C’è un momento, nella letteratura, in cui una storia smette di essere semplicemente una storia e diventa qualcosa di più antico e necessario: un rito, un lamento, una preghiera rivolta al vuoto. “Il dio per metà donna” di Perumal Murugan appartiene a quella categoria rara di libri che non si leggono soltanto, ma si abitano. E uscirne, alla fine, fa una certa violenza.
Il romanzo racconta di Kali e Ponna, una giovane coppia di contadini tamil unita in matrimonio da dodici anni, consumata da un amore autentico e bruciante, ma logorante e incapace di generare un figlio. Ambientato in un’India bucolica, il libro immerge il lettore in paesaggi rurali dove accanto all’idillio della vita semplice e genuina della campagna si affiancano gli ostacoli della tradizione sociale, economica e spirituale. Ma questa non è una storia d’infertilità nel senso clinico del termine. È la storia di come una comunità trasformi il dolore privato di due persone in uno spettacolo pubblico di vergogna, superstizione e controllo.
Perumal Murugan, lo scrittore che dichiarò la propria morte
Prima di addentrarsi nelle pagine del romanzo, è impossibile separare l’opera dalla figura del suo autore, e dalla vicenda straordinaria — e dolorosissima — che ha reso questo libro il simbolo di una battaglia più grande.
Perumal Murugan è nato nel 1966 da una famiglia di agricoltori con piccoli appezzamenti di terra nei pressi di Thiruchengodu, una cittadina nel distretto di Namakkal, nel Tamil Nadu. Hailing da una famiglia agricola, c’era una sola ragione per cui Murugan e i suoi fratelli venivano mandati a scuola: il pasto nutriente del mezzogiorno per gli studenti delle elementari. Da quel ragazzo affamato di parole che leggeva persino i fogli di giornale in cui erano avvolte le spezie al mercato, è nato uno degli scrittori più importanti della letteratura tamil contemporanea. Ha scritto dodici romanzi, sei raccolte di racconti brevi, sei antologie di poesia e molti libri di saggistica.
Il romanzo originale, intitolato in tamil Madhorubagan — che significa esattamente “colui che è per metà donna”, nome con cui si indica la divinità androgina Ardhanarishvara — fu pubblicato nel 2010 e accolto positivamente, ma cominciò ad attrarre polemiche nel 2014 dopo che gruppi locali di casta e religiosi hindu sollevarono obiezioni alla rappresentazione fittizia di tradizioni legate al Tempio di Ardhanareeshwara a Tiruchengode, dove la divinità titolare è parte Shiva e parte Parvati in un’unica statua.
Le proteste portarono alla distribuzione di quasi diecimila copie delle parti controverse del romanzo tra le case degli abitanti per mobilitare la comunità contro il libro. Scoppiarono manifestazioni a Tiruchengode, dove copie del libro vennero bruciate e fu presentata una denuncia ufficiale per richiederne il divieto e l’arresto dell’autore e dell’editore. Sotto pressione immensa, Murugan rese pubblica la capitolazione più dolorosa che uno scrittore possa compiere: nel gennaio 2015 dichiarò su Facebook che lo scrittore Perumal Murugan era morto. Non essendo un dio, non sarebbe risorto. Non credendo nella rinascita, come semplice insegnante avrebbe vissuto d’allora in poi. Chiese di essere lasciato in pace.
Ma la storia non finisce lì. La Corte d’Appello di Madras, in una sentenza storica, difese il diritto di Murugan alla libertà di espressione. Lo scrittore tornò alla vita letteraria. E oggi “Il dio per metà donna” arriva al lettore italiano come la voce di un uomo che ha attraversato il silenzio forzato e ne è uscito, ancora capace di narrare.
La trama: dodici anni di amore e di vergogna
La struttura del romanzo è apparentemente semplice, quasi lineare. Kali e Ponna sono una coppia che vive nel Tamil Nadu. Nonostante siano sposati da dodici anni, non riescono ad avere figli. La loro mancanza di prole diventa fonte di continui scherni da parte di familiari e compaesani, che la attribuiscono di volta in volta a maledizioni familiari, all’ira di qualche dio, o alle cattive azioni dei loro antenati.
Ma il romanzo non è il racconto di una crisi coniugale. È qualcosa di più sottile e lacerante. La differenza di classe tra le due famiglie non è esplicitata da Murugan, tuttavia ci sono alcune spie che la lasciano intendere: in un romanzo dove la società ha un ruolo fondamentale nello svolgimento e nello scioglimento della trama, ciò non può passare in secondo piano. Kali, orfano di padre fin da piccolo, ha dovuto crescere troppo in fretta, farsi uomo prima del tempo. Ponna viene da una famiglia più solida, più luminosa — e quell’asimmetria, mai dichiarata apertamente, fluttua tra le righe come una corrente sotterranea.
L’ira implacabile di una divinità per metà uomo e per metà donna, detta Maasami o Devatha, ha impedito a qualunque uomo della stirpe di generare bambine e ha fatto sì che i soli figli maschi morissero ancor prima di diventare vecchi. La maledizione che pesa sulla discendenza di Kali è dunque il fondale mitico su cui si dispiega la vicenda: non un elemento ornamentale, ma il motore narrativo che alimenta la superstizione collettiva e trasforma l’incapacità di procreare in una colpa cosmica, in una condanna ereditata.
Il villaggio come personaggio: la comunità che divora
Se c’è un protagonista assoluto di questo romanzo, è forse la comunità rurale stessa. Non i singoli abitanti — che rimangono per lo più indistinti, una massa pettegola e crudele — ma il meccanismo collettivo del giudizio, quella macchina silenziosa e implacabile che prende la sofferenza altrui e la trasforma in intrattenimento, in monito, in strumento di controllo.
Il villaggio è composto da venti capanne e mille antichi rancori, dove non esiste privacy e la sofferenza del vicino può diventare l’intrattenimento della sera. Murugan non risparmia al lettore questa verità: la comunità non è mai crudele in modo plateale, non ci sono villain identificabili. È la somma di mille piccole umiliazioni quotidiane — un’allusione durante una rappresentazione teatrale, un invito mancato al raccolto degli altri, un’occhiata storta al mercato — a costituire il vero campo di battaglia in cui Kali e Ponna combattono la loro guerra silenziosa.
La comunità rurale invade il ménage di Ponna e Kali fino all’annientamento della loro vita privata, ossessionata dalle tradizioni e dalle più soffocanti convenzioni. Il pettegolezzo diventa strumento di potere. La superstizione diventa legge. E i due protagonisti, pur amandosi con una forza che il lettore percepisce quasi fisicamente, vengono erosi dall’esterno, consumati come pietre nel letto di un fiume.
Kali e Ponna: due modi di portare il dolore
Uno degli aspetti più straordinari della scrittura di Murugan è la capacità di differenziare con sottigliezza il vissuto interiore dei due protagonisti, pur mantenendo una narrazione asciutta, quasi pudica, che non cede mai alla psicologia esplicita.
Kali è un uomo legato alla terra, alle bestie, al ciclo delle stagioni. Un uomo che fa crescere le cose — le piante e i piccoli animali prosperano intorno a lui. Eppure è proprio lui, il creatore di vita, a non riuscire a generare. Il romanzo non sceglie mai tra lui e Ponna come “responsabile” dell’infertilità: questa ambiguità deliberata è uno dei gesti più politici del libro, in una cultura dove la colpa ricade quasi sempre sulla donna. Kali, nel frattempo, subisce le allusioni sulla propria virilità, lo scherno dei compagni di bevute, il silenzio accusatorio dei familiari.
Ponna, invece, porta il peso in modo diverso: più esposta, più vulnerabile alla vergogna pubblica, lei che è bella e forte e non può nascondersi dietro l’anonimato del campo. Mentre Kali subisce accuse di impotenza e aspersioni sulla propria virilità, Ponna si ritrova sempre più identificata come l’amara donna senza figli; apparentemente privata delle qualità materne, la sua bellezza e la sua forza la rendono un bersaglio facile per l’ira dei compaesani.
Nallayan: la voce dissonante ai margini
In questo universo soffocante, Murugan introduce un personaggio che funziona come contrappunto — e quasi come porta verso una lettura diversa del mondo. Nallayan è lo strambo del villaggio, uno scapolo viaggiatore, quasi un cosmopolita che mette in pratica usi e costumi che rompono con la tradizione conservatrice del villaggio: porta i capelli corti, si rade il volto, utilizza il sapone. Viene emarginato perché non segue i dettami della società che abita, definito come pazzo.
Nallayan è il solo che osi dire ad alta voce quello che nessun altro nella comunità si permette di pensare: che avere un figlio non è la misura dell’essere umano, che non si è meno donna o meno uomo per non riuscire a procreare. La sua marginalità non è tragica ma quasi liberatoria: Murugan sembra suggerire che solo chi viene espulso dalla norma sociale abbia la lucidità necessaria per vederne la crudeltà.
La divinità androgina: mito, simbolo e condanna
Il titolo — e il soggetto mitologico che anima l’intera architettura del romanzo — merita uno sguardo attento, perché non è semplice decorazione culturale ma nucleo semantico dell’opera. Ardhanarishvara è la meta mistica e dottrinale del Tantrismo, dove i poli dell’uomo e dell’universo, la Natura e lo Spirito, si fondono e si completano. È raffigurato come metà uomo e metà donna, diviso esattamente a metà.
In questa divinità che unisce il maschile e il femminile in un’unica forma, Murugan inscrive una riflessione profonda: che la completezza non stia nella procreazione biologica, ma nella fusione dei principi opposti. Kali e Ponna, pur amandosi, sono incompleti agli occhi del villaggio perché non hanno prodotto un erede. Eppure la loro unione — intensa, erotica, tenera, dolorosa — è in qualche modo la più autentica rappresentazione di quella completezza che la divinità androgina incarna.
C’è anche una tensione irrisolta che il romanzo non scioglie mai del tutto: quella tra il dio che rappresenta la fusione e l’armonia, e la maledizione che quella stessa divinità avrebbe scatenato sulla stirpe di Kali. Il mito non consola: minaccia. E la società che si dice devota a quella divinità ne nega, nelle sue pratiche quotidiane di esclusione e giudizio, ogni insegnamento.
Lo stile di Murugan: la prosa del paesaggio interiore
Le storie di Murugan sono piene di istantanee della vita nella regione di Kongu Nadu — pulire i campi di steli di miglio al chiaro di luna, bere arrack in fondo a un pozzo vuoto, il lamento delle fronde di cocco, svegliarsi in un fienile mentre la nebbia si alza dalla terra all’alba. Questa capacità di incorporare il paesaggio fisico come estensione del paesaggio interiore è forse il tratto stilistico più distintivo di Murugan.
Non si tratta solo del mondo fisico che descrive con tanta vivacità, ma della comunità rurale, dove non c’è privacy e la sofferenza del vicino può diventare intrattenimento della sera. La prosa di Murugan — che nella versione italiana porta la firma di Dorotea Operato, già traduttrice degli altri titoli dell’autore per Utopia — è asciutta e ritmica, priva di ornamenti superflui. Ogni frase ha il peso di un atto agricolo: si semina, si zappa, si raccoglie. Non c’è compiacimento stilistico, nessuna volontà di stupire con la bellezza della metafora. Eppure le metafore emergono, naturali come frutti: l’albero di tulipano che cresce accanto alla casa e sboccia e sfiorisce ripetendo il ciclo della vita; gli animali che Kali cura come non può curare un figlio; il corpo di Ponna come campo da abitare e non da possedere.
Murugan tesse magistralmente un montaggio di aneddoti per dimostrare come la genitorialità, proprio per la sua assenza, definisca il rapporto di Kali e Ponna l’uno con l’altro, con le loro famiglie, con la società, e soprattutto con i propri ruoli di genere.
Il romanzo nel contesto della produzione di Murugan
“Il dio per metà donna” non è un caso isolato nella produzione dello scrittore tamil, ma si inserisce in un corpus coerente e progressivo. Tra le voci più interessanti della letteratura indiana in lingua tamil, Perumal Murugan è uno scrittore che lavora su un repertorio tematico dal perimetro felicemente circoscritto, in cui personaggi colpiti da sventure di vario genere lottano indomiti per la propria felicità, spesso contro una realtà sociale ossessionata dalle tradizioni e dalle più soffocanti convenzioni.
La stessa coppia di Kali e Ponna era già apparsa, in inglese, nel romanzo One Part Woman (il titolo originale del medesimo testo), da cui esistono anche due romanzi sequel: A Lonely Harvest e Trial by Silence, che ne continuano la storia. Il romanzo ha venduto oltre centomila copie in India, diventando un fenomeno di culto nel subcontinente, capace di accendere conversazioni su casta ed emancipazione femminile. Per un testo narrativo in lingua tamil — una letteratura ancora poco conosciuta in Occidente — si tratta di un risultato straordinario.
Merita anche notare che la traduzione italiana non è il punto di arrivo di un percorso lineare. L’edizione originale tamil del 2010 non suscitò scandalo. Quando il romanzo originale uscì in tamil era stato ben accolto dai lettori, tanto che Penguin decise di pubblicarne la traduzione in inglese. Fu la traduzione inglese a raggiungere un numero sempre maggiore di lettori e ad attirare la controversia. Questo dettaglio è più che aneddotico: rivela come la lingua, il pubblico e il contesto di ricezione possano trasformare radicalmente il senso — e il rischio — di un’opera letteraria.
Una storia senza assoluzione: il finale che pesa
Senza cedere alla tentazione dello spoiler, si può dire che “Il dio per metà donna” non è un romanzo che lascia il lettore consolato. Murugan non concede il lieto fine, non risolve la contraddizione, non regala una catarsi pulita. La vicenda si conclude nell’amarezza, con l’amore che si sfalda sotto i colpi di una sempre più asfissiante presenza della pubblica opinione.
È proprio questa mancanza di redenzione a rendere il libro così necessario e così disturbante. Perché la letteratura che vale davvero non consola: testimonia. E Murugan testimonia con la precisione di chi conosce quel mondo dall’interno — non come osservatore antropologico, ma come figlio di quella terra, di quella cultura, di quella lingua. C’è un censore dentro di me ora — ha dichiarato lo stesso Murugan — che mi dice cosa è sicuro scrivere e cosa non lo è. Influenza la scelta dei temi e di tutto il resto. Eppure, nonostante questa autocensura imposta dalla paura, ciò che arriva al lettore italiano è un testo di forza rara, capace di parlare di un villaggio del Tamil Nadu e di dire qualcosa di universale sul modo in cui le società soffocano ciò che non riescono a controllare.
Perché leggere questo libro
Non è necessario conoscere la cultura tamil per sentire il peso di questa storia. L’infertilità come stigma sociale, il pettegolezzo come forma di potere, la pressione della tradizione sul corpo delle donne, la fragilità di un amore autentico esposto al giudizio collettivo: questi sono temi che attraversano latitudini, secoli, continenti. Murugan li racconta senza retorica, senza furori ideologici, senza sermoni. Li racconta come si racconta la terra: con rispetto, con misura, con la consapevolezza che sotto la superficie c’è qualcosa che non finirà mai di crescere.
Come ha osservato il New York Times, correnti oscure attraversano il romanzo: Kali e Ponna, una coppia avvolta l’una nell’altra sul piano erotico, resistono a ondate di derisione perché non hanno concepito un figlio dopo un decennio di matrimonio. Ma resistono insieme, finché possono. E in quella resistenza c’è tutta la dignità che il romanzo concede ai suoi personaggi.
Leggere “Il dio per metà donna” significa accettare di essere disturbati. Significa entrare in un villaggio immaginario del Tamil Nadu e riconoscerci dentro la propria città, il proprio quartiere, il proprio condominio. Significa guardare in faccia il modo in cui le comunità umane — tutte, non solo quelle lontane — trasformano la differenza in vergogna e la sofferenza in spettacolo.
E significa, alla fine, restare in silenzio qualche minuto dopo l’ultima pagina, con quel peso sullo sterno che solo i libri veri sanno lasciare.

Il dio per metà donna
di Perumal Murugan
Utopia Editore, 2026 (208 pag.)