#Enzo Gentile ci racconta l’ultimo mese di vita di Jimi Hendrix

È uscito il 23 luglio 2020 in libreria e in digitale “THE STORY OF LIFE” GLI ULTIMI GIORNI DI JIMI HENDRIX scritto da Enzo Gentile e Roberto Crema per Baldini & Castoldi.

Abbiamo approfittato di questa occasione per una piacevole chiacchierata con Enzo Gentile, giornalista e docente universitario. Hendrixiano da sempre, a partire dalla  sua ultima pubblicazione, ci fa scoprire il la semplicità e l’estrema curiosità sperimentale di un artista che, scomparso a soli 28 anni il 18 settembre 1970, ha lasciato dietro di se una notevole eredità artistica e tanti progetti incompiuti.

Questo è il quarto libro che pubblica su Hendrix, ma a differenza degli altri questo lavoro tratta l’ultimo mese di vita dell’artista. Affrontare una parte così intima del personaggio l’ha coinvolta maggiormente a livello emotivo?

Io e Roberto Crema, al mio fianco anche nella precedente pubblicazione riguardante il tour Italiano di Hendrix del 1968, siamo appassionati da allora e ci piace poter dedicare del tempo alla vita dell’artista che più abbiamo amato, pensando che ci siano ancora cose da raccontare.

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Tante sono state le pubblicazioni riguardo la sua vita, la sua discografia e quelle che elogiano la sua bravura sul palcoscenico.

Con questo lavoro abbiamo posto una lente di ingrandimento su questo periodo ristretto dove parliamo del funerale e della lotta per l’eredità. Spingendoci così oltre andiamo a colmare una lacuna, vogliamo mettere un mattoncino di verità su quel muro che è stato spesso eretto su fake news, con molte speculazioni e con autentiche bugie. Spesso anche in tempi recenti quando si parla di Hendrix lo si associa al mondo della droga come se ne fosse una vittima. Questo non fu assolutamente vero e nel libro pubblichiamo anche dati riguardanti l’autopsia da cui si ricava una realtà lontana da quella delle maldicenze generali… Perciò il coinvolgimento è sempre lo stesso quando ci si avvicina con passione a un lavoro.

 

Troppo spesso gli artisti vengono associati al mondo degli stupefacenti, ma lo studio e la pratica sullo strumento richiedono lucidità e disciplina. Anche per Hendrix la fama dell’ “artista maledetto” ha distolto l’attenzione da questo aspetto?

 Negli anni ’60 il rapporto con LSD e con droghe più o meno del genere era molto comune. Attraversava tipi di musica diversi – non solo il rock sperimentale a cui fa riferimento il suono di Hendrix – ma al di là di usi e abusi faceva parte di una cultura di conoscenza e di esplorazione interiore dell’individuo.

Negli anni ‘70 e ‘80 la droga prenderà piede. Nel mondo dello spettacolo è un ingrediente che è stato sicuramente presente, ma non so se per Hendrix o per altri l’uso di sostanze sia stato indirizzato alla produzione musicale; quello che so per certo è che non basta l’assunzione di droga per creare dischi capolavoro o concerti indimenticabili.

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Credo che la parentesi “maledetta” del rock sia stata una speculazione giornalistica, culturale o del potere che aveva interesse nel dipingere come “diabolico” o “mortale” un certo tipo di approccio artistico.

Non esistono dati che dimostrano legami tra ciò che un individuo assume e la musica che ne viene prodotta; per quanto riguarda Hendrix credo sia stato un gesto “divino” a premiarlo.

 

Lei è anche un docente universitario: quanto è importante far conoscere alle giovani generazioni di musicisti e non, la vita di un grande mito e artista come Jimi Hendrix?

Con il corso di Storia della musica pop-rock che teniamo all’Università Cattolica, nell’ambito del master in Comunicazione, tentiamo di introdurre gli studenti alla professione musicale da diversi punti di vista. Per quanto mi riguarda, facendo il giornalista e avendo fatto tanta radio e comunicazione, mi piace poter portar loro una serie di documenti e rappresentazioni che riguardano il mondo della musica. Come la storia dall’inizio del rock‘n’roll fino ai giorni nostri, centrando soprattutto il periodo rimasto più “oscuro”; se parliamo di artisti come Madonna o i Coldplay, tutti possiamo risalire ai loro video o alle loro vicende professionali. Ma se parliamo degli albori del rock‘n’roll, del blues, di manifestazioni degli anni ’50 o ’60 c’è molto di più da raccontare.

Il fatto di essere giovani è relativo, questo tipo di istruzione credo possa essere rivolta anche ad un pubblico adulto; avere una platea di persone che non ha approfondito la materia diventa stimolante anche per chi insegna, per chi racconta.

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Al funerale di Hendrix partecipò anche Miles Davis, che non era solito farsi vedere in pubblico quando non era sul palco. Davis ha cambiato più volte il corso della musica e credo sentisse molto vicino il talento di Hendrix. La morte del grande chitarrista ha portato a una “mancata” collaborazione con Miles: ha qualche aneddoto a riguardo?

 Sappiamo che Miles Davis aveva una grandissima ammirazione per la musica e la tecnica di Hendrix. Durante il suo periodo elettrico chiamò a sé il chitarrista John McLaughlin che aveva lo stesso produttore di Hendrix.

Sicuramente Jimi amava un certo jazz elettrico, una certa visione musicale, spesso nominava Roland Kirk e John Coltrane tra le sue massime ispirazioni musicali.

La strada di Hendrix sembrava stesse convergendo verso quello stile, non sapeva leggere la musica, ma aveva già preso contatti ed appuntamenti a New York per studiare, per frequentare delle lezioni così da poter imparare i rudimenti della lettura musicale in previsione di un salto di qualità personale.

Si può ipotizzare che la collaborazione con Davis sarebbe piaciuta a tutti.

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Quanto i musicisti intorno ad Hendrix hanno contribuito alla costruzione del suo stile personale? Spesso quando si parla di grandi artisti questo aspetto non viene preso in considerazione.

Jimi è stato un personaggio generoso, aveva sempre voglia di suonare con tutti. Sappiamo che quando venne a Roma, dopo il concerto al Teatro Brancaccio, volle andare in un locale e si mise a suonare con dei ragazzi del luogo in maniera assolutamente spontanea e naturale.

La sera prima di morire passò in un club dove suonò in una Jam Session improvvisata con i War di Eric Burdon. La sua sete di musica

era implacabile e nel corso della sua vita sappiamo di tante collaborazioni; alcune andate in porto, alcune registrate ed altre semplicemente rimaste tra le mura di una stanza o di un club per puro divertimento.

L’evoluzione della sua musica gli avrebbe portato nuove conoscenze, nuove ipotesi. Stava elaborando nuove idee, scrivendo nuove canzoni molto diverse da quelle dei suoi primi album, diverse da Purple Haze e dai suoi successi più conclamati perché la sua grande tecnica musicale e la grande fantasia che lo animava, passavano attraverso nuovi suoni, suggestioni ed invenzioni che gli avrebbero dato ancora molto spazio sulla scena.

 

Una domanda da suonatore di tamburi: il batterista credo abbia un ruolo importante e determinante per il suono di una band, preferisce l’approccio “Jazzy” di Mitch Mitchell che col suo stile apriva un dialogo tra i musicisti o quello di Buddy Miles che aveva un suono più potente, molto più funk e ballabile?

Con Buddy Miles la collaborazione fu più breve, durò solo qualche mese e la più grande testimonianza è l’album Band of Gypsys, un album live registrato tra il dicembre 1969 ed il gennaio 1970, ultimo lavoro discografico ufficiale di Hendrix uscito il 25 marzo del 1970.

Jimi aveva già pronto un nuovo disco che si intitolerà The Cry of love. Uscirà dopo la sua morte e non sappiamo quante delle sue rifiniture vi siano all’interno della pubblicazione.

Con Buddy Miles ha condiviso quindi l’ultima parte della sua vita; Buddy era più votato al Funk, al Soul, alle sonorità più ruvide, potenti e fisiche.

Invece Mitch Mitchell realizzò con gli Experience un vero e proprio miracolo. Permise a tre ragazzi che non si conoscevano – tra l’altro Noel Redding era un chitarrista e non un bassista – di avere un’alchimia, una fusione magica che consentì la creazione di opere meravigliose che registrarono su di un quattro piste; per l’epoca è stato un salto nel futuro, ma era solo il 1967.

Mitchell creava un’intesa straordinaria sia in studio che dal vivo, aveva una personalità differente da Buddy Miles, ma entrambi hanno espresso una bellissima alleanza con Jimi.

 

Jimi Hendrix sognava di organizzare una Jam Session con musicisti provenienti da ogni parte del mondo, chi avrebbe chiamato secondo lei?

In Electric Ladyland chiamò Steve Winwood dei Classic, una band che ho amato molto. La fantasia ci permette di spaziare tantissimo e avrei tanto voluto sentirlo affiancato da una sezione fiati; sono sicuro che Jimi aveva già idea di farlo.

Dalle session sparse che abbiamo trovato, abbiamo sempre riscontrato la voglia di divertirsi e di sperimentare di Hendrix, aveva una sete di novità e di conoscenza. La sua vita è sempre stata giocata su questo fronte e noi cerchiamo di raccontarlo anche nell’ultima fase del suo percorso. Il suo ultimo concerto è stato il 6 settembre 1970 ed aveva davanti ancora dodici giorni in cui un po’ si riposa, fa programmi, scrive di eventi futuri e conduce la vita di una persona normale. Era esausto, stanco per l’intensità dei tour trascorsi, ma non era per niente domo, avrebbe cavato dal cilindro altra musica meravigliosa ed importante.

In questo senso più che convocare avrebbe avuto il piacere di unirsi a nuovi musicisti, si sarebbe sicuramente spinto oltre oceano forse in Africa per arricchire il suo spirito e la sua musica.

 

Ci auguriamo lo stia facendo ora, ovunque lui si trovi!

Probabilmente lo starà facendo.

 

Per capire e sondare la parabola di Jimi Hendrix nell’ultimo periodo della sua vita, gli autori del libro si sono affidati alle fonti più attendibili: documenti, riviste, giornali dell’epoca, selezionando le interviste più interessanti rilasciate in quei giorni e ascoltando le persone che ne avevano condiviso il palco, le trasferte ma anche il tempo libero.

Ne esce un racconto che vuole ricostruire, minuziosamente, gli spostamenti, gli incontri, i viaggi, le esibizioni, la quotidianità privata e quella professionale di un artista magistrale, il massimo innovatore nel campo della chitarra rock.

Il libro è impreziosito inoltre da un ricco inserto fotografico di 40 pagine, con alcuni scatti inediti e comprende un ampio resoconto sulla battaglia legale per l’eredità, per chiudersi con una serie di contributi e testimonianze di personaggi che hanno da raccontare, in esclusiva, il loro punto di vista.