Anna non esiste. Eppure è ovunque. Nel primo romanzo di Adriano Giotti, pubblicato da Longanesi nel gennaio 2026, il confine tra realtà e finzione si dissolve come nebbia sulla campagna abruzzese, trascinando il lettore in un vortice dove i creepypasta – quelle leggende del terrore che corrono sul web – assumono la forma di una fotografia, un video, un post sui social. La scrittura di Giotti possiede la precisione chirurgica di chi ha imparato a costruire tensione fotogramma dopo fotogramma: regista e sceneggiatore, candidato ai David di Donatello con il cortometraggio “Mostri”, l’autore trasfigura la sua esperienza cinematografica in una prosa viscerale, capace di far sentire sulla pelle del lettore il gelo dei boschi appenninici e l’angoscia claustrofobica di una chat WhatsApp.
Pietro Marcelli ha quattordici anni e svanisce nel nulla in una provincia dell’Aquila segnata da impianti sciistici in disuso e villaggi turistici abbandonati. La sua stanza è tappezzata da creature mostruose, da quelle figure biancastre e filiformi che popolano i margini della realtà virtuale. Pietro vive in un mondo dove il cyberbullismo lo riduce a “pussy” nelle chat di classe, dove il padre ubriaco russa in camera e dove l’unica possibilità di sentirsi visto passa attraverso uno schermo. Quando sparisce, l’ispettrice Veronica Sgheis si trova ad affrontare un’indagine che sfida ogni logica razionale: può davvero seguire la pista di una leggenda su Internet?
L’anatomia oscura dei creepypasta e la manipolazione delle menti fragili
Giotti scava nelle viscere del fenomeno digitale con la lucidità di un anatomopatologo. AnnaNonDimentica è una figura virale e maledetta che ammalia ed inganna gli adolescenti: una ragazzina che afferma di essere stata rapita anni prima, tenuta prigioniera da un aguzzino che le concede Internet perché tanto nessuno le crederà. Il suo profilo TikTok, con quella maschera sfigurata e inquietante e la parrucca viola elettrico, diventa una trappola ipnotica per ragazzini come Pietro, che in quelle immagini riconoscono il proprio dolore, la propria solitudine, il proprio bisogno disperato di essere compresi.
L’autore non si limita a descrivere il fenomeno: lo disseziona nei suoi meccanismi psicologici. I creepypasta assolvono la stessa funzione sociale delle fiabe dell’orrore attorno al fuoco: una sorta di trasmissione culturale delle ombre che si annidano nella società. Pietro cerca i mostri perché sono l’unica cosa che lo fa sentire meno solo, meno “sbagliato”. E quando Anna gli scrive, quando gli chiede aiuto, lui non può fare a meno di rispondere. Perché Anna è come lui: vittima, incompresa, dimenticata da un mondo che guarda altrove.
Il tema etico sul quale l’autore fa riflettere è la relazione tra colpe dei padri e punizioni sui figli. Nel tessuto narrativo emerge una verità disturbante: chi rapisce i ragazzini vuole in realtà punire i genitori. Veronica Sgheis, madre di un adolescente coetaneo di Pietro, si ritrova a dover guardare nel vuoto che separa le generazioni, quel baratro comunicativo dove i figli cercano ascolto online perché a casa non c’è nessuno che li veda davvero.
La provincia come specchio deformato della società contemporanea
L’Abruzzo di Giotti non è cartolina turistica ma paesaggio emotivo di un’Italia dimenticata. Le montagne che un tempo ospitavano sciatori ora sono cimiteri di cemento, i villaggi turistici giacciono abbandonati come scheletri di sogni economici naufragati. Questo racconto mostra le ferite inferte dal cambiamento climatico e le loro ripercussioni sociali. Pietro attraversa questa geografia dell’abbandono sul suo Aprilia SR del 2002, spingendosi verso un incontro che potrebbe essere salvezza o dannazione.
La scelta dell’ambientazione non è ornamentale: la provincia diventa metafora di quell’isolamento che i social promettono di colmare ma finiscono per amplificare. In un paese dove tutti si conoscono e nessuno dice la verità, dove i segreti fermentano dietro porte chiuse e finestre illuminate dalla luce blu dei televisori, gli adolescenti cercano altrove quello che non trovano a casa. E Internet offre loro non solo connessione, ma anche mostri pronti a divorarli.
L’ispettrice Sgheis: tra rabbia materna e distacco professionale
Veronica Sgheis è un personaggio dalla complessità stratificata. Sposata e con un figlio coetaneo di Pietro, deve compiere l’operazione più dolorosa per un genitore: guardare l’abisso in cui potrebbero precipitare i propri figli. La Veronica madre è totalmente inadatta ed impreparata a combattere per salvare il proprio figlio Luigi, mentre la Veronica ispettrice è forte e piena di rabbia. Quando anche suo figlio viene attirato nella rete di Anna, l’indagine si trasforma in una lotta personale dove ogni secondo conta.
Giotti costruisce il personaggio senza semplificazioni: Veronica non è l’eroina impeccabile del thriller classico, ma una donna che oscilla tra controllo e panico, che deve studiare i meccanismi di adescamento per capire come Anna manipola le menti fragili. Lo stile narrativo dell’autore ne rivela chiaramente la provenienza dal mondo della regia e della sceneggiatura: la narrazione procede per sequenze visive, dialoghi serrati, montaggio ritmico che mantiene il lettore in apnea.
Il confine labile tra vittima e carnefice
Uno degli aspetti più perturbanti del romanzo è la zona grigia in cui si muovono i personaggi. Il modo in cui il romanzo gioca sul confine tra vittima e carnefice, mostrando quanto possa essere sottile: nulla è netto, nulla è semplice. Davide, il padre di Pietro, viene presentato inizialmente come figura violenta, un uomo che la ex moglie ha dovuto fuggire. Eppure, strada facendo, emerge la sua umanità contraddittoria, il suo essere schiacciato da un peso che non riesce a sostenere.
Lo stesso Pietro non è solo vittima passiva: la sua ossessione per i mostri, il coltello che infila nello zaino prima di uscire di casa, le sue fantasie di vendetta contro i bulli sono segnali di una violenza latente che cerca sfogo. E Anna? Anna è vittima o carnefice? Rapita o rapitrice? Il romanzo costruisce la sua forza proprio su questa ambiguità, costringendo il lettore a confrontarsi con l’impossibilità di tracciare linee nette in un mondo dove il dolore genera altro dolore.
Il punto di vista di Pietro è uno degli aspetti che mette più ansia: intenso e fragile, rende la storia emotivamente potente. Attraverso i suoi occhi vediamo il mondo con la distorsione di chi non riesce a trovare il proprio posto, di chi cerca disperatamente un segno che qualcuno, da qualche parte, lo veda davvero.
Cyberbullismo e solitudine: lo specchio oscuro della società digitale
Nel raccontare di adolescenti soli e chiusi, di cyberbullismo e di creepypasta, Adriano Giotti riflette sulla società contemporanea. Il romanzo non predica, non giudica: osserva con la freddezza di chi sa che il problema è sistemico, radicato in una trasformazione sociale che ha lasciato i genitori impreparati di fronte alla velocità con cui i loro figli vivono mondi paralleli.
In Italia, oltre il 50% dei ragazzi subisce nel corso dell’anno un qualche episodio offensivo, mentre almeno una volta a settimana, ben 1 ragazzo su 10 è vittima costante di cyberbullismo. Pietro appartiene a questa statistica: ogni giorno riceve insulti, immagini pornografiche create con intelligenza artificiale che lo ritraggono, messaggi che lo riducono a nulla. E ogni giorno risponde con l’emoticon che ride, sperando che prima o poi la smettano. Ma non smettono mai.
La forza del romanzo sta nel mostrare come il bisogno di ascolto spinga gli adolescenti verso figure che promettono comprensione. Anna diventa amica, confidente, l’unica persona che sembra capire davvero. E quando chiede aiuto, come si può dire di no? Come si può abbandonare qualcuno che è come te, che vive lo stesso inferno?
Una scrittura cinematica al servizio della tensione narrativa
Scritto con uno registro narrativo diretto, asciutto, tagliente, il romanzo di Giotti procede con il ritmo di un thriller psicologico che non concede respiro. L’indagine non è frenetica, ma lunga e stratificata, perché scava nella psicologia dei personaggi, compresa Anna. Ogni capitolo aggiunge un tassello, ogni rivelazione apre nuovi interrogativi.
L’autore usa la terza persona alternando i punti di vista, tecnica che permette di esplorare le ossessioni di Pietro, le paure di Veronica, i segreti che si annidano nelle pieghe della provincia. La scrittura è visiva, costruita per immagini che si imprimono nella memoria: la nebbia che inghiotte Pietro sul suo motorino, la maschera sfigurata di Anna che fissa lo schermo, le chat WhatsApp che scorrono veloci mentre il tempo si esaurisce.
Il romanzo dialoga con la tradizione del noir italiano ma porta dentro la contemporaneità dei nuovi mostri: non più serial killer che agiscono nel buio, ma predatori che si nascondono dietro profili social, che usano la rete per tessere ragnatele invisibili. Giotti affronta il tema dell’adolescenza nell’era digitale con uno sguardo lucido e informato, evitando il giudizio e restituendo tutta la complessità di una generazione esposta a pericoli nuovi.
Il verdetto finale: un esordio che lascia il segno
“Anna non dimentica” è un romanzo che disturba perché non offre risposte facili, non fornisce ricette salvifiche. Giotti ci mette di fronte a una verità scomoda: i mostri esistono, ma non sono quelli che popolano i creepypasta. I veri mostri siamo noi quando non sappiamo vedere, quando giriamo la testa dall’altra parte, quando lasciamo soli i nostri figli in un mondo che cambia più velocemente di quanto riusciamo a comprendere.
Un esordio solido e convincente, che utilizza il genere per raccontare il disagio adolescenziale, le responsabilità degli adulti e le zone d’ombra di una quotidianità solo apparentemente sicura. Il romanzo inquieta perché è plausibile, perché potrebbe accadere qui, ora, al ragazzino della porta accanto che passa ore chiuso in camera davanti allo schermo.
Anna non dimentica. E dopo aver letto questo libro, nemmeno noi potremo dimenticare. Né i ragazzi soli che cercano mostri per sentirsi meno soli, né i genitori che credono di conoscere i propri figli ma non hanno mai visto davvero dentro i loro schermi, né quella sottile linea che separa la protezione dal controllo, l’aiuto dall’indifferenza.
Giotti firma un thriller psicologico che è insieme romanzo di formazione e denuncia sociale, storia di fantasmi digitali e ritratto spietato di una provincia italiana dove il futuro è già andato in rovina. Un viaggio crudele ed intenso nel lato oscuro dell’adolescenza, carico di disagio e tormento, che conferma l’autore non solo come regista di talento ma come narratore capace di maneggiare le ombre della contemporaneità con mano ferma e sguardo implacabile.

Anna non dimentica
di Adriano Giotti
Longanesi, 2026 (400 pag.)