C’è una fotografia che la storia del rock non ha mai scattato. Un ragazzo magro, con una chitarra presa in prestito e tutte le sue cose stipate dentro la custodia dello strumento, che si presenta a un’audizione nel New Jersey nel febbraio del 1964. Si chiama Johnny Allen Hendrix, ha ventun anni, ha dormito per mesi nei posti più impensati, ha già visto topi camminare sul suo petto mentre cercava di dormire, e adesso è lì, davanti ai fratelli Isley, pronto a dimostrare di essere il chitarrista migliore del mondo. Lo è già. Non lo sa ancora nessuno.
Il Chitlin’ Circuit: l’università nera dell’America musicale
Per capire chi fosse Jimi Hendrix prima di essere Jimi Hendrix, bisogna capire cosa fosse il Chitlin’ Circuit. Era una rete di locali, teatri e sale da ballo — dal Teatro Apollo di Harlem fino alle juke joint del profondo Sud — dove i musicisti neri potevano esibirsi in un’America ancora duramente segregata. Un circuito parallelo, separato e spesso feroce, che aveva però la sua grandezza sotterranea: era lì che si forgiavano le voci e le chitarre che avrebbero poi cambiato la musica occidentale. B.B. King, Ray Charles, James Brown, Etta James: tutti erano passati per quei palchi fumosi, quei camerini senza riscaldamento, quelle strade percorse a bordo di bus sgangherati.
Hendrix arrivò al Circuit dopo il congedo dall’esercito nel 1962 — era stato paracadutista nella 101ª Divisione Aviotrasportata — e vi rimase per quasi tre anni, anni che raramente ha ricordato con affetto. «Riuscivamo a suonare dal vivo un paio di volte al mese, se andava bene», disse in un’intervista del 1967. «Dormivamo in quei palazzoni, era un inferno. I ratti ti camminavano sul petto, gli scarafaggi ti rubavano l’ultima caramella direttamente dalle tasche.» Non erano parole retoriche. Era la sua vita quotidiana.
Gli Isley Brothers: talento sfruttato negli scantinati
La svolta arrivò nella primavera del 1964, quando Ron Isley acconsentì ad ascoltarlo su segnalazione di un associato di Joe Tex. Hendrix si presentò all’audizione con tutto ciò che possedeva infilato in una custodia per chitarra altrimenti vuota, prese in prestito uno strumento e suonò le hit degli Isley come se le avesse scritte lui. Fu assunto sul posto. «Non aveva un posto dove andare», avrebbe ricordato Ernie Isley, «così si è fatto ospitare da mia madre.»
Ma la casa della madre degli Isley era un’eccezione, non la regola. Perché il Circuit aveva le sue leggi feroci, e una di queste era che l’ultimo della fila non dormiva in albergo con le star: dormiva dove capitava. Spesso capitava negli scantinati dei club dove si era appena esibito — ambienti umidi e bui, popolati da topi enormi e scarafaggi che sembravano conoscere il posto meglio di chiunque altro. Gli Isley esigevano da Hendrix i suoi migliori trucchi sul palco — suonare la chitarra con i denti, dietro la schiena, in ginocchio — e lui li eseguiva. Poi, finito lo show, i fratelli salivano in camera e lui scendeva in cantina. A un certo punto, Jimi decise che anche dormire per strada aveva più dignità di così: almeno i topi, in quel caso, erano solo una possibilità e non una certezza. Indossò il suo completo di mohair bianco, si allacciò le scarpe di vernice e se ne andò.
A marzo aveva comunque inciso con loro “Testify”, un singolo in due parti: sei minuti di gospel espanso, con i suoi riff di chitarra che battagliavano con la sezione di fiati in un modo che non assomigliava a nulla di ciò che gli Isley avevano pubblicato prima. Il brano non ottenne il successo sperato. E Jimi, stanco di suonare ogni sera negli stessi toni e negli stessi schemi — e di dormire tra i ratti — aveva già preso la sua decisione. Come avrebbe detto lui stesso: «Mi stufai di suonare sempre in fa, così restituii il mio completo di mohair bianco e le scarpe di vernice e tornai a suonare agli angoli delle strade.»
La grande carovana soul e l’autobus perduto a Kansas City
Qualche mese dopo, Hendrix si unì a una di quelle straordinarie carovane itineranti che percorrevano l’America nera a colpi di musica e sudore. Erano spettacoli di varietà ambulanti, con cartelloni che facevano tremare i palchi: Solomon Burke e Jackie Wilson, B.B. King e Sam Cooke, nomi che oggi campeggierebbero su qualsiasi festival internazionale. Jimi era l’ultimo della fila — il chitarrista di supporto senza nome, senza contratto, senza diritto a viaggiare sul bus degli artisti principali. Si arrangiava come poteva, saltando da un mezzo all’altro, dormendo dove trovava posto.
Fu a Kansas City che tutto si fermò. Rimasto senza soldi e senza un passaggio, perse l’autobus della carovana. Riuscì comunque a raggiungere Atlanta, ma ormai il convoglio era andato, dissolto nelle strade polverose del Sud. Ed è lì, in Georgia, che la storia prende una delle sue svolte più bizzarre e istruttive: perché ad Atlanta Jimi Hendrix incontrò Little Richard.
Little Richard e il teatro dell’ego
Little Richard era, come si dice, un vecchio volpone: riconobbe immediatamente il talento di Hendrix e lo assunse sul posto per farne il chitarrista degli Upsetters, la sua band di accompagnamento. Era un ingaggio ambito: Richard era una leggenda vivente, l’uomo che aveva inventato uno stile d’urlo e di piano che aveva influenzato i Beatles, i Rolling Stones, praticamente chiunque avesse mai tenuto un microfono in mano negli anni ’50. Ma era anche un personaggio di una vanità assoluta, totale, quasi cosmica — e le cose andarono bene soltanto finché Jimi non commise l’errore di presentarsi sul palco con una delle sue camicie più sgargianti.
Alla fine dello show, fu convocato nel camerino. Little Richard lo accolse con la solennità di un sovrano che pronuncia una sentenza: «Io sono Little Richard. Io sono il re del rock and rhythm. Io sono l’unico che si deve notare sul palco. Consegnami subito la tua camicia, oppure paga cinque dollari di multa.» Poi fu la volta dei capelli, che Jimi portava già lunghi e ribelli: «Devi tagliarli», ordinò Richard. Risposta di Hendrix: non per niente al mondo. Altri cinque dollari. Infine, uno sguardo ai piedi: lacci spaiati. «Cambiali.» Jimi non aveva altri lacci in valigia. Altri cinque dollari. Uscì dal locale con quindici dollari in meno nelle tasche e una chiarezza nuova in testa.
Il conflitto era, in fondo, quello tra due concezioni opposte del palcoscenico. Per Little Richard il palco era un trono, e uno solo poteva sederci. Per Hendrix era uno spazio di libertà assoluta, dove ogni dettaglio — la camicia, i capelli, persino i lacci — era parte di un linguaggio espressivo che non ammetteva censure. Due uragani non possono occupare lo stesso punto della mappa.
In quegli stessi mesi, a Los Angeles, Hendrix registrò con Richard il singolo “I Don’t Know What You Got (But It’s Got Me)”, scritto da Don Covay: un brano R&B che raggiunse il numero 12 nella classifica rhythm & blues — uno dei pochi lampi commerciali di quel periodo. Ma anche qui, la luce era quella di Richard. Hendrix era ancora nell’ombra, e ci restava controvoglia.
La rottura arrivò nell’estate del 1965. Hendrix non veniva pagato da cinque settimane e mezzo — circa mille dollari di arretrati. Il fratello di Little Richard, Robert Penniman, comunicò a Jimi che era licenziato. Dal canto suo, Hendrix scrisse al padre: «Non puoi vivere di promesse quando sei in tour, così ho dovuto tagliare quella storia.» Una frase che racchiude tutta la dignità silenziosa di un uomo che stava imparando, a caro prezzo, il valore di se stesso.
Quello che gli anni invisibili hanno costruito
Sarebbe sbagliato leggere questo periodo come tempo sprecato o umiliazione da dimenticare. Il Chitlin’ Circuit era, a modo suo, la più grande università del blues e del soul che l’America potesse offrire. Ogni sera sul palco — anche se il palco era un angolo sgombro di un locale semivuoto — era una lezione. Hendrix assorbiva tutto: i fraseggi di B.B. King, l’energia incendiaria di Little Richard, le armonie elaborate degli Isley. Stava costruendo un linguaggio che ancora non aveva nome.
Significativo è anche l’impatto che lasciò sui musicisti con cui suonò. Ernie Isley, il più giovane dei fratelli, rimase così segnato dallo stile di Hendrix da incorporarne l’eredità nella propria chitarra negli anni successivi — si sente chiaramente in brani come “Footsteps in the Dark” del 1977. Il seme che Jimi piantò in quel breve apprendistato germogliò per decenni.
Nel 1966, quando Chas Chandler — bassista degli Animals — lo vide esibirsi al Café Wha? di New York e decise di portarlo a Londra, Hendrix era già formato. Non aveva ancora un nome, non aveva ancora un pubblico, ma aveva qualcosa di più prezioso: aveva attraversato il fuoco del Circuit, era sopravvissuto ai topi, alle multe di Little Richard e ai lacci spaiati. Sapeva esattamente chi era. Mancava solo che il mondo lo scoprisse.
Da Jimmy James a Jimi Hendrix: il salto
A Londra tutto cambiò in pochi mesi. “Hey Joe” uscì nel dicembre del 1966 e raggiunse la top ten britannica. Poi “Purple Haze”, poi “The Wind Cries Mary”. Il mondo non era pronto, eppure Hendrix arrivò lo stesso, come un temporale estivo che nessun barometro aveva previsto. Quando salì sul palco del Monterey Pop Festival nel giugno del 1967 e diede fuoco alla sua chitarra, l’America capì finalmente ciò che il Chitlin’ Circuit aveva intuito anni prima, senza riuscire a trattenerlo.
Quegli anni di apprendistato — fatti di scantinati, multas, autobus perduti e promesse non mantenute — non erano stati la storia di un fallimento. Erano stati la gestazione silenziosa di un genio che aveva bisogno di bruciare lentamente prima di esplodere. Come disse una volta Jimi stesso, in una delle sue rare riflessioni sul passato: era sicuro che il suo destino fosse la musica. E aveva ragione. Aveva solo bisogno di tempo per diventarlo completamente.
Appassionata di musica, racconto storie, emozioni e tendenze che vibrano nel mondo sonoro di oggi. Attraverso interviste, recensioni e approfondimenti, esploro generi diversi, dal mainstream alle scene indipendenti, con uno sguardo attento ai talenti emergenti e alle icone della musica internazionale. Amo immergermi nelle note e nei testi per offrirne una lettura originale e coinvolgente, capace di raccontare non solo i brani, ma anche le storie dietro gli artisti e le influenze che plasmano le loro opere. Con uno stile fresco e appassionato, cerco di trasmettere al pubblico l’energia e la magia della musica, strumento di cultura, emozione e condivisione universale.
