NN Mag

Un libro che ride sul serio: la satira nera di Alessandro Gori raggiunge il suo apice

C’è un momento preciso in cui capisci di avere tra le mani qualcosa di raro. Non è quando ridi — e con Vendo tiroide causa doppio regalo si ride, eccome —, ma è quando smetti di ridere e rimani lì, sospeso, con quella sensazione strana di chi ha appena sfiorato qualcosa di vero senza volerlo davvero toccare. Alessandro Gori costruisce un libro di satira scatenata e irresistibile comicità, dove la risata nasce sempre da uno sguardo obliquo, impietoso e tenero insieme, sul mondo e sulle confuse creature che lo abitano. E in questo, il suo ottavo libro pubblicato nel febbraio 2026 per Nottetempo nella collana Cronache, segna un salto qualitativo rispetto a tutto ciò che ha scritto in precedenza.

Gori — noto al grande pubblico anche come Lo Sgargabonzi, il nome del suo storico blog aperto nel 2005 e della sua pagina, nome ripreso da una carta del Mercante in fiera di Benito Jacovitti — è una figura che sfugge ostinatamente a ogni catalogazione. Internazionale l’ha definito «il migliore scrittore comico italiano» per voce del critico letterario Claudio Giunta. Aldo Grasso sul Corriere della Sera ha scritto che Gori prende di mira il web esattamente come Campanile, a metà degli anni Cinquanta, prendeva di mira la televisione. Entrambe le definizioni sono giuste e insieme insufficienti, perché l’universo di Gori è più poroso e inquieto di quanto qualsiasi etichetta riesca a contenere.

Un autore che nasce dalla provincia e la trasfigura in letteratura

Alessandro Gori nasce ad Arezzo il 14 giugno 1978 e abita nelle campagne della Val di Chiana. È laureato in Psicologia con una tesi sulla dipendenza da Internet, scrittore, poeta e comico. Questa formazione ibrida — il rigore dello psicologo, la sensibilità del poeta, la ferocia del comico — è la chiave con cui aprire ogni sua pagina. Non è un accidente biografico, è una struttura mentale che affiora nel modo in cui smonta e rimonta il linguaggio, nell’attenzione quasi clinica ai meccanismi del ridicolo, nella capacità di tenere insieme registro alto e basso senza che le giunture si vedano.

Dal 2020 al 2022 è stato autore e attore del programma Una pezza di Lundini, e nel 2020 ha iniziato a collaborare con la rivista Rolling Stone con la rubrica settimanale Conglomerandocene. Il pubblico televisivo lo ricorda per le sue schede di presentazione degli ospiti, pezzi di nonsense surreale che sembravano venuti da un pianeta parallelo rispetto alla televisione italiana. Ma chi conosce i suoi libri sa che quello era solo il bordo esterno di un universo molto più denso e stratificato.

Con Vendo tiroide causa doppio regalo, Gori ci presenta il suo ottavo libro, fatto di racconti e poesie e di un’intervista impossibile. Un’opera che accumula, stratifica, esplode — e poi, sotto le macerie fumanti della risata, lascia intravedere qualcosa di insolitamente commovente.

La struttura del libro: un doppio regalo davvero

Il titolo è già un programma poetico in miniatura. Vendo tiroide causa doppio regalo: l’eco degli annunci sui siti di compravendita di oggetti usati — quella lingua bizzarra, compressa, senza articoli né spiegazioni — applicata a un organo interno del corpo. Il corpo che diventa merce, la malattia che diventa fastidio logistico, la morte che diventa problema di ridondanza. È la cifra di tutto il libro: il tragico travestito da banale, il dolore che si presenta in abiti comici perché non ha altro modo di bussare alla porta.

Il libro si apre con un dialogo tra Natalia Ginzburg e Alessandro Gori: un confronto serrato in cui la scrittrice incalza lo scrittore con un’ironia affilata, ne mette alla prova la sicurezza e lo spinge a continui scarti e divagazioni. È all’interno di questo scambio che affiorano — quasi loro malgrado — i due nuovi libri dell’autore.

Il gesto è letterariamente audace e formalmente elegante. Convocare la Ginzburg — autrice di Lessico famigliare, maestra di una prosa che sa essere insieme domestica e assoluta — come interlocutrice-giudice per presentare la propria opera è una mossa che dice molto sull’autoconsapevolezza di Gori. Non è reverenza, è sfida. L’incipit dell’intervista impossibile è «Ciao grassone» — una Ginzburg poco aggiornata sulle sensibilità contemporanee ma soprattutto grintosa con lo scrittore che cerca di presentarle il suo libro. In quella battuta d’apertura c’è tutto: la violazione del protocollo, il ribaltamento del rispetto, la comicità come forma di sgrossamento dell’idolo.

I due libri che compongono il volume si chiamano “I dolori del giovane redneck” e “Canzoniere del danno catastrofale”, e già i titoli basterebbero a comprendere la direzione di marcia. Il primo evoca — storpiandola — l’elegia romantica di Goethe; il secondo la tradizione lirica italiana, dal Petrarca in giù. Gori prende queste forme nobili e le imbottisce di carne viva, di provincia, di morte.

“I dolori del giovane redneck”: l’infanzia come territorio allucinato

“I dolori del giovane redneck” raccoglie prose che rievocano un’infanzia e una giovinezza scombinate ma luminose: i buffet delle prime comunioni, le estati in Riviera, i fumetti bonelliani, i riti minimi di provincia, le piccole epifanie domestiche. Ci sono pagine in cui il tono è quasi lirico, in cui la memoria d’infanzia viene trattata con quella tenerezza obliqua che solo chi ha davvero perso qualcosa sa maneggiare. La Val di Chiana, i pomeriggi estivi, i sapori e le abitudini di una generazione cresciuta tra Dylan Dog e i buffet parrocchiali: Gori trasforma questo materiale apparentemente minore in qualcosa di universale.

Ma la nostalgia, in Gori, non dura mai abbastanza da diventare consolatoria. Questa elegia intima è squarciata dalle interferenze del presente, popolate da figuranti grotteschi della cultura contemporanea: Rocco Siffredi martire pop, Blanco in modalità berserk, la crisi di Francesco Totti e Ilary Blasi che diventa una via crucis di barzellette, i classici omicidi seriali nei circoli romani.

Il procedimento è chirurgico. Il ricordo luminoso viene interrotto, bucato, contaminato dall’irruzione del presente — un presente reso mostruoso non dalla violenza ma dall’assurdità, dal grottesco, dall’eccesso di senso e di non-senso che caratterizza la nostra sfera mediatica. Totti e la Blasi che diventano una via crucis di barzellette non è cinismo gratuito: è un modo di dire che la cultura popolare contemporanea funziona esattamente come il rito sacro, con le sue stazioni obbligate, le sue litanie, il suo calendario di passione e resurrezione. Le contro-barzellette su Totti — in cui Totti stesso si indigna per la qualità della battuta — sono un esempio del modo in cui Gori porta la forma comica a riflettere su se stessa.

Incontriamo anche Gianluca Grignani e Aldo Moro, il “Tetrapak dall’inferno” e gli infernali temi della maturità, Zerocalcare depresso, Gori stesso bambino e naturalmente Pietro Pacciani. Il montaggio è quello di un sogno febbricitante: figure reali e immaginarie che si sfiorano, si sovrappongono, si fondono in un paesaggio mentale dove i confini tra memoria e allucinazione sono deliberatamente porosi.

“Canzoniere del danno catastrofale”: la malattia come materia poetica

Se la prima parte del libro è dominata dalla prosa, la seconda abbandona la narrazione per addentrarsi nel territorio più pericoloso e personale della poesia. “Canzoniere del danno catastrofale” accosta gioco, irriverenza e invenzioni verbali a un nucleo più oscuro: poesie in cui la malattia e la finitezza emergono con una ilarità isterica e vertiginosa.

Questo è il luogo dove il libro smette di essere solo divertente e diventa qualcosa d’altro. Le immagini qui si fanno più radicali, più visivamente disturbanti. Le neoplasie prendono la forma della testa di parroci di campagna, serpenti arrotolati a stampelle che deambulano come persone, il cellulare metafisico di Laura Antonelli. Sono immagini che appartengono alla tradizione del grottesco europeo — da Bosch a Kafka, passando per Gadda —, ma filtrate attraverso una sensibilità assolutamente contemporanea e popolare. Il cellulare metafisico di Laura Antonelli, attrice icona degli anni Settanta scomparsa nel 2015, non è una trovata casuale: è la condensazione in un’immagine sola di tutto un discorso sulla fragilità, sulla malattia, sul modo in cui la cultura di massa mummifica i corpi delle sue star.

La quotidianità dell’agonia si increspa in allucinazioni tanto comiche quanto raggelanti. Il dolore non viene elaborato, sublimato, trasformato in saggezza. Viene invece esibito nella sua fisicità, nella sua assurdità, nella sua dimensione comica e orrorifica insieme. È questa la scommessa più rischiosa del libro, e la più riuscita: trattare la malattia e la morte con la stessa disinvoltura formale con cui si trattano i buffet delle prime comunioni. Non perché la morte sia meno grave delle prime comunioni, ma perché entrambe — nell’universo di Gori — sono parti ugualmente ridicole e terribili della stessa commedia.

Il linguaggio come strumento di disturbo cognitivo

Uno degli aspetti più originali di questo libro — e dell’intera produzione di Gori — è il rapporto con il linguaggio. I meccanismi che l’autore usa comprendono parodie e figure retoriche, isotopie, calibrate schizofrenie enunciative, la stesura per figure e immagini, eleganti transizioni dalla densità semantica alla superficialità dell’associazione fonetica, dal gusto per il calembour adulto a quello per le consonanze infantili.

In termini più semplici: Gori sa esattamente cosa sta facendo con le parole. Non è il comico che tira fuori dalla manica la battuta improvvisata; è uno scrittore che ha costruito nel tempo un arsenale stilistico preciso, capace di passare nel giro di una riga dal registro aulico a quello volgare, dalla citazione letteraria al neologismo buffonesco, dalla sintassi distesa alla frantumazione dell’enunciato. A suscitare il riso è spesso la totale mancanza di empatia, in uno humor surreale a tratti estremo, mentre gioca con nomi, marche, prodotti e personaggi entrati a forza nell’immaginario collettivo attraverso i media, centrifugandoli insieme per creare gag e storie dai contorni astratti.

Ciò che rende questa operazione letterariamente valida — e non semplicemente esilarante — è che il linguaggio non è mai fine a se stesso. Ogni trovata verbale, ogni cortocircuito semantico serve a spostare il lettore da una posizione stabile a una instabile, a produrre quello straniamento che è la condizione necessaria per vedere le cose come sono davvero. La risata è il mezzo; la lucidità è il fine.

Il dialogo impossibile con la Ginzburg: una dichiarazione di poetica

Vale la pena soffermarsi più a lungo su quella che potrebbe sembrare una semplice trovata di apertura e che invece è una dichiarazione di poetica compiuta. Il dialogo immaginario con Natalia Ginzburg — autrice di opere fondamentali come Lessico famigliare, Le voci della sera, È stato così — non è un atto di irriverenza gratuita verso un’icona della letteratura italiana del Novecento. È una conversazione tra due modi di fare i conti con la realtà attraverso la scrittura.

La Ginzburg di Gori è una presenza esigente, ironica, poco disposta alle cerimonie. L’autrice di Lessico famigliare incalza Gori con ironia affilata, mettendone alla prova la sicurezza e spingendolo a continui scarti e divagazioni. Questo meccanismo — l’interlocutore che destabilizza lo scrittore, che ne mette in discussione le certezze, che lo costringe a giustificarsi — è la forma più onesta che la riflessione meta-letteraria possa prendere. Invece di una prefazione autocompiaciuta, Gori sceglie l’autoironia; invece di spiegare la propria opera, sceglie di esibirne le contraddizioni.

C’è in questo dialogo qualcosa di profondamente ginzburghiano, paradossalmente: la Ginzburg dei saggi raccolti in Le piccole virtù era maestra di un pensiero che procedeva per associazioni, scarti, ritorni improvvisi, un pensiero che non aveva paura di contraddirsi. Gori ha imparato quella lezione — anche se probabilmente lo neherebbe.

Il contesto: un libro che arriva al momento giusto

Vendo tiroide causa doppio regalo esce il 13 febbraio 2026 per Nottetempo, una casa editrice che negli ultimi anni ha costruito un catalogo capace di ospitare voci letterarie difficili da classificare, scritture che non si adattano ai generi commerciali dominanti. La scelta editoriale è già una dichiarazione: questo non è un libro per tutti, ma per chi è disposto a seguire Gori nei suoi salti mortali tra comico e tragico, tra alto e basso, tra personale e universale.

Con “Confessioni di una coppia scambista al figlio morente” (Rizzoli Lizard, 2022) e l’omonimo spettacolo, Gori ha vinto il Premio Internazionale della Satira di Forte dei Marmi. Quel riconoscimento — uno dei più importanti nel campo della satira italiana — aveva sancito ufficialmente ciò che i lettori del blog e i frequentatori dei suoi spettacoli sapevano già da anni: che Gori non era solo un fenomeno di internet, ma uno scrittore nel senso pieno del termine.

Con il nuovo libro, la posta si alza ulteriormente. La sezione poetica del Canzoniere del danno catastrofale porta la sua scrittura in un territorio dove il comico non è più l’obiettivo primario ma lo strumento di un’indagine più intensa e scomoda. Il libro, mettendo assieme una congerie di racconti brevi con un canzoniere di poesie, smette di essere un libro di banale umorismo nero per occultare questa o quella fisima: è qualcosa di più complesso, che assume le vesti di un concept album costruito su un’intelaiatura di consapevole accettazione.

Hic sunt leones: dove la risata si fa coraggio

C’è una frase, nella quarta di copertina del libro, che funziona come una chiave: ne nasce un libro originale e inquieto, in cui l’umorismo nero non consola ma illumina, con precisione crudele, ciò che a volte è meglio non guardare. È una formulazione che merita attenzione. L’umorismo consolatorio — quello che allevia il dolore, che ti permette di ridere per non piangere, che ti dice che alla fine andrà bene — è la forma più comune e più vile della risata. Gori non lo pratica.

Il suo è un umorismo che non alleggerisce ma appesantisce: ti fa ridere e poi ti lascia con qualcosa di più pesante di prima, qualcosa che non sapevi di portarti dietro. La morte, la malattia, la finitezza del corpo — argomenti che la cultura pop tratta con sentimentalismo o con rimozione — vengono portati sotto la luce bianchissima della commedia, e in quella luce mostrano la loro forma reale: assurda, ridicola, inesorabile.

È questo, alla fine, il motivo per cui Vendo tiroide causa doppio regalo è un libro importante oltre che godibilissimo. Non perché abbia qualcosa da insegnare — Gori rifiuta esplicitamente qualunque funzione pedagogica —, ma perché allarga il campo di ciò che la letteratura italiana contemporanea sa fare con il registro comico. In un panorama dominato da romanzi intimisti che temono la risata e da libri comici che temono la profondità, Gori abita con naturalezza disarmante la zona di confine.

Certo, non è una lettura per tutti. Lo stile è denso, le associazioni sono spesso imprevedibili, alcune pagine richiedono una certa familiarità con l’immaginario pop italiano degli ultimi trent’anni. Ma per chi è disposto a seguirlo, il percorso è uno di quei rari casi in cui letteratura e divertimento coincidono senza che nessuno dei due debba scendere a compromessi.

Alessandro Gori Vendo tiroide causa doppio regalo recensione, Un libro che ride sul serio: la satira nera di Alessandro Gori raggiunge il suo apice

Vendo tiroide causa doppio regalo
di Alessandro Gori
Nottetempo, 2026 (252 pag.)

Exit mobile version