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Alcova apre le porte di Villa Pestarini e l’Ospedale Militare di Baggio per la Milano Design Week

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C’è una casa che nessuno ha mai visitato. Progettata alla fine degli anni Trenta, custodita per quasi novant’anni dalla stessa famiglia che l’ha abitata, Villa Pestarini è rimasta uno dei segreti meglio conservati di Milano. Un volume bianco, rigoroso, immerso nel verde di un isolotto urbano tra Piazza Tripoli e la circonvallazione esterna. L’ha disegnata Franco Albini, uno dei maestri assoluti del razionalismo italiano, come residenza privata — e come tale è rimasta, lontana dagli occhi del pubblico, fino ad oggi. Dal 20 al 26 aprile 2026, in occasione della Milano Design Week, quella porta si apre per la prima volta. Ed è Alcova a farlo, con la sua undicesima edizione.

Una villa razionalista che vede la luce per la prima volta

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Le facciate in vetrocemento, la scala in marmo a pedata bassa, gli arredi pensati su misura, le partizioni scorrevoli e le ampie finestre affacciate sul giardino: tutti gli elementi che compongono Villa Pestarini sono rimasti intatti, esattamente come Albini li aveva immaginati. Un miracolo di conservazione raro nel panorama delle residenze private italiane. Entrare qui significa fare un passo dentro la storia dell’architettura moderna, non dentro una ricostruzione museale ma dentro uno spazio ancora vivo, respirante, abitato dalla memoria dei suoi materiali.

È in questo contesto che Patricia Urquiola, con Cassina e Haworth, ha concepito un’installazione che dialoga con l’eredità albiniana senza sovrastarla. Il progetto prende avvio da pezzi iconici come la libreria Veliero e la poltrona Luisa, disegnate da Albini e prodotte in esclusiva da Cassina, rileggendo elementi architettonici come la storica vetrata. Non una mostra di oggetti, ma un’attivazione dello spazio: il presente che si confronta con il passato senza paura (accesso esclusivamente tramite accredito e prenotazione anticipata dello slot orario).

Altrettanto significativa è la presenza di Luisa Castiglioni, architetta che iniziò la propria carriera proprio come assistente di Albini. Attraverso Boccamonte, iniziativa con sede in Liguria in una delle case progettate da Castiglioni negli anni Cinquanta, il suo lavoro viene riletto e inserito in una narrazione più ampia sul modernismo italiano. Un cerchio che si chiude, una genealogia che si fa visibile.

La materia come linguaggio progettuale

Attorno a questo nucleo storico, la ricerca si articola in una riflessione profonda e concreta sui materiali. La designer greca Kiki Goti presenta una collezione di arredi e luci in marmo prodotta da Marble Sachanas, in dialogo con Saridis of Athens, immaginando uno spazio di lavoro filtrato attraverso l’eredità culturale greca. La maison tessile parigina Issé debutta con la sua prima collaborazione con l’architetta Sophie Dries, esplorando il potenziale spaziale delle fibre vegetali grezze. Il collettivo giapponese AtMa Inc trasforma materiali di scarto in un sistema di arredi dove il giunto diventa elemento strutturale e narrativo, mentre Around the Studio, da Tbilisi, rilegge materiali vernacolari georgiani in chiave di design contemporaneo. Approcci geograficamente lontanissimi che convergono verso una stessa intuizione: il progetto nasce dalla materia, dalle sue resistenze e dalle sue possibilità.

L’ex ospedale militare di Baggio: una città nella città

Se Villa Pestarini è intimità e precisione, l’Ospedale Militare di Baggio è espansione e stratificazione. Costruito tra il 1928 e il 1931, il complesso nasce in risposta alla necessità di trasferire la storica struttura per feriti e malati dai chiostri adiacenti alla Basilica di Sant’Ambrogio, nel cuore di Milano. Oggi è un paesaggio ibrido, dove l’architettura istituzionale e la natura si sono progressivamente intrecciate, generando un ambiente che sfugge a qualsiasi categorizzazione semplice.

Quest’anno la manifestazione ha messo al centro la Chiesa di San Martino, che con la sua facciata neoclassica, gli interni in marmo e legno e le pareti affrescate sembra ferma al momento in cui offriva rifugio spirituale a soldati, medici, infermieri e civili del vicino ospedale militare. Direttamente collegata alla chiesa si trova la Canonica, dove risiedeva il sacerdote: uno degli edifici più recenti del complesso e mai aperto al pubblico prima d’ora (accesso a pagamento). Insieme a un archivio storico anch’esso inedito, questi spazi amplificano il carattere labirintico e rivelatorio di un percorso che cambia ritmo ad ogni svolta.

Le scuole internazionali e il futuro del design in scena a Baggio

All’ospedale, il contributo delle istituzioni accademiche è determinante. Per la prima volta ad Alcova, la AA School of Architecture di Londra presenta un padiglione sperimentale e una selezione di lavori all’interno della Lavanderia, condividendo lo spazio con Umprum, l’Academy of Arts, Architecture and Design di Praga. La Design Academy Eindhoven anima la Cucina, mentre HEAD Genève occupa il Tempio. Non studenti in esposizione, ma laboratori di pensiero che portano dentro Alcova modelli alternativi di produzione e sperimentazione.

Prosegue la collaborazione con Older, studio milanese attivo tra moda e product design, che firma un nuovo pop-up al Tempio e le iconiche uniformi dello staff di Alcova. Mutina cura l’area food & beverage con un banco scultoreo rivestito da una collezione di piastrelle disegnata da Ronan ed Erwan Bouroullec. E quando cala la sera, un imponente hangar industriale dell’ex ospedale viene trasformato, per quattro serate, in un club dedicato al design: uno spazio site-specific firmato da Ugo Cacciatori per Henge, dove architettura e suono si amplificano a vicenda.

Alcova e il metodo di una piattaforma che cambia sempre pelle

Alcova è la piattaforma dedicata al design fondata da Joseph Grima e Valentina Ciuffi. Dal 2018, ogni edizione ha scelto luoghi abbandonati, dimenticati o semplicemente inaccessibili — ex macelli, ville nobiliari, complessi industriali — trasformandoli in scenari per il design di ricerca. Il metodo è sempre lo stesso: non costruire una fiera, ma abitare temporaneamente uno spazio carico di storia, lasciando che i progetti entrino in conversazione con l’architettura che li ospita. Il risultato è una forma di curatela che sfida l’idea stessa di mostra. Oltre 131 espositori internazionali, tra aziende affermate, designer indipendenti e scuole di design, sono chiamati a confrontarsi con contesti che amplificano il senso dei progetti ospitati.

Quest’anno, per accedere a entrambe le sedi, è necessario acquistare un biglietto. Villa Pestarini richiede anche la prenotazione dello slot orario, data la capacità limitata dello spazio. Una scelta che trasforma la visita in qualcosa di più simile a un evento che a una passeggiata: un appuntamento con due luoghi che Milano non aveva mai mostrato prima, e che forse non mostrerà di nuovo tanto presto.

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