“Trafficante di virus”: un film fatto da donne per sole donne?

Trafficante di virus” è un film della regista Costanza Quatriglio, co-scritto dalla stessa con Francesca Archibugi e interpretato da Anna Foglietta. Nel cast vi sono anche interpreti inglesi del calibro di Michael Rodgers.


Il film-evento, tratto dal libro autobiografico “Io. Trafficante di virus” della virologa Ilaria Capua, sarà distribuito da Medusa Film e presente nelle sale per soli tre giorni: 29 e 30 novembre e 1 dicembre.

Recensione di "Trafficante di virus" di Costanza Quatriglio, “Trafficante di virus”: un film fatto da donne per sole donne?

La protagonista della storia è Irene Colli, una ricercatrice che lavora in un istituto zooprofilattico dove studia, assieme a un team di giovani ricercatori, i più pericolosi agenti patogeni al mondo: esseri minuscoli ma dal forte “potenziale”, cioè quello di “saltare” in altre specie, per esempio quella umana.

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Vi dice qualcosa? In effetti, guardando il film, chiunque si sentirà tirare le somme della sua stessa vita, per quanto poco abbia in comune con Irene Colli. Da oltre un anno e mezzo, infatti, tutta l’umanità è stata travolta da un infimo essere – denominato poi ufficialmente “Sars-Cov-2” – che inizialmente si è detto provenire dai pipistrelli.

Tornando alla nostra ricercatrice, bella ma soprattutto tenace, Irene verrà coinvolta in un clamoroso caso giudiziario che la accusa di un presunto business di virus, a detta del tribunale prestati dalla medesima alle aziende farmaceutiche per trarne dei vaccini. Una svolta che non le impedirà di perdere la fiducia in sé stessa, nonostante lei sia sempre stata una donna determinata.

Con una carriera quasi ventennale alle spalle, Costanza Quatriglio intercetta, in questo suo ultimo progetto, i disagi di una donna forte e per questo motivo invidiata da tante persone: una donna che per prima ha reso accessibili al mondo intero le sue ricerche sull’influenza aviaria – ben prima del Covid altre epidemie gravi avevano fatto tremare tutti i governi mondiali. “Oggi che viviamo il tempo della pandemia – dice infatti la regista – il film ha il sapore del presagio“, dove l’unica ad essere “esposta, nuda, il cui corpo sembra quasi sotto il vetrino di un microscopio” è lei, l’implacabile Irene Colli trafficante di virus.

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La scienziata pensa sempre al suo lavoro: i suoi successi, e anche i suoi insuccessi, sono tutto quello che il suo lavoro può offrirle di meglio. Non saranno tanto partner né la figlia a renderla pienamente soddisfatta, quanto il laboratorio e i suoi cari amici patogeni.

La scelta di rendere totalizzante il suo mestiere, al punto da essere l’unico elemento a contraddistinguere la sua persona (e personalità) cela, tuttavia, un messaggio che punto verso un luogo comune, quello per cui non c’è niente che possa fermare una mente intraprendente, specie se è nel corpo di una donna. Avere infatti optato per una recitazione eccessivamente sentimentale, che strizza un po’ troppo l’occhio alle soap opera, e per una idealizzazione dell’ambizione professionale, ha posto l’evoluzione caratteriale della protagonista nettamente in secondo piano. Pertanto, tra figure maschili di contorno, quasi timorose di emergere o intralciare le decisioni di questa leonessa testarda, e un’impersonale successione di eventi asincrona, le due autrici sembrano suggerire che non puoi essere anche una madre sempre presente, se lavori “tanto”.

Sappiamo bene, invece, quanto questo pensiero abbia perso linfa alla luce di storie di tantissimi genitori che sanno perfettamente conciliare entrambe le cose.

Infine, l’unico nome del cast artistico che sembra essersi calato veramente nei panni del proprio personaggio (un giornalista), senza per questo credersi tale, è Paolo Calabresi, che in molti ricorderanno non a torto come l’eterno “Biascica” della serie televisiva  Boris.

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Per essere, insomma, il resoconto di una delle più affascinanti carriere di una donna contemporanea, “Trafficante di virus” avrebbe potuto essere più emozionante, più coerente, e meno “documentaristico”. Fermo restando che è pur sempre apprezzabile l’elegante sforzo della Foglietta di adattarsi a così tanti momenti contrapposti, come se un’unica donna si fosse divisa in quattro corpi diversi, lingua inglese inclusa.