#A Land Imagined. Il pardo d’oro fatto di sogni e denunce

Vincitore del Pardo d’oro al festival di Locarno e presentato in anteprima durante la rassegna “Le vie del cinema” in questi giorni attiva a Milano, A Land Imagined è il secondo film del regista singaporiano Yeo Siew Hua.

Wang, un solitario operaio edile proveniente dalla Cina, stringe un’amicizia virtuale con un misterioso giocatore, ma dopo un po’ scompare nei pressi di un’area di recupero a Singapore. Lok, un detective della polizia, si mette sulle sue tracce.

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Onirismo e impegno politico. A Land Imagined non è il giallo asiatico che ti aspetti. Ma attenzione, perché bollare il secondo lungometraggio di Yeo Siew Hua come prodotto profondamente originale e autentico sarebbe un errore. In debito con il primo Wong Kar-wai e con Lynch, ma anche con Noè e Refn, il singaporiano può per lo meno guardare il mondo del cinema e parlare dal suo interno, facendosi portatore di una nazione (città-stato), dicendo: “ci siamo anche noi!”.

Esserci e vincere a Locarno, raccontando un mondo “altro”, onirico anche lasciando perdere i sogni e le visioni, i neon e i viaggi spirituali nelle dimensioni video-ludiche.

Tanto, forse troppo si muove all’interno della pellicola di Yeo Siew Hua, quasi un guazzabuglio di temi difficilissimi da isolare dal contesto generale. La via da seguire in A Land Imagined è l’assoluta adesione onirica alle vicende che non richiedono grandi spiegazioni. Una matassa ingarbugliata che non va slegata, ma colta nel suo chiasso e nel suo clima dispersivo come in uno strano sogno. Eppure, quella strada scorretta e scomoda dell’interpretazione dobbiamo provare comunque a percorrerla, dando soddisfazione alla nostra malattia tutta occidentale di unificazione, di ricerca di una matrice e di sistemazione a blocchi.

Un operaio scompare nel nulla. Questo il primo filo che teniamo tra le mani, tirato fuori dal groviglio. Già qui si gioca tutta la dinamicità interna del film di Yeo Siew Hua, quasi come vero baricentro del profilmico. Scomparire in modalità misteriose è per un operaio immigrato a Singapore cosa non troppo assurda o onirica. Migliaia di operai accatastati in dormitori-topaie, bloccati dalle grandi industrie edilizie che per “sicurezza” trattengono passaporti e documenti, impedendo qualsivoglia tentativo di fuga o ammutinamento.

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Eppure la scomparsa di Wang sconvolge la vita del poliziotto Lok, un altro ma lo stesso, per tenere buone e sotto mano le parole di Borges. Un altro e lo stesso che comincia a sognare e a rivivere le stesse vicende dell’uomo scomparso, entrando in uno strano mondo che ha come soglia d’ingresso una saletta per videogiocatori notturni.

La dimensione del gioco-sogno è il secondo filo rosso, decisamente più confuso, e fa da cornice alla dimensione di critica sociale sparata a cartucce dall’autore asiatico. Delle cuffie da gamer, un gdr online e un utente sconosciuto a fare da contro altare mistico e invisibile. Le bizzarrie di A Land Imagined si appiattiscono sulla complessa unità di luogo e tempo dell’azione che riconduce fatti accaduti in passato e “accadenti” in un unico piano immanete, slegato dalla scia del razionalismo ingenuo dell’agente Lok.

Risolvere il caso allora richiede l’abitare il caso stesso, con tutte le domande senza risposta che trattiene e le sue incongruenze. Perdersi spiritualmente tra le spire di un’esistenza complessa e multiforme, faccettata come un diamante e riflettente come uno specchio d’acqua. Per tuffarsi e toccare la mano tesa dall’altra parte è necessario un esercizio dell’alterità, che attorniato dalle atmosfere più stravaganti e oniriche, conduce ad un ballo dionisiaco e sfrenato.

Rileggere l’intera trama di A Land Imagined utilizzando la nietzschiana dicotomia apollineo-dionisiaco è certamente un esercizio intellettualoide estraneo alla natura della pellicola che, al contrario, fa giacere la propria forza, così come le proprie esuberanze esose e leziose, in un unicum fatto di immagini, suoni e forze corporee. Un polpettone certamente, ma mai noioso e con qualche pretesa importante. Al di là degli strafalcioni, il vero peccato sarebbe stato non premiarlo.

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