Immaginate di trovarvi su un tetto antico nella città murata di Lahore, un mattino di febbraio, quando l’aria porta ancora il ricordo dell’inverno ma il sole promette già qualcosa di nuovo. All’improvviso, uno dopo l’altro, come petali lanciati nel vento, centinaia di aquiloni si alzano verso il cielo. Rossi, gialli, blu, verdi. Il grido “Bo Kata!” — “L’ho tagliato!” — risuona da ogni angolo, da ogni tetto, da ogni vicolo della città. È il Basant, il festival della primavera del Punjab, e dopo quasi vent’anni di silenzio, è tornato.
Basant 2026: il ritorno di un festival dopo due decenni di divieto
Nelle prime ore del 6 febbraio 2026, Lahore si è svegliata diversa. Non per un fatto straordinario di cronaca, non per una dichiarazione politica, ma per qualcosa di più antico e più profondo: il cielo sopra la città si è riempito di aquiloni per la prima volta dal 2007. Il governo del Punjab, guidato dalla Chief Minister Maryam Nawaz, aveva revocato il divieto che per quasi due decenni aveva tenuto il Basant prigioniero di normative e controversie. Le celebrazioni si sono svolte dal 6 all’8 febbraio con regole precise, ma con un’emozione collettiva che nessun decreto avrebbe potuto arginare.
Per una generazione intera di lahoriti, cresciuti senza mai aver partecipato al festival, il Basant 2026 è stato qualcosa di simile a un rito di passaggio postumo. Giornalisti di Al Jazeera hanno raccontato di giovani che, per la prima volta in vita loro, non sapevano come tenere un aquilone in mano — gesti che le generazioni precedenti avevano imparato da bambini, con la stessa naturalezza con cui si impara a leggere.
Le origini antiche del festival e il suo radicamento nel Punjab
La parola “Basant” deriva dal sanscrito “Vasant”, che significa semplicemente primavera. Le sue radici affondano nell’agricoltura, nella ciclicità delle stagioni, in quel momento preciso in cui i campi di senape del Punjab si coprono di fiori gialli accecanti e l’aria cambia sapore. Tradizionalmente, secondo il calendario punjabi, il festival cade il quinto giorno del mese di Magh — corrispondente a fine gennaio o inizio febbraio — e coincide con la ricorrenza induista del Vasant Panchami, che onora Saraswati, dea della conoscenza, della musica e delle arti, raffigurata in giallo come i campi in fiore.
Ma il Basant del Punjab, e di Lahore in particolare, ha da tempo assunto una dimensione che va ben oltre il calendario religioso. Ha attraversato i secoli abbracciando comunità diverse — indù, musulmane, sikh — trasformandosi in un’identità culturale condivisa piuttosto che in una pratica devozionale. Prima della Partizione del 1947, la città murata di Lahore era quasi equamente divisa tra comunità musulmane e indù-sikh. Il festival era di tutti, celebrato con aquiloni dai tetti della città antica, con abiti gialli, cibo condiviso, musica nell’aria.
Gli imperatori Mughal e la tradizione degli aquiloni sopra il Forte di Lahore
Il volo degli aquiloni durante il Basant raggiunse nuove vette — letteralmente e metaforicamente — durante l’era Mughal. Imperatori come Akbar e Jahangir furono tra i più entusiasti patroni del festival, e le cronache dell’epoca descrivono le celebrazioni al Forte di Lahore come eventi sontuosi, con le corti adornate di giallo zafferano e le note della musica classica che si mescolavano allo stridio dei fili degli aquiloni nel vento. I santi sufi, tra cui i seguaci della tradizione della Dargah di Nizamuddin Aulia a Delhi, avevano adottato il Basant già nel XII secolo come momento di gioia spirituale collettiva, chiamandolo “Basant Panchni”, intrecciando così la dimensione mistica all’esultanza popolare.
Anche Maharaja Ranjit Singh, il grande sovrano dell’Impero Sikh nel XIX secolo, è ricordato come appassionato praticante del festival, contribuendo a consolidarne il carattere inter-comunitario e a diffonderlo tra tutte le classi sociali del Punjab.
La cultura degli aquiloni: il gudda, la patang e l’arte dei maestri artigiani
Non tutti gli aquiloni del Basant sono uguali, e chi conosce davvero il festival lo sa. La forma tradizionale punjabi è il gudda o guddi, un aquilone a rombo costruito su una croce di due bastoncini di bambù legati insieme con filo. La parola “patang”, spesso usata come sinonimo generico, indica in realtà una forma curvilinea specifica — un dettaglio che distingue i conoscitori dai neofiti. Le dimensioni dell’aquilone, poi, non sono casuali: rispondono a una nomenclatura precisa basata sul formato del foglio di carta utilizzato per la costruzione, e determinano le caratteristiche di volo.
Gli artigiani che costruiscono aquiloni — i patangbaaz — sono custodi di un sapere antico. Tagliano la carta, modellano il bambù, bilanciano il peso con una cura quasi meditativa. Il filo con cui si fa volare l’aquilone, la cosiddetta “dor”, era tradizionalmente di cotone. È proprio questo filo che divenne, nel tempo, il punto di rottura tra la tradizione e la modernità: ricoperto di vetro o metallo per rendere più facile tagliare gli aquiloni avversari nelle competizioni, trasformò il Basant in un rischio letale.
Il divieto del 2007 e le ragioni di una scelta dolorosa
Il bando del Punjab del 2007 non cadde improvvisamente. Già nel 2005 erano stati vietati i fili metallici e quelli ricoperti di vetro, e la stessa città di Lahore aveva subito una prima sospensione del festival. Ma il problema era diventato sistemico: le dor trasformate in lame provocavano tagli mortali a motociclisti e pedoni. A questo si aggiungevano cadute dai tetti, cortocircuiti causati dai fili metallici a contatto con le linee elettriche, spari in aria durante i festeggiamenti che si rivelavano fatali al momento della discesa. Il governo del Punjab non aveva altra scelta.
La perdita fu culturale prima ancora che economica. Migliaia di artigiani persero il lavoro. Un’intera rete commerciale — carta, bambù, filo, coloranti — si sgretolò. Ma la ferita più profonda fu quella della memoria collettiva: una generazione di bambini non conobbe il grido liberatorio del “Bo Kata!”, non imparò a leggere il vento attraverso il filo di cotone teso tra le dita, non visse il rito del tetto condiviso con i vicini di casa.
Il ritorno regolamentato: sicurezza e identità in equilibrio difficile
La revoca del divieto nel 2026 è arrivata con un corredo di norme severe. Il governo del Punjab ha promulgato il Kite Flying Ordinance 2025, che stabilisce regole precise: sono ammessi solo fili di cotone, gli aquiloni non possono superare dimensioni definite (35 pollici di larghezza per 30 di lunghezza nella misura standard), la produzione deve essere registrata presso le autorità distrettuali e sul portale provinciale e-Biz. Il volo è consentito solo su tetti strutturalmente sicuri, con divieto assoluto nelle vicinanze di aeroporti e infrastrutture sensibili. I trasgressori rischiano pesanti sanzioni e la reclusione.
Ma le regole da sole non bastano a spiegare ciò che è successo quei tre giorni di febbraio. Mian Yousaf Salahuddin, nipote del poeta nazionale pakistano Muhammad Iqbal e figura di spicco della vita culturale di Lahore, ha raccontato ad Al Jazeera dalla sua Haveli Barood Khana — la residenza tradizionale nel cuore della città murata — come il Basant abbia sempre rappresentato qualcosa che va oltre il semplice divertimento: un modo di abitare la città, di sentirsi parte di una comunità più grande, di riconoscersi in un’identità condivisa che né le divisioni religiose né quelle politiche avevano mai del tutto cancellato.
Il giallo di Basant: cibo, musica, abiti e simbolismo della primavera
Il giallo è il colore del Basant, e non per caso. È il colore dei fiori di senape che coprono i campi del Punjab a febbraio, il colore del sole che torna dopo il grigio invernale, il colore del halwa — il dolce di semolino preparato per l’occasione — e del riso cucinato con lo zafferano che orna le tavole delle famiglie. Le donne indossano abiti gialli o sari gialli, i bambini corrono tra le bancarelle adornate di ghirlande di calendula.
Sui tetti trasformati in palcoscenici, i dhol — i grandi tamburi a doppia membrana del Punjab — scandiscono il ritmo della celebrazione. I cantanti folk intonano melodie che parlano di amori stagionali, di primavere ritrovate, di cieli aperti. Il bhangra, la danza tradizionale punjabi con i suoi movimenti vigorosi e gioiosi, si mescola alle risate e agli urli di giubilo degli sfidanti. I venditori ambulanti offrono lassi — il fresco yogurt diluito —, samosa fritti, pakora, kebab di ogni tipo, halwa puri la domenica mattina secondo la tradizione. È un’esperienza sensoriale totale, in cui il cibo, la musica e il movimento fisico degli aquiloni si intrecciano in qualcosa di indivisibile.
Basant tra India e Pakistan: un patrimonio diviso ma non perduto
Il Basant non è solo pakistano. In India, la stessa festività viene celebrata come Vasant Panchami in tutto il Nord e l’Est del Paese, con sfumature diverse da regione a regione: nel Punjab indiano, specialmente nelle zone di Firozpur e Malwa, si volano aquiloni e si organizzano fiere. Nel Bengala e in Odisha, il giorno è dedicato principalmente alla venerazione di Saraswati nelle scuole e nelle università, dove i bambini vengono introdotti per la prima volta alla scrittura. In Gujarat, la stessa tradizione degli aquiloni confluisce nell’Uttarayan, il grande festival del Makar Sankranti di gennaio.
Questa pluralità di forme rivela la natura profonda del Basant: non un evento monolitico e codificato, ma una costellazione di pratiche regionali accomunate dalla stessa intuizione — che l’arrivo della primavera merita di essere accolto con gioia collettiva, con il corpo in movimento, con il cielo come complice.
Il futuro del festival: tra sfide culturali e responsabilità condivisa
Il ritorno del Basant nel 2026 ha aperto un capitolo nuovo, ma non ha chiuso le domande. La sfida più profonda non è tecnica — quale filo usare, quali dimensioni rispettare — ma culturale: come trasmettere una tradizione a chi non l’ha mai vissuta? Come ricucire il filo spezzato tra generazioni che non condividono la stessa memoria corporea del festival?
La risposta, forse, è già scritta nei tetti di Lahore di quel fine settimana di febbraio: nei giovani che guardavano i padri e i nonni tenere in mano il filo con una competenza silenziosa, nelle madri che insegnavano alle figlie a riconoscere il vento giusto, nei bambini che per la prima volta urlarono “Bo Kata!” senza sapere bene perché, ma sentendo che era una cosa importante da dire.
Il Basant non è mai stato solo un festival. È stato — ed è ancora — il modo in cui il Punjab riconosce se stesso, con aquiloni come bandiere di un’identità che non ha bisogno di confini per restare viva.
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