Però Maggie Jones diceva, Succede. Per i motivi più disparati, per motivi che non si possono prevedere o immaginare o conoscere. Potrebbe essere qualcos’altro. Non sempre si può sapere che cosa sta capitando. Bisogna esserne certi.
Il vecchio dottore prese la mano di lei fra le proprie e la strinse per un attimo in modo affettuoso, tranquillo, sereno come un nonno, guardandola semplicemente in viso senza parlare, trattandola con rispetto e gentilezza, forte della sua lunga esperienza con le pazienti dell’ambulatorio.
Il suo sguardo si perse nel vuoto. Pensavo che sarebbe successo, ma ora non più. È solo che non so che fare di tutte le cose che penso. Penso continuamente e, a quanto pare, non riesco a smettere, ma non so proprio che farci.
E anche voi dannati vecchi solitari, avete bisogno di qualcuno. Qualcuno o qualcosa di cui prendervi cura, per cui preoccuparvi, oltre a una vecchia vacca fulva. C’è troppa solitudine qui. Prima o poi morirete senza aver avuto neppure un problema in vita vostra. Non del tipo giusto, comunque. Questa è la vostra occasione.
… accidenti, guardaci. Vecchi solitari. Vecchi scapoli decrepiti in mezzo alla campagna. Pensa a come siamo. Scontrosi e ignoranti. Tristi. Indipendenti. Prigionieri delle nostre abitudini. Come si fa a cambiare alla nostra età?
Due uomini anziani e una ragazza di diciassette anni seduti al tavolo sparecchiato di una sala da pranzo di campagna, dopo cena, mentre fuori, oltre le pareti di casa e le finestre senza tende, un gelido vento del nord scatenava l’ennesima tempesta invernale sugli altopiani.
Per gran parte dell’autunno aveva desiderato quel momento. Ed era arrivato nel cuore dell’inverno, quando non ci credeva e non se l’aspettava più.
La studiò, fissandola con fare un po’ critico, come suo solito, come faceva con ogni cosa. Quella calma, quella sorta di distacco, sembrava irraggiungibile. Victoria se ne ricordò in quel momento.
Rimase fuori ad aspettare senza poggiarsi da nessuna parte, stando a una certa distanza dal muro e dal pilastro che reggeva il portico, come se per qualche strano caso fosse finito lì e gli avessero detto di non muoversi e di non reggersi a niente che potesse sostenerlo, fino a quando qualcuno non gli avesse dato il contrordine.
E presto, molto presto avrebbero chiamato gli altri per la cena. Ma non subito. Rimasero in veranda ancor un po’ nell’aria di quella sera di fine maggio, diciassette miglia a sud di Holt.
A Holt, piccola cittadina a qualche ora di treno da Denver, vivono Guthrie, Victoria Roubideaux, Ike e Bobby, i fratelli McPheron, Ella, Maggie Jones. E come in tutti i piccoli paesi, anche se non ci si conosce profondamente, la vita degli uni e degli altri prima o poi si mescola.
Guthrie si trova ad affrontare la fine del matrimonio con Ella la quale ha deciso di andare a vivere dalla sorella a Denver perché il matrimonio con Guthrie non le ha dato ciò che desiderava e l’amore ormai non basta più.
Ike e Bobby subiranno la scelta della madre senza, all’apparenza troppi turbamenti poiché ormai erano mesi che viveva rinchiusa in camera da letto senza più preoccuparsi nemmeno di preparagli il pranzo.
Maggie Jones, che ha passato la vita a insegnare ai ragazzi della scuola non solo le nozioni delle materie ma anche a vivere.
I fratelli McPheron che vivono insieme da quando sono nati e nelle loro vite, dopo la morte dei genitori, non è entrato più nessuno.
Victoria Roubideaux che alla sua giovane età si troverà ad affrontare un evento più grande di lei.
Kent Haruf, con la stessa pacatezza dei giorni che scorrono nei piccoli paesi di provincia, ci racconterà le loro storie con una narrazione fluida e coinvolgente allo stesso tempo.
Un libro dal sapore d’altri tempi, dove lo sfondo della campagna americana fa sognare ancora.
Consigliato a chi ha voglia di perdersi nelle storie degli altri, a chi ama la narrazione alla John Steinbeck, a chi crede nel prossimo.

Canto della pianura
di Kent Haruf – NN Editore (380 pp.)