#Planetarium: Filmare fantasmi è complesso e pericoloso
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Firmato dalla regista Rebecca Zlotowski, con Natalie Portman e Lily-Rose Depp, Planetarium è stato presentato a Venezia fuori concorso e vi aspetta al cinema il 13 aprile.

Alla fine degli anni 30 Laura e Kate Barlow, due sorelle americane che praticano sedute spiritiche, giungono a Parigi per il tour di spettacoli. Incontrano André Korben, un produttore cinematografico visionario e controverso con cui stipulano un contratto. Il desiderio di Korben è riuscire ad imprimere sulla pellicola un fantasma vero, senza alcun effetto speciale. Ma Korben nasconde segreti e desideri più oscuri. 

Planetarium è una giostra che stanca presto, invitante solo per i primi dieci minuti grazie ai giochi di luci, i sussurrii malinconici che ricordano tanto il cinema di Malik e soprattutto per il fascino della Portman, una stella offerta in un unico piatto assieme ad un minestrone indistinguibile di sapori (Garrel fa finta d’esserci davvero, forse il fantasma è lui).

Se di fantasmi parliamo, l’unico su cui è possibile dire qualcosa è proprio la trama del film su cui la sceneggiatura si è incespicata e aggrovigliata senza riuscire a dar luce all’ottima regia, unica sostanza sufficiente dell’intero progetto. E questo fantasma siamo noi a cercarlo, noi medium che adoriamo riavvolgere i fili, anche nei labirinti più oscuri. Seppure buoni medium, il fantasma che è Planetarium non si lascerà scorgere neanche per un momento. Questo per una sconcertante e palpabile ragione: non esiste. 

Si passa dalla traccia paranormale a quella introspettiva di una donna catapultata nel mondo del cinema, per poi tornare ancora sul filo rosso delle entità immateriali e finire a parlare di malattia, incomprensione e morte. Poi c’è l’amore, l’ossessione di un uomo che ricerca se stesso nel paranormale, il luccichio di una verità vivente in altre dimensioni. Un guazzabuglio che sciupa il suo apparire in una irragionevole svolta narrativa che salta fuori solo dopo un oretta circa, immergendoci in una serie di attese fini a se stesse che al termine della proiezione avranno consumato la vostra pazienza così come la vostra schiena annichilita sul sedile; un tutto che porta ad una conclusione che non può bastare. 

Troppe volte siamo costretti a chiederci: ma questa scena era necessaria? Quasi sempre finiremo per rispondere con un secco ed annoiato “no”. Qui non c’è da venirne fuori con l’attesa che schiude il senso motore della pellicola. Semplicemente si è voluto filmare qualcosa di originale ed innovativo che deve fare i conti con la fredda e dura realtà. Si può anche provare ad estrapolare un qualche concetto meta-cinematografico interessante: “Un film fantoccio non sarà mai bello come il leggero, sofisticato e ricercato senso di realtà che il cinema è in grado di imprimere sulla pellicola”. Uno schiaffo critico nei confronti del cinema pomposo, truccato e rumoroso. Ma per quanto interessante tutto ciò possa essere, non ce ne vorrà la signora Zlotowski, restano delle funi fluttuanti nel nulla cui ci si può anche agganciare, ma senza attribuire alcun merito a chi ha messo mano sul progetto.

Giustificare il non riuscito con un viaggio nell’inconscio i cui significati si disvelano per poi celarsi ancora è un po’ come nascondersi dietro il proprio dito. Resta la bellezza delle immagini di cui la Portman si fa centro gravitazionale, la buona tecnica registica e l’atmosfera mistica e fuligginosa che non ha saputo posarsi su nulla di concreto.

Insomma, va bene fare i segugi, ma dove non c’è nulla da fiutare si rischia di girare su se stessi, cosa che Planteraium fa ingenuamente dall’inizio alla fine.