#Le confessioni: silenzio e potere

Torna il regista di “Viva la libertà” e “Sotto falso nome” dopo tre anni di assenza. Le confessioni, il suo ultimo film riempito con un cast d’eccezione, è un dramma che indossa le vesti di un giallo risolto fin dall’inizio.

Andò ci trascina in Germania dove, in un lussuoso albergo, è stato organizzato un G8 con gli esponenti delle nazioni che detengono il potere economico, arricchito con le presenze del direttore del fondo monetario internazionale, una scrittrice di successo, una rock star e un monaco italiano, Roberto Salus. Quest’ultima figura mistica, distaccata ma dalla percepibile bontà, è direttamente coinvolta in un avvenimento drammatico all’interno dell’albergo. Il monaco certosino, votato al silenzio, celerà agli altri ciò che sa per via della sacralità della confessione, inimicandosi i rappresentanti degli stati maggiori per via delle segrete manovre economiche da tenere nascoste, disastrose per i paesi in via di sviluppo, di cui il monaco è a conoscenza.

La regia di Andò questa volta è rilassata, elegante, monastica. La fotografia limpida, perlacea e acquosa sottolinea la sterilità, umanamente parlando, dei personaggi che animano la pellicola. Tornano i temi ricorrenti di Andò:il silenzio e il potere. Distinti ma in qualche modo intrecciati. Ogni personaggio del film nasconde qualcosa, omette agli altri e sopratutto a se stesso. Il monaco, interpretato da un eccellente Toni Servillo, è la confessione stessa, la redenzione che richiede tuttavia qualcosa in cambio. Personaggio chiave della pellicola è il direttore francese Daniel Rochè, figura emblematica, dinamica, sempre diviso tra la fermezza dell’uomo che detiene il potere e la fragilità di chi si rende conto di ciò che ha attorno, della sterilità della propria vita, della finitezza dell’esistenza. Il film non gli lascia tuttavia speranza. Per Rochè vince il potere, dunque resta il silenzio.

Un giallo dell’inazione che fa stupire per quanto riesca ad essere dinamico, nonostante il continuo silenzio tenuto da tutti. Un giallo in cui non c’è proprio nulla da scoprire. La linearità e la chiarezza delle dinamiche non lasciano spazio alle conclusioni investigative. I castelli costruiti in aria dall’economia, dalle vuote formule matematiche e dalla meschinità di chi ne fa uso vanno semplicemente scoperti da quel telo bianco ma sfilacciato che nasconde tutto.

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Coraggiosa è la scelta registica sul finale. Andò trasporta la sua pellicola su una nota mistica, una serie di piccoli miracoli compiuti dal monaco su cui ci si può liberamente interrogare, forse evitabili, ma certamente originali. Qualche volta didascalico, a tratti inchioda e frena infangandosi in sequenze più lunghe del dovuto, del tutto evitabili. Un film di qualità comunque, che ricorda per le dinamiche Todo Modo di Elio Petri. Senza fare scale di gradimento o classifiche, Andò si riconferma un ottimo rappresentante del cinema italiano contemporaneo.