L’adattamento teatrale di “Perfetti Sconosciuti”, firmato e diretto da Paolo Genovese (lo stesso regista del film campione d’incassi del 2016), non è solo una brillante commedia drammatica sulle fragilità umane, ma si rivela anche un incisivo commento sulla vita contemporanea. Un’opera che, pur confinata in un unico, borghese salotto, riesce a esplorare il tema della digitalizzazione dell’intimità, la progressiva e forzata convivenza tra la sfera pubblica, privata e, soprattutto, segreta dell’individuo, mediata dal dispositivo tecnologico per eccellenza: lo smartphone.
Il salotto si trasforma in un condominio emotivo, un luogo di apparente vicinanza dove, in realtà, la solitudine e la pressione del giudizio sono amplificate dalla stretta prossimità. Sotto l’eclissi di luna che incombe sulla scena (un presagio cosmico), si nasconde un’ombra ben più terrena: la totale, benché inconsapevole, estraneità che intercorre tra i commensali. Il gioco proposto – depositare i cellulari al centro del tavolo e condividere pubblicamente ogni messaggio e telefonata in arrivo – trasforma il salotto in un microcosmo sociale denso di relazioni frenetiche, segreti nascosti e la costante minaccia di una rivelazione che può distruggere anni di presunta vicinanza.
La forza del testo, che rispetta fedelmente l’acclamata sceneggiatura originale, risiede nella sua capacità di aprire il Vaso di Pandora da cui emergono le contraddizioni della natura umana: l’amore, la lealtà e, soprattutto, il pregiudizio.
La drammaturgia teatrale, a differenza del film, a mio parere adotta un registro leggermente più comico, che tuttavia non ne sminuisce la profonda riflessione. Il pubblico ride, ma spesso lo fa delle disgrazie altrui, in un’immedesimazione che scivola progressivamente verso la riflessione più profonda.
La domanda inevitabile che rimane è: e tu, lo faresti questo gioco? Un interrogativo che, uscendo dal teatro, risuona nelle vite reali.
Il finale, con il celebre “sliding doors” che mostra come le cose sarebbero andate senza quel dannato gioco: l’eclissi è finita, i cellulari tornano in tasca, e tutti riprendono le loro vite con i segreti intatti. L’illusione di una serata tranquilla è ripristinata così come lo sono le convenzioni sociali che ci permettono di vivere fianco a fianco pur essendo “perfetti sconosciuti”.
“Perfetti Sconosciuti” a teatro non è solo l’adattamento di un film di successo, ma un’opera da manuale che analizza con chirurgica precisione l’antropologia delle relazioni nell’era digitale. È uno specchio che la società urbana non può ignorare, un invito a meditare sul sottile confine tra ciò che siamo e ciò che permettiamo agli altri di vedere, prima che quel piccolo dispositivo che teniamo in mano ci smascheri definitivamente.
Il cast, pur subendo l’inevitabile confronto con la versione cinematografica, mostra una notevole bravura per la sua coralità: non ci sono veri protagonisti, ma un ensemble di individui che, pur nella loro unicità, sono interscambiabili nell’alveo della fragilità umana esposta.
Un plauso dunque, per l’ottima recitazione, a Dino Abbrescia, Alice Bertini, Paolo Briguglia, Paolo Calabresi, Massimo De Lorenzo, Cristina Pellegrino e Valeria Solarino, che interpretano le quattro coppie di personaggi (gli attori sono 7, l’ottavo duplice personaggio Lucilla/Lucio è solo una voce al telefono) riuscendo a dare una vivace efficacia a un testo che descrive in modo completo le principali tipologie di relazione che esistono nella società contemporanea: è garantita l’identificazione dello spettatore in almeno uno dei personaggi o una delle dinamiche di coppia, amplificando l’impatto emotivo del gioco.
Le scene sono curate da Luigi Ferrigno, i costumi da Grazia Materia, le Luci da Fabrizio Lucci.
Avvertenza finale per il pubblico: la visione dello spettacolo può avere effetti collaterali e quindi se vi verrà “proposto” da parte della/del partner di replicare il gioco appena visto, beh … non ce bisogno che vi dica che la richiesta si configura come reato di violazione della privacy!

