Appassionati di Horror a rapporto. The Void di Jeremy Gillespie e Steven Kostanski del collettivo artistico Film-Astron 6 è distribuito in Italia e sarà al cinema dal 30 novembre.
Quando l’agente di polizia Carter scopre un uomo zuppo di sangue che zoppica lungo una strada deserta, si precipita con esso in un ospedale locale, chiedendo aiuto al personale del turno notturno. Intanto, figure incappucciate circondano l’edificio relegando i pazienti e il personale all’interno mentre qualcuno, all’interno, mostra segni di pazzia e squilibrio. Cercando di proteggere i sopravvissuti, Carter li conduce nelle profondità dell’ospedale, scoprendo una porta verso un male immenso.
Per farsi piacere The Void non bisogna semplicemente essere appassionati d’horror, thriller, cinema splatter e body horror. The Void, vuoto nel nome e nell’essenza, è una messa in scena di mutanti, mondi paralleli, viaggi spaziali. Il riverbero di film simili antecedenti, soprattutto film degli anni 80 a basso costo, non solo è messo nero su bianco, ma non è minimamente mascherato. Un guazzabuglio di titoli, sagome e figure strappate qui e la un po’ a tutti i sotto generi dell’orrore e poi arrangiati alla meno peggio. Jeremy Gillespie e Steven Kostanski registi e scrittori, si divertono a clonare, estrapolare e reinserire, cercando disperatamente di dare vita ad un teatrino scisso su più piani.
Un ospedale che cela al suo interno, verso le viscere della terra, un sotterraneo che fa da ponte con un malvagio negromante, le creature da lui evocate ed un portale indirizzato su un altro pianeta/dimensione.
La sceneggiatura è un vero scola pasta, un progetto bucato che fa acqua dappertutto, con la speranza di tappare le falle qui e la con scenografie in tinta unita da atmosfere doom, immerse nel buio e in contrasto con i lucenti reparti dell’isolato ospedale.
Il tentativo di dare rigore alla trama e quel pizzico di riflessione e profondità in omaggio, come in un paghi uno e prendi due, è affidato all’analogia tra l’accoppiata nascita-morte e superficie-profondità. I due registi si impegnano come possono nel racconto di un movimento vorticoso, verticale ma al contrario, verso le tenebre degli scantinati dell’ospedale governato dalle forze oscure di un dottore pazzo, scendendo contemporaneamente nei ricordi, le emozioni e la disperazione di una coppia che ha perso un bambino. Dall’esterno verso l’interno, The Void si aggancia a questa spirale e tutto sembra procedere in tal senso, senza cambi di marcia. No, non c’è nulla di Agostiniano, purtroppo o per fortuna, ma solo personaggi che non spiccano per originalità e non possono far altro che muoversi verso l’interno, mentre figure incappucciate come in un rito esoterico si stringono ad anello attorno alla struttura.
Non c’è troppo da capire in The void anche quando tutto sembra suggerire proprio il contrario. Forse l’unico pregio di una pellicola che pare emersa dalle escrescenze di produzione de La cosa e il resto dei lavori di Carpenter, come un polipo estirpato che prende vita propria, è proprio il suo non prendersi troppo sul serio, spiattellando atmosfere, scenari e personaggi in un vuoto pneumatico su cui far fare le giravolte, in mancanza di gravità, razionalità e buon senso registico. Degna di nota anche la passione, quella che non deve mancare mai, soprattutto quando nell’era del cinema in cui siamo inscatolati si decide di animare le proprie creature senza CGI, ma solo con i buoni vecchi costumi e gli effetti speciali casarecci.
Per il resto vuoto, tanto vuoto e solo vuoto.
