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Carnevale di Viareggio: giganti di cartapesta contro guerra e crisi climatica

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Sul lungomare di Viareggio, dove il mare d’inverno sussurra alle prime luci dell’alba, sta per compiersi ancora una volta quel miracolo laico che da oltre centocinquant’anni trasforma una città toscana in un teatro vivente della contemporaneità. Non semplici carri allegorici, ma cattedrali mobili di cartapesta alte fino a trenta metri che raccontano il presente con l’arma più potente che l’umanità abbia mai conosciuto: l’ironia.

Quest’anno, come ogni anno dal lontano 1873, i maestri carristi viareggini hanno scelto di puntare il dito dove fa più male, dove la cronaca incontra la coscienza collettiva. E lo hanno fatto con quella delicatezza feroce che solo l’arte popolare sa esprimere, mescolando la leggerezza del riso alla profondità della riflessione.

Quando la gallina fa la guerra

Tra i nove carri di prima categoria che domenica primo febbraio inizieranno a sfilare lungo il viale a mare, spicca “La gallina delle uova d’oro”, una creazione che ribalta il celebre apologo di Esopo trasformandolo in manifesto contro l’assurdità bellica. Non più simbolo di ricchezza e prosperità, questa gallina impugna bombe e missili, incarnazione grottesca di come l’avidità umana continui a sacrificare ogni tesoro sull’altare del conflitto.

È il Carnevale che fa quello che dovrebbe fare: strappare il velo di normalizzazione che troppo spesso avvolge le tragedie contemporanee. Quando le guerre diventano notizie di routine, quando i conteggi delle vittime scivolano via come dati meteorologici, servono questi giganti di cartapesta per restituirci lo stupore dell’indignazione.

Fiabe antiche per paure moderne

Il lupo di Cappuccetto Rosso che compare tra i carri non è il predatore delle favole dell’infanzia, ma una metafora stratificata degli ostacoli esistenziali che attraversano ogni epoca. In un tempo in cui le incertezze economiche, le crisi climatiche e le tensioni sociali sembrano moltiplicarsi, questo lupo gigantesco invita a non cedere alla paralisi della paura.

È interessante notare come il Carnevale di Viareggio abbia sempre attinto alla cultura popolare e alle narrazioni universali per commentare il presente. La tradizione dei carri allegorici, nata casualmente nel 1873 quando alcuni giovani borghesi decisero di protestare contro le tasse eccessive sfilando su carrozze addobbate, si è evoluta in una forma d’arte complessa che richiede mesi di lavoro e competenze artigianali raffinate.

La bellezza fragile che dobbiamo difendere

Forse il messaggio più poetico arriva dalle ninfee di Monet riprodotte in dimensioni monumentali su uno dei carri. La scelta non è casuale: quelle pennellate impressioniste che catturarono la luce danzante sullo stagno di Giverny diventano oggi simbolo di un ecosistema in pericolo, di una bellezza naturale che l’emergenza climatica minaccia di cancellare.

C’è qualcosa di profondamente toccante nel vedere l’arte che celebra l’arte, nel trasformare quelle ninfee dipinte oltre un secolo fa in un grido d’allarme contemporaneo. I maestri carristi hanno compreso che per scuotere le coscienze serve anche delicatezza, non solo denuncia frontale.

Nel febbraio di un mattino (Official video )

Rita Pavone canta gli incontri che cambiano

Non è un caso che proprio quest’anno Rita Pavone abbia dedicato al Carnevale di Viareggio il brano “Nel febbraio di un mattino”, con quei versi che raccontano gli incontri strani, quelli che ti folgorano al primo sguardo. Perché questo è anche il Carnevale: un incontro inaspettato tra spettatore e opera, tra presente e critica sociale, tra leggerezza apparente e peso delle questioni affrontate.

“Il bello della vita son gli incontri strani | Lo vedi di sfuggita e senti già che l’ami” canta l’artista, e forse si riferisce proprio a quella scintilla che scatta quando, camminando sul lungomare, ci si trova improvvisamente faccia a faccia con un gigante di cartapesta che ti costringe a pensare, a sorridere amaramente, a interrogarti.

L’eredità di una tradizione che non invecchia

La forza del Carnevale di Viareggio risiede proprio in questo equilibrio precario tra tradizione e innovazione, tra tecnica artigianale tramandata di generazione in generazione e tematiche brucianti dell’attualità. Le hangar della Cittadella del Carnevale custodiscono segreti costruttivi che risalgono all’invenzione della cartapesta viareggina, ma le mani che oggi modellano questi colossi sono le stesse che scorrono i feed delle notizie, che seguono i dibattiti globali, che sentono il peso dell’epoca in cui vivono.

Domenica, quando i primi carri inizieranno a muoversi lentamente lungo il viale Regina Margherita, migliaia di persone alzeranno gli occhi verso quelle strutture che oscillano leggermente nella brezza marina. E in quel momento, forse, comprenderanno che la satira non è mai solo divertimento: è una forma di resistenza culturale, un modo per mantenere vivo il pensiero critico in un’epoca che troppo spesso preferisce lo spettacolo passivo alla riflessione attiva.

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