Non si può comprendere il valore del rapporto nato tra me e Salvatore se non si coglie pienamente l’atmosfera che ha governato il processo che ha fatto incrociare le nostre strade.
Il primo impatto con il maxi-processo è di questo tipo, efficientistico, duro, chirurgico. Uno stile di guerra, dove vince chi prevede una mossa di più dell’avversario.
È una scaramuccia da poco, ma mi fa capire con chi avrò a che fare per vari mesi. La fama di Salvatore mi era già giunta, non solo attraverso la lettura degli atti che lo indicavano come autore di delitti efferati e violenti, ma anche illustrata da un episodio recente.
Dopo la formula di rito «l’udienza è tolta», è un affollarsi di giornalisti, di avvocati, di persone qualsiasi. È finita, abbiamo atteso venti mesi questo giorno, e, come sempre avviene, ora vorremmo tornare indietro, rivivere almeno qualche momento di questa incredibile traversata. La scorta ci aspetta, si torna a casa. È finita, per noi. Per altri incomincia.
Salvatore ha da poco compiuto 28 anni e ne ha già trascorsi più di cinque in galera, e vari spezzoni di adolescenza in istituti di correzione. Ha letto «solo atti processuali», ha speso la sua giovinezza nel togliere la vita agli altri e la libertà a se stesso. «Fine pena: mai», scritto sulla sua cartella biografica, significa che tutte le forme di vita pensabili egli le vivrà unicamente nell’immaginazione, tutte le gioie saranno solo vagheggiate, tutte le esperienze saranno vissute nella dimensione della mancanza.
Ogni giorno è un chicco di riso tolto dal sacchetto, e io lo svuoterò il sacchetto, ogni giorno dovrò fare qualche cosa per non sprecare quella giornata, ogni giorno vivrò anche qui dentro…
«Lei per me è stato molto più importante di quello che lei stesso pensa e forse non lo saprà mai»
La lettera è piena di caotiche sgrammaticature e di storpiature dei singoli vocaboli, è un magma di emozioni non disciplinate, di ripetizioni inavvertite, quasi che lo scrivere fosse la registrazione elettronica dei sentimenti dell’istante, del loro affollarsi e insinuarsi gli uni negli altri.
Noi siamo il combustibile della storia. Viviamo e ci consumiamo, e con il nostro degradarci facciamo girare la ruota del tempo, che fa sorgere altre esistenze. Cresciamo, ci agitiamo in molti modi, ci riproduciamo e ci sgretoliamo, ma lo scialo dei nostri pochi giorni contribuisce al flusso della vita, sia pure in modo infinitesimo.
«L’esecuzione della pena detentiva è la consumazione di un tempo stabilito: al suo termine c’è un tempo irrevocabilmente usato, per nulla che non sia il suo passare.»
Un sogno non può avere più di vent’anni, si stropiccia, si consuma, non è più un sogno, è un delirio, una fissazione.
Il ricordo di una gioia passata non è più gioia, ma il ricordo di un dolore è ancora e sempre dolore.
Per quelli che passano là io avrò vissuto come una pianta e sarò morto come un insetto. Per questo me ne vado. Sono stanco. O provato tutti i dolori della vita, non ce n’è nessuno che non ho conosciuto. Che cosa posso ancora aspettare dalla vita? …… Allora me ne vado. Dove, dici tu. Fuori, dico io. Libero.
Io credo che tu non lo dici, perché hai capito che c’è una libertà che non ci importa niente delle sbarre e dei cancelli.
Tu hai imparato, presidente, che c’è una libertà che nessuno ci può togliere.
Salvatore è un mafioso, non di lungo corso vista la sua giovane età, ma già abbastanza affermato nel mondo malavitoso. Verrà arrestato e dopo un processo lungo due anni condannato all’ergastolo.
Il Giudice che lo ha condannato alla lettura della sentenza rimane colpito dalla fine della pena: MAI.
Il giorno dopo, d’impulso, e senza pretese di ricevere risposta scrive a Salvatore una lunga lettera a cui allega un libro. Per Salvatore, che nella sua vita ha letto solo atti giudiziari, quel libro diventa la porta che gli apre una visione diversa sul passato e sul futuro.
Inaspettatamente Salvatore risponde alla lettera. Inizia così una corrispondenza epistolare lunga ventisei anni.
Durante questa corrispondenza, piano piano, emergono alcuni aspetti caratteriali di Salvatore, i sogni per un nuovo futuro, la consapevolezza della realtà, il rimorso delle scelte sbagliate, il rimpianto di non avere avuto la forza di scegliere una strada diversa. La rabbia per la burocrazia che lo condanna doppiamente nei momenti in cui avrebbe dovuto ricevere i permessi per lavorare all’esterno. E poi l’infrangersi della realtà, del tempo che scorre, dei sogni ormai chiusi in un cassetto.
Prestate attenzione alle vostre emozioni quando lo leggete, cercate di capire se vi provoca dei cambiamenti di giudizio. Ponetevi una volta da un lato dell’imputato e poi da quello del Giudice. Un po’ come quando si dice che per dare un equo giudizio bisogna sentire le due campane.
Un libro che nella sua semplicità pone un quesito molto discusso e contraddittorio.

Fine pena: ora
di Elvio Fassone
Sellerio Editore Palermo (210 pag.)