotto dalla Studio Ghibli, il film di Michaël Dudok de Wit è un viaggio devoto al mutismo che fonde uomo e natura in un rapporto equilibrato, tra gioia e tragedia. Dal 27 marzo al cinema.
Un uomo naufraga su un isola remota e dimenticata nel mare. Provando a fuggire con una zattera viene fermato da una tartaruga rossa che distrugge la sua imbarcazione di fortuna e numerose volte lo costringe a fare ritorno sulle sponde desertiche dell’isola, finché non avviene un miracolo che cambia la vita del naufrago per sempre.
Per dirla tutta, di Studio Ghibli c’è poco o nulla, forse solo il marchio. Di orientale, al contrario, c’è davvero tutto.
Il film d’animazione di Michaël Dudok de Wit, candidato agli oscar e presentato al festival di Cannes nella sezione Un certain regard, è una favola silenziosa, riempita di suoni naturali, che si emargina per una visione esclusivamente adulta. Manca ne La tartaruga rossa quella dimensione magicamente infantile e caricata di nostalgia di cui le vere pellicole dello studio Ghibli sono sempre state zuppe, Miyazaky o meno.
Difficile pensare che un bambino possa immergersi in un percorso ostico come quello in questione, dove misticismo orientale ed immanentismo spirituale vivono una fusione, giocano e si abbracciano in un viaggio romantico e profondo. I disegni grassettati riprendono la corrente tecnica dell’animazione che negli ultimi anni sta prendendo il sopravvento in Europa. I tratti delle linee vivono una semplificazione minimalista che lascia trasparire i nuclei più concreti di un ambiente, l’anima che non giace all’interno dei dettagli ma in un insieme spoglio, quasi grezzo e primordiale che nella sua sterilità è in grado di mostrare il tutto.
La tartaruga rossa si appropria di una modalità di narrazione che va percepita piuttosto che osservata. Il film d’animazione scava all’interno delle angosce umane attraverso l’in-espressione linguistica. Per usare i termini di un noto psicanalista come Lacan, manca il nome del padre, dimensione della legge linguistica che media tra reale/desiderio e il soggetto in questione. Trionfa in tutte le sequenze dunque l’immediatezza, dove tutto è in contatto con tutto e vive nei pressi di tutto. L’altrove vive qui e ora.
Michaël Dudok de Wit racconta una natura che toglie e che da, un dio poco logico ma attento a sanare i suoi equilibri, anche nei nodi più incomprensibili, a tratti dotato di sentimento umano. Non deve stupire, in un’ottica orientale, il fatto che una grossa tartaruga possa trasformarsi in una donna dai folti capelli con cui condividere una nuova vita. Pur essendoci estranea come linea di pensiero, resta il fascino della possibilità umana d’interagire con il macrocosmo della natura come fosse un proprio pari, e giungere poi alla fusione
Il naufrago perde tutta la sua vita, per poi acquistarne una nuova di fianco alla sua compagna trasformista e a suo figlio che è frutto del dono di Dio-natura, che è sempre pronto a ristabilire nuovi orizzonti provocando un devastante tsunami che rade al suolo l’intera isola. Il più interessante dei punti d’approdo de La tartaruga rossa è il mostrare come la dimensione di naufrago sia decisamente relativa e sfumata. Naufrago è chi, nell’ottica di Michaël Dudok de Wit chi non ha interazione con l’altro, chi incontra l’ostacolo del non poter donare se stesso al mondo.
Forse, il grande insegnamento di questo film d’animazione sta nel ridimensionare la figura del naufrago. Si può esserlo in misura maggiore su una grande metropoli che su un isola deserta, dove la fossilizzazione della zattera instabile del proprio io esclusivo è destinata a naufragare, ancora, ancora e ancora.