C’è un luogo in Afghanistan dove il tempo sembra essersi fermato a otto secoli fa. Per raggiungerlo bisogna attraversare la provincia di Ghor, arrampicarsi su strade che non sono strade, insinuarsi tra gole di pietra calcarea dove il vento porta odore di neve anche d’estate. Poi, improvvisamente, alla confluenza del fiume Hari-rud con il piccolo affluente Jam — a 1.900 metri di quota, circondato da montagne che si alzano fino a 2.400 metri — appare lui: il Minareto di Jam. Sessantacinque metri di mattoni cotti, calligrafia islamica e geometrie perfette che sfidano il cielo dell’Hindu Kush. Nessun villaggio nelle vicinanze. Nessun turista in fila. Solo la torre, il fiume che rumoreggia ai suoi piedi, e un silenzio antico che pesa quanto la storia.
È uno dei siti del Patrimonio Mondiale dell’UNESCO in Afghanistan, iscritto nella lista del Patrimonio Mondiale nel 2002 — e, da quello stesso anno, anche nella Lista del Patrimonio in Pericolo. Uno dei monumenti medievali islamici più straordinari del pianeta, e uno dei meno visitati.
La dinastia che scolpì un impero tra le montagne
Per capire perché questa torre esiste, occorre tornare al XII secolo, quando una dinastia oscura e potente emerse proprio da queste valli impenetrabili: i Ghuridi. Il loro nome deriva da Ghor, questa stessa provincia bruciata dal sole d’estate e sepolta dalla neve d’inverno, dove i signori locali costruirono uno degli imperi più estesi dell’Asia medievale — dalle pianure dell’Iran fino al subcontinente indiano.
Il sultano Ghiyath al-Din Muhammad (1153–1204) fece erigere la torre, come attestato dall’iscrizione cufica che ne decora la superficie. Nel 1957, una missione franco-afgana guidata da André Maricq della Délégation Archéologique Française en Afghanistan giunse a una conclusione sorprendente: quella che tutti chiamavano “minareto” era in realtà una torre della vittoria — un monumento commemorativo più che uno strumento liturgico.
Intorno alla struttura giacciono i resti di quello che gli storici ritengono fosse Firouz Kouh, la leggendaria capitale dei sultani ghuridi, culla di una dinastia che forgiò un vasto impero dall’Afghanistan all’India attraverso l’Asia Centrale. Una città perduta, inghiottita dalla storia dopo le devastazioni mongole del XIII secolo.
Ottocento anni di mattoni e calligrafia: l’architettura della torre
Avvicinarsi al Minareto di Jam è come leggere un libro scritto in una lingua universale: quella della bellezza matematica. La struttura poggia su una base ottagonale di circa nove metri di diametro e si articola in quattro fusti cilindrici sovrapposti e rastremati verso l’alto, costruiti in mattoni cotti.
L’altezza raggiunge i 65 metri: la torre è famosa per la sua elaborata decorazione in mattoni, stucco e piastrelle smaltate, con fasce alternate di calligrafia cufica e naskhī, motivi geometrici e versetti del Corano. Sulla facciata orientale, l’iscrizione cufica ornamentale è affiancata dalla firma in scrittura corsiva dell’architetto, Ahmad ibn Ibrahim al-Naysaburi — un nome che ci consegna l’identità di un genio medievale altrimenti condannato all’oblio. Verso la sommità, una fascia di piastrelle smaltate color turchese reca iscrizioni tratte dalla Sura Maryam del Corano.
All’interno della struttura, una colonna centrale sorregge due scale a chiocciola con 159 gradini ciascuna, conducendo ai due balconi in legno da cui — un tempo — la voce del muezzin si perdeva tra le montagne.
Dopo il Qutb Minar di Delhi, il Minareto di Jam è il secondo minareto in mattoni più alto del mondo. Non è una coincidenza: anche il Qutb Minar fu eretto dai Ghuridi, portando nelle pianure indiane l’eco stilistico di questa torre perduta tra le montagne dell’Afghanistan.
La città perduta dei Ghuridi: Firuzkuh e il suo segreto millenario
Poche leggende dell’archeologia medievale sono suggestive quanto quella di Firuzkuh, la “Città Turchese”. Le fonti storiche islamiche la descrivono come una capitale florida, sede di una corte raffinata, di biblioteche, di artigiani e di mercanti. Poi, con le invasioni mongole del primo Duecento, il silenzio.
L’analisi di immagini satellitari ad alta risoluzione e i dati elaborati attraverso Google Maps hanno permesso agli archeologi di stimare che l’insediamento ghurido attorno al minareto si estendesse su circa 19,5 ettari. Attorno alla torre sono emersi i resti di un palazzo, di strutture difensive, di una fornace per la ceramica e di un cimitero ebraico con stele funerarie recanti iscrizioni in ebraico, situato a circa dieci chilometri dal monumento.
Una comunità ebraica viveva dunque in queste valli remote durante il periodo ghurido: la prova silenziosa di una coesistenza e di una complessità sociale che ancora attende di essere raccontata interamente.
Tra oblio e riscoperta: la storia moderna del minareto
Per secoli, il Minareto di Jam rimase ignoto al mondo esterno. Fu una commissione anglo-russa, incaricata alla fine del XIX secolo di tracciare i confini dell’Afghanistan, a segnalarlo per la prima volta in documenti ufficiali, prima che cadesse nuovamente nell’oblio.
L’UNESCO accettò la candidatura del sito di Jam come primo sito del Patrimonio Mondiale dell’Afghanistan nel 2002, iscrivendolo contemporaneamente nella Lista del Patrimonio in Pericolo a causa del precario stato di conservazione del minareto e dei danni causati dal saccheggio.
Un monumento assediato: acqua, terra e saccheggio
Il Minareto di Jam non è minacciato da una sola calamità, ma da molte che si sommano e si moltiplicano. Nel maggio del 2024, una piena definita dagli abitanti come “la più grande in un secolo” ha colpito la provincia di Ghor, causando almeno 50 morti e sommergendo la base dell’antico monumento. Secondo Israel Haidari, direttore degli affari culturali del dipartimento di informazione e cultura di Ghor, due metri del monumento sono stati sommersi dall’acqua durante l’alluvione.
Le minacce all’integrità della struttura, incluso il rischio di crollo, sono state segnalate più volte negli anni recenti a causa di inondazioni gravi nel 2014, 2019 e 2024. A gennaio 2022, un terremoto ha fatto cadere mattoni dalla sommità della torre.
Dopo il 2001, con il cedimento del controllo sull’area, centinaia di scavatori si riversarono sul sito alla ricerca di reperti da rivendere. Molti dei tesori della città sono stati venduti sui mercati di Herat, Kabul e Teheran. I buchi lasciati dai saccheggiatori sono ancora visibili nell’area circostante.
I lavori di stabilizzazione, avviati negli anni Settanta, furono abbandonati. Ripresi dopo il 2001, si interruppero nuovamente intorno al 2008. Nel 2012, l’UNESCO elaborò piani dettagliati includendo scansioni 3D, misurazioni idrauliche e rinforzi strutturali. La modellazione tridimensionale è stata infine completata dalla società Iconem per conto dell’UNESCO, ma l’instabilità politica ha impedito qualsiasi manutenzione concreta.
L’eredità che sopravvive: il minareto che ispirò il mondo
Eppure il minareto è ancora in piedi. Dopo più di ottocento anni di piogge, terremoti, invasioni mongole, guerre civili, saccheggi e inondazioni, quella torre di mattoni si alza ancora verso il cielo di Ghor. Appartiene a un gruppo di circa sessanta minareti e torri costruiti tra l’XI e il XIII secolo in Asia Centrale, Iran e Afghanistan: un patrimonio architettonico che racconta la fioritura islamica medievale nella sua massima espressione.
L’autenticità dell’insieme non è mai stata messa in discussione. Il Minareto di Jam è sempre stato riconosciuto dagli esperti come un autentico capolavoro architettonico e decorativo, e le sue iscrizioni monumentali in caratteri cufici testimoniano le remote e gloriose origini dei suoi costruttori.
Nel dicembre 2024, il governatore locale di Ghor ha annunciato l’avvio di lavori di consolidamento, inclusa la costruzione di muri di contenimento per proteggere il monumento dalle future inondazioni. Piccoli passi. Ma passi reali.
Visitare Jam oggi: tra avventura e responsabilità
Il Minareto di Jam si trova a 1.900 metri sul livello del mare, lontano da qualsiasi centro abitato, nella stretta valle del fiume Hari-rud alla sua confluenza con il fiume Jam, a circa 215 chilometri a est di Herat.
Il percorso da Bamiyan attraverso il distretto di Yakawlang si estende per circa 160 chilometri che richiedono sei o sette ore di guida su terreni impervi, con panorami montani da togliere il respiro. Chi accetta queste condizioni trova in cambio uno degli incontri più rari che un viaggiatore possa fare: un monumento autentico, intatto dalla speculazione turistica, immerso in un paesaggio che non ha bisogno di filtri né di scenografie.
Ai piedi della torre, il fiume Hari-rud scorre ancora, indifferente come sempre alla storia degli uomini. E il minareto — o la torre della vittoria, o entrambe le cose insieme — continua a raccontare la storia di un impero che fu grande, di artigiani che scolpirono la bellezza in mezzo al nulla, e di quanto sia fragile, e quanto sia necessario, custodire ciò che l’umanità ha creato.
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