#Frankenstein in una versione indie mai vista prima

Bernard Rose torna nelle sale italiane con un film ispirato all’opera immortale di Mary Shelley: Frankenstein.

I dottori Victor Frankenstein e sua moglie danno vita ad un essere composto in laboratorio. Almeno sulla premessa non ci sono tante discussioni da fare, è la solita storia che conosciamo già tutti. Dopo alcune complicazioni che devastano l’immagine della creatura, l’equipe decide di sopprimere Adam o Mostro, come si farà chiamare successivamente, scatenando la furia e poi la fuga del ragazzo dal corpo deturpato.

Mostro si ritrova così nel mondo, scoprendo a caro prezzo i modi e i costumi umani. Viene aiutato da Eddie, un senzatetto cieco che gli insegna a parlare e che fa da tramite verso la sua integrazione. Ma Adam possiede una forza smisurata, forza che non è in grado di gestire e che finisce per distruggere tutto ciò che lo circonda. Unico scopo della sua esistenza è ritrovare la donna che continua ad invocare lungo tutto il suo cammino, tutto ciò che ricorda con piacere del laboratorio: sua mamma.

Utilizziamo volutamente il termine “esistenza” perché l’ultima pellicola di Rose difende l’entità del mostro. Evitando complicazioni filosofiche, Adam è Adam, come scandirà a fine pellicola lo stesso protagonista. Sta al mondo accettare la sua creazione, un ente come un altro, qualcuno che pensa e prova emozioni anche se in un guscio poco convenzionale. Il film è macchiato da un continuo mormorio narrativo del protagonista che perde il suo fare macchinoso e quasi si mette a poetare, ribadendo il suo dire, pensare e vivere.

sostieni No#News e visita il nostro sponsor

Bernard Rose torna ad un genere che, al contrario del suo celebre Candyman, difficilmente definiamo horror. Cosa più importante rientra in quel cinema indipendente fatto con passione e pazienza. Il regista si è dedicato anche al montaggio, alla fotografia e alla sceneggiatura per dare alla luce questa pellicola.

Frankenstein non è un film senza problemi tuttavia, sbavato in diversi punti. La prima parte è riassumibile in un via vai di barelle, aghi, iniezioni e grugniti. Seguendo il mostro all’esterno delle fredde stanze dei laboratori abbiamo l’impressione di correre per poi fermarci all’improvviso su istanti che durano più di quanto dovrebbero. Il film perde il senso del tempo in modo evidente. Le scene di violenza, quelle fatte bene, si fanno apprezzare. Le restanti o quelle che possiamo definire come eccessi d’emozione della creatura non sanno rendere giustizia per nulla. Il finale evocativo, drammatico e liberatorio è una forzatura che fa arricciare il naso anche allo spettatore più ingenuo. Non riusciamo a credere a tutti gli svolgimenti ma a fine film abbiamo ormai fatto il callo alla questione più evidente: Rose fa un po’ come gli pare.

Xavier Samuel impersona bene il suo mostro solo finché non lo conduce nel cliché, con le due braccia tese in avanti degne di quella tradizione che un film indie come questo dovrebbe scrollarsi di dosso. Nulla da ridire sul cieco personaggio che accompagna Adam, decisamente un tocco di colore necessario per tenere poco più alto il livello di originalità della sceneggiatura.

Frankestein è una buona idea, coraggiosa e forse un po’ testarda come ogni pellicola indipendente. Prova a dare una veste nuova alla storica trama della Shelley e ci riesce (bene) solo qualche volta.