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Tra potere e illusione: il viaggio letterario nel cuore del Cremlino di Giuliano da Empoli

Nel cuore del potere russo, dove la realtà si fonde con la finzione e la propaganda diventa arte, Giuliano da Empoli costruisce un romanzo che è al tempo stesso ritratto psicologico, affresco storico e riflessione filosofica sulla natura del potere contemporaneo. “Il mago del Cremlino”, pubblicato nel 2022 da Mondadori dopo il successo francese presso Gallimard, è l’esordio narrativo di un autore già noto per i suoi saggi politici, e rappresenta forse il tentativo più riuscito di penetrare l’enigma del sistema Putin attraverso gli strumenti della letteratura.

Un incontro notturno che rivela i segreti del potere

La storia si apre con un’immagine che diventerà cifra stilistica dell’intero romanzo: Mosca avvolta dal gelo, una città dove le temporalità si sovrappongono e dove un giovane studioso francese, ossessionato dallo scrittore russo Evgenij Zamjatin e dal suo romanzo distopico “Noi”, riceve un messaggio sui social da un misterioso profilo. L’incontro che ne scaturisce trasforma quella che doveva essere una conversazione letteraria in un monologo ipnotico: Vadim Baranov, l’ex consigliere dello Zar, il mago del Cremlino, decide di raccontare la sua storia. E con essa, l’ascesa di Vladimir Putin.

Da Empoli costruisce una cornice narrativa che ricorda i grandi romanzi russi dell’Ottocento, dove il dialogo notturno diventa confessione, rivelazione, testamento. Il narratore è al tempo stesso testimone e specchio, un occidentale che cerca di comprendere la Russia attraverso la letteratura e che si trova invece immerso nella politica più cruda. Baranov non è un personaggio qualunque: ispirato alla figura reale di Vladislav Surkov, l’ideologo che per quasi due decenni ha plasmato la comunicazione e la strategia del Cremlino, è un produttore televisivo, scrittore sotto pseudonimo, intellettuale raffinato che ha trasformato la politica in teatro d’avanguardia.

La costruzione dello Zar attraverso gli occhi del suo architetto

Il vero colpo di genio del romanzo sta nella scelta del punto di vista. Da Empoli non racconta Putin frontalmente, ma lo osserva attraverso lo sguardo di chi lo ha costruito. Baranov è l’artefice dell’immagine pubblica dello Zar, colui che ha orchestrato la sua trasformazione da oscuro funzionario del KGB a leader incontrastato della Russia. Questa prospettiva laterale permette all’autore di esplorare non solo i meccanismi del potere, ma la sua dimensione esistenziale, quasi metafisica.

Le pagine del romanzo pullulano di personaggi che hanno popolato la Russia post-sovietica: oligarchi rapaci, artisti venduti al miglior offerente, intellettuali che hanno scelto il cinismo come filosofia di vita, generali e spie che hanno visto crollare un impero e ne hanno costruito un altro sulle macerie del primo. Da Empoli non risparmia nessuno in questa galleria di ritratti impietosi, ma è proprio attraverso questi personaggi che emerge la complessità di un sistema dove il confine tra vittima e carnefice si fa sempre più labile.

Centrale nel romanzo è il tema della manipolazione della realtà. Baranov teorizza e pratica quella che viene definita “democrazia sovrana”: un sistema in cui l’opposizione è controllata, i partiti sono fantasmi creati dal potere stesso, e la verità viene moltiplicata fino a renderla irriconoscibile. Non si tratta di nascondere i fatti, ma di creare tante versioni della realtà che diventa impossibile distinguere il vero dal falso. Una strategia che Da Empoli, attraverso il suo protagonista, mostra aver anticipato di anni fenomeni oggi globali come le fake news e la post-verità.

La Russia come specchio deformante dell’Occidente

Uno degli aspetti più inquietanti del romanzo è la capacità di Da Empoli di mostrare come il sistema russo non sia un’aberrazione, ma piuttosto una versione accelerata e spudorata di dinamiche presenti anche nelle democrazie occidentali. Quando Baranov parla delle televisioni che trasformano la politica in reality show, o della creazione di movimenti giovanili fanatici, o dell’uso strategico del caos come strumento di governo, il lettore occidentale non può fare a meno di riconoscere fenomeni familiari.

Il romanzo si muove su due livelli temporali: la Russia degli anni Novanta, caotica e violenta, dove tutto sembrava possibile e dove gli oligarchi hanno costruito fortune colossali sulle rovine dell’URSS; e la Russia di Putin, dove l’ordine è stato ristabilito attraverso un mix di violenza sistematica e narrazione mitologica. Da Empoli riesce a rendere palpabile questa trasformazione, mostrando come il bisogno di stabilità di un popolo umiliato possa trasformarsi in consenso verso un potere sempre più autoritario.

La prosa di Da Empoli è raffinata senza essere manierata, erudita ma mai pedante. L’autore dissemina il testo di riferimenti letterari che non sono mai decorativi: Zamjatin, naturalmente, ma anche Nabokov, Dostoevskij, Joseph Roth. Questi richiami non sono citazioni colte per impressionare il lettore, ma fili che tessono una trama in cui letteratura e politica si intrecciano indissolubilmente. La Russia, sembra dirci Da Empoli, è un paese dove la letteratura ha sempre preceduto e spiegato la realtà politica.

Il potere come trappola esistenziale

Ma il vero tema del romanzo non è la politica, è il potere come trappola esistenziale. Baranov, l’uomo che ha costruito lo Zar, finisce prigioniero della sua stessa creazione. Il mago che credeva di controllare le forze del caos si ritrova schiacciato da esse. Putin, il leader che doveva incarnare la rinascita della Russia, diventa un uomo solo, paranoico, imbalsamato nel suo stesso potere. “L’unico trono che gli porterà la pace è la morte”, dice a un certo punto il narratore, in una frase che racchiude tutta la tragedia di un sistema che si nutre di se stesso.

Da Empoli riesce a rendere universale questa vicenda particolare. Il suo romanzo parla della Russia, ma riflette sulla natura del potere in quanto tale: la sua capacità di corrompere, di isolare, di trasformare anche i più sofisticati intellettuali in strumenti di oppressione. Baranov è presentato come un cinico, ma la sua storia rivela una dimensione tragica: quella di un uomo che ha creduto di poter usare il potere come materia artistica e che ha scoperto troppo tardi di esserne diventato lo schiavo.

Il romanzo si chiude con un’immagine potente: Baranov che sparisce, di cui si perdono le tracce. È un finale che lascia il lettore sospeso, interrogativo. Dove è finito il mago? È ancora vivo? Continua a influenzare gli eventi dall’ombra? Da Empoli non fornisce risposte, perché la vera domanda non riguarda il destino di un singolo uomo, ma il sistema che ha contribuito a creare e che continua a funzionare anche senza di lui.

Un romanzo che anticipa la storia

Particolarmente impressionante è il fatto che Da Empoli abbia consegnato il manoscritto all’editore francese nel gennaio 2021, quindi prima dell’invasione dell’Ucraina del febbraio 2022. Eppure il romanzo sembra aver anticipato quella che chiama “operazione speciale”, mostrando come la violenza non sia un’aberrazione del sistema Putin, ma la sua logica interna. Questa capacità predittiva non è frutto di doti profetiche, ma di una comprensione profonda dei meccanismi che governano il potere russo.

La pubblicazione del romanzo poche settimane dopo l’inizio della guerra ha fatto sì che venisse letto anche come chiave interpretativa degli eventi in corso. Da Empoli è stato invitato in numerose trasmissioni televisive non solo per parlare del libro, ma per commentare l’attualità. Questo ha generato un dibattito sulla natura stessa del romanzo: è letteratura o saggio travestito? La risposta, forse, è che è entrambe le cose, e in questo sta la sua forza.

Pregi e limiti di un’opera ambiziosa

Il romanzo ha ricevuto riconoscimenti importanti: ha vinto il Grand Prix du Roman de l’Académie Française nel 2022 e si è classificato secondo al prestigioso Prix Goncourt. La critica francese, italiana e internazionale lo ha accolto con entusiasmo, definendolo “visionario”, “degno dei classici”, capace di superare la prova del tempo grazie alle sue qualità letterarie.

Non sono mancate alcune voci critiche, principalmente da parte di studiosi di Russia che hanno accusato Da Empoli di presentare una visione esotica e stereotipata del paese, figlia dei luoghi comuni occidentali. Antoine Nicolle, professore di studi russi, ha criticato il fatto che solo un lettore molto informato possa distinguere tra fatti e invenzioni, e ha messo in discussione le affermazioni dell’autore sul realismo della sua opera. Queste critiche, però, sembrano sottovalutare la natura letteraria del testo: Da Empoli non scrive un saggio, ma un romanzo, e come tale si prende le libertà che il genere consente.

Dal punto di vista stilistico, il romanzo è costruito con grande maestria. La struttura a cornice funziona perfettamente, permettendo a Da Empoli di alternare il racconto della vita di Baranov con riflessioni più ampie sulla natura del potere. Il ritmo è lento, meditativo, lontano dai canoni del thriller geopolitico. Questa scelta può disorientare chi si aspetta un’opera d’azione, ma è coerente con l’intento dell’autore di costruire un affresco più che un racconto adrenalinico.

La caratterizzazione dei personaggi è uno dei punti di forza. Baranov emerge come figura complessa e contraddittoria: intellettuale raffinato e cinico manipolatore, artista frustrato e architetto del potere, vittima e carnefice. Putin, pur essendo fisicamente meno presente, aleggia su ogni pagina come presenza ossessiva, trasformandosi nel corso del romanzo da leader pragmatico in autocrata paranoico.

L’eredità letteraria e il confronto con Emmanuel Carrère

Impossibile non pensare, leggendo questo romanzo, a “Limonov” di Emmanuel Carrère, altro grande affresco della Russia contemporanea. Ma mentre Carrère adotta uno stile più giornalistico, ricco di digressioni autobiografiche, Da Empoli mantiene una distanza più classicamente romanzesca. Il narratore de “Il mago del Cremlino” è uno schermo su cui si proietta la storia di Baranov, non un protagonista che compete con lui per l’attenzione del lettore.

Non è un caso che proprio Emmanuel Carrère sia stato scelto per co-sceneggiare, insieme al regista Olivier Assayas, l’adattamento cinematografico del romanzo, presentato alla Mostra del Cinema di Venezia 2025 con Paul Dano nei panni di Baranov, Jude Law in quelli di Putin e Alicia Vikander. Questa trasposizione cinematografica conferma la forza visiva e narrativa dell’opera di Da Empoli.

Un classico contemporaneo sulla natura del potere

“Il mago del Cremlino” è un romanzo che si colloca in una tradizione letteraria precisa: quella dei grandi romanzi sul potere, da “Il Principe” di Machiavelli riletto attraverso le nebbie di John le Carré, come è stato efficacemente definito. È un’opera che parla del presente usando gli strumenti della grande letteratura, che non si accontenta di raccontare eventi ma cerca di penetrare la psicologia profonda del potere.

Il merito principale di Da Empoli sta nell’aver trovato la forma letteraria adeguata per raccontare un fenomeno politico complesso senza ridurlo a pamphlet o a cronaca giornalistica. Il romanzo funziona su più livelli: come thriller psicologico, come riflessione filosofica sul potere, come affresco storico della Russia post-sovietica, come meditazione sulla letteratura e il suo rapporto con la realtà.

Per chi si avvicina al romanzo è importante non aspettarsi risposte definitive o giudizi netti. Da Empoli non fa il processo a nessuno, non divide il mondo in buoni e cattivi. Mostra invece la complessità di un sistema, l’ambiguità delle scelte umane, la seduzione del potere e il suo prezzo esistenziale. È un romanzo che lascia il lettore inquieto, costretto a interrogarsi non solo sulla Russia ma sulla natura stessa della politica contemporanea.

In un’epoca in cui la manipolazione dell’informazione è diventata strumento di governo globale, “Il mago del Cremlino” offre una chiave di lettura indispensabile. Non è un libro facile, richiede attenzione e disponibilità a seguire ragionamenti complessi. Ma per chi è disposto a fare questo percorso, offre una comprensione profonda di meccanismi che altrimenti resterebbero opachi. È un romanzo che, partendo dalla Russia, parla a tutti noi, mostrandoci uno specchio in cui riconoscere, deformate ma riconoscibili, le patologie della nostra democrazia.

Giuliano da Empoli ha scritto un libro che resisterà al tempo perché non si limita a commentare l’attualità ma ne individua le strutture profonde. Ha creato in Vadim Baranov un personaggio memorabile, destinato a entrare nella galleria dei grandi ritratti letterari del potere. E ha dimostrato che la letteratura, quando è all’altezza del suo compito, resta lo strumento più potente per comprendere la realtà, più efficace di mille analisi giornalistiche o saggi politici.

Il mago del Cremlino di Giuliano da Empoli recensione, Tra potere e illusione: il viaggio letterario nel cuore del Cremlino di Giuliano da Empoli

Il mago del Cremlino
di Giuliano da Empoli
Mondadori 2022 (240 pag.)

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