Dalla polvere del tempo risorge un’opera che il Novecento aveva dimenticato: “La Rosiera” di Vittorio Gnecchi-Ruscone, un idillio tragico che racconta amori impossibili e destini segnati, torna a emozionare il pubblico il 26 gennaio 2026 nella Sala Grande del Conservatorio Giuseppe Verdi di Milano. Un ritorno che non è solo musica, ma memoria storica, rivalsa artistica e testamento di un compositore tradito dal suo tempo.
Quando la storia riscrive le sue ingiustizie
Vittorio Gnecchi-Ruscone nacque a Milano nel 1876 da una famiglia benestante, nipote di un industriale della seta. Studiò composizione privatamente con maestri di prestigio e nel 1903 completò “Cassandra”, la tragedia lirica che avrebbe segnato indelebilmente la sua carriera. Quando nel 1905 l’opera debuttò al Teatro Comunale di Bologna sotto la direzione di Arturo Toscanini, sembrò l’inizio di un percorso luminoso.
Ma la storia aveva in serbo un’ingiustizia che avrebbe perseguitato Gnecchi per tutta la vita. Nel 1909, dopo la prima dell'”Elektra” di Richard Strauss, il musicologo Giovanni Tebaldini pubblicò un articolo intitolato “Telepatia musicale”, sostenendo che Strauss potesse aver plagiato “Cassandra”, completata quattro anni prima del capolavoro straussiano. Le somiglianze erano innegabili, ma invece di difendere il compositore italiano, i teatri, per non offendere il celebre maestro tedesco, decisero di escludere “Cassandra” dalle loro programmazioni.
Nelle parole stesse di Gnecchi: “Per la musica, l’esecuzione è la vita. Un’opera non ha il respiro eterno di un dipinto: nascosta, è polvere”. E polvere divenne gran parte della sua produzione, mentre lui si rifugiava nel silenzio della sua villa di Verderio.
L’opera della rivalsa: un capolavoro nell’ombra
Proprio nel fatidico 1909, anno della polemica, Gnecchi aveva già completato “La Rosiera”. Un idillio tragico in tre atti su libretto di Carlo Zangarini, tratto dalla commedia “On ne badine pas avec l’amour” di Alfred de Musset. La trama intreccia sentimenti repressi e passioni fatali: il Barone di Salency sogna di unire il figlio Perdicano alla nipote Camilla, cresciuti insieme nell’infanzia. Ma Camilla, controllata dalla rigida governante Plüche, soffoca i propri sentimenti e guarda al convento come unica via d’uscita.
Intanto Rosetta, l’orfana sorella di latte di Camilla, viene incoronata “rosiera di giugno” dal popolo con una corona di rose bianche, simbolo di purezza e virtù. Quando Perdicano, respinto da Camilla, decide di corteggiare Rosetta, si innesca una spirale tragica: la giovane orfana, da sempre innamorata di lui, cede alle sue attenzioni. Ma Camilla li sorprende e, travolta dalla gelosia, confessa finalmente il proprio amore. Rosetta, ascoltando le promesse tra i due giovani, sceglie la morte nel giardino di rose, trasformando il simbolo della sua purezza in epitaffio della sua disperazione.
L’opera venne completata nel 1909 ma messa in scena solo nel febbraio del 1927 al Reussisches Theater di Gera, in Germania. L’Italia la vide soltanto nel 1931, al Teatro Verdi di Trieste, dopo anni di ostracismo. La stampa dell’epoca scrisse che la prima triestina fu destinata a diventare un evento di massima importanza artistica per stabilire se l’ostracismo italiano durato vent’anni fosse stato giustificato.
Il linguaggio musicale: wagnerismo e forma classica
Musicalmente, “La Rosiera” rappresenta una sintesi affascinante: l’opera intreccia armonie cromatiche di ascendenza wagneriana con forme classiche come ariosi, recitativi e interventi corali, costruendo un crescendo drammatico che attraversa registri lirici, elegiaci e tragici. È musica che respira, soffre e piange attraverso un’orchestra capace di evocare tanto l’innocenza dei campi fioriti quanto l’abisso della disperazione umana.
La passione di una donna per il repertorio dimenticato
A riportare in vita quest’opera oggi è Denia Mazzola Gavazzeni, soprano e fondatrice dell’Associazione Ab Harmoniae Onlus. Nel 1991 sposò il leggendario direttore d’orchestra Gianandrea Gavazzeni quando lei aveva 38 anni e lui 82. Un matrimonio che suscitò critiche e malizie, ma che fu soprattutto un’unione di intenti artistici. Gavazzeni morì il 5 febbraio 1996 a Bergamo, lasciando a Denia un’eredità non solo affettiva ma anche culturale.
Nel 2000 Mazzola Gavazzeni interpretò Clitemnestra nella “Cassandra” di Gnecchi al Festival Radio France et Montpellier, inaugurando un percorso di riscoperta del compositore milanese che culmina oggi con “La Rosiera”. La revisione musicale, firmata insieme al compositore Marco Iannelli, restituisce all’opera la sua potenza originaria.
Un evento che intreccia tre anniversari
La rappresentazione del 26 gennaio 2026 celebra tre ricorrenze significative: i 150 anni dalla nascita di Gnecchi-Ruscone (1876-2026), i 30 anni dalla scomparsa di Gianandrea Gavazzeni (1996-2026) e i 20 anni dalla fondazione di Ab Harmoniae Onlus (2006-2026). Un intreccio di date che trasforma l’evento in un atto di giustizia storica e memoria collettiva.
Sul palco del Conservatorio Verdi, Denia Mazzola Gavazzeni interpreterà Camilla, affiancata da un cast internazionale che include Yan Wang, Wonjung Kim, Elena Bresciani e Fulvio Ottelli. L’Orchestra Sinfonica Colli Morenici, diretta da Nicola Ferraresi, darà voce alle partiture. L’esecuzione sarà registrata dal vivo per l’etichetta Bongiovanni Bologna, garantendo che quest’opera non torni più nell’oblio.
La missione di Ab Harmoniae: dare voce ai dimenticati
L’evento si inserisce nella Stagione di Concerti 2025 di Serate Musicali di Milano e inaugura il fitto calendario 2026 di Ab Harmoniae, che proseguirà con produzioni come “Don Pasquale” di Donizetti, “Roberto Devereux”, “Un ballo in maschera” e “Il barbiere di Siviglia”. Una programmazione che conferma la missione dell’associazione: riportare alla luce il patrimonio operistico italiano dimenticato, offrire opportunità ai giovani talenti e mantenere viva la memoria di compositori che la storia ha ingiustamente marginalizzato.
Quando il sipario si alzerà il 26 gennaio, non sarà solo un’opera a tornare in vita. Sarà la voce di un compositore che il suo tempo non ha saputo ascoltare, il testamento di un’epoca che credeva nel potere redentore della musica, e la prova che alcune opere, come certe vite, meritano una seconda possibilità.
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