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Jallikattu: il rito ancestrale che celebra uomo e toro nel Tamil Nadu

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Arrivo ad Alanganallur prima dell’alba. L’aria del Tamil Nadu meridionale sa ancora di notte, ma il villaggio pulsa già di vita. Migliaia di spettatori si sono riuniti nell’arena iconica per assistere a uno degli sport rurali più venerati del Tamil Nadu, e io sono qui per testimoniarlo.

Il vaadi vaasal, l’ingresso stretto da cui i tori entreranno nell’arena, si staglia contro il cielo che schiarisce. Intorno a me, le voci si mescolano in tamil, risate nervose e fischi di incitamento. Gli uomini vestiti di giallo brillante – il colore tradizionale dei domatori – si scaldano, allungano muscoli che tra poco verranno messi a dura prova. I loro sguardi sono concentrati, quasi meditativi.

Come da tradizione, il primo toro a entrare nell’arena è quello del tempio Muniyandi di Alanganallur. C’è un silenzio improvviso quando il cancello si apre. Poi esplode il fragore: un toro Pulikulam dai muscoli tesi carica attraverso il passaggio. Il suo mantello è grigio scuro, quasi nero, decorato con ghirlande di fiori che volano via mentre galoppa. Sul suo dorso, la gobba massiccia ondeggia a ogni movimento potente.

Capisco subito perché questo non è semplicemente uno sport.

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Dalle caverne di Madurai ai nostri giorni

Il jallikattu è noto per essere stato praticato durante il periodo classico tamil (400-100 a.C.), quando faceva parte dei rituali culturali del popolo Ayar nella regione geografica Mullai dell’antico Tamil Nadu. Ma le sue radici affondano ancora più indietro nel tempo.

Una pittura rupestre in caolino bianco scoperta vicino a Madurai che raffigura un uomo solitario che cerca di controllare un toro è stata datata a circa 1.500 anni fa. Nel Museo Nazionale di Nuova Delhi è conservato un sigillo della civiltà della Valle dell’Indo che rappresenta questa pratica. Quando osservo i domatori che si preparano, sento il peso di questi millenni sulle loro spalle.

Il nome stesso – jallikattu – racconta una storia. Deriva da salli (monete) e kattu (pacchetto), riferendosi a un premio in monete legato alle corna del toro. Nella letteratura Sangam, l’antica pratica era chiamata ēru taḻuvuṭal, letteralmente “abbracciare il toro”. Un’espressione poetica per un gesto che richiede coraggio assoluto.

La celebrazione di Pongal e il legame con la terra

Per comprendere il jallikattu bisogna prima capire Pongal, il festival del raccolto che celebra il Tamil Nadu ogni gennaio. Pongal è un festival del raccolto di più giorni celebrato dai tamil, che comprende quattro giorni consecutivi: Bhogi, Thai Pongal, Mattu Pongal e Kaanum Pongal.

Durante Thai Pongal, il giorno principale, le famiglie cucinano all’aperto un piatto dolce di riso con latte e jaggery in pentole di terracotta nuove, attendendo che trabocchi – il “pongal” che dà il nome alla festa – simbolo di abbondanza e prosperità. Le case sono decorate con kolam intricati, disegni geometrici tracciati con farina di riso che trasformano ogni soglia in un’opera d’arte effimera.

Il terzo giorno di Pongal onora e venera il bestiame (mattu in tamil) per il loro importante ruolo nell’agricoltura. È in questo giorno, Mattu Pongal, che il jallikattu prende vita. I buoi vengono lavati, le loro corna dipinte, decorati con ghirlande di fiori e frutta. Il legame tra agricoltori e bestiame qui non è astratto – è viscerale, quotidiano, sacro.

I tori guerrieri del Tamil Nadu

Nell’arena di Alanganallur, osservo da vicino queste creature magnifiche. Le razze autoctone Kangayam, Pulikulam, Umbalachery, Bargur e Malai Maadu sono le razze combattive che competono maggiormente in questo sport.

Il Pulikulam – la razza di toro che più frequentemente viene impiegato al jallikattu – proviene da un piccolo villaggio nel distretto di Sivaganga vicino a Madurai. La leggenda narra che questi tori potessero difendersi persino dalle tigri. Guardando la massa muscolare, l’aggressività controllata, il fuoco negli occhi di questi animali, la leggenda non sembra così inverosimile.

I tori che riescono a partecipare con successo all’evento jallikattu vengono utilizzati come riproduttori. Non è solo tradizione – è preservazione biologica. Durante gli anni del divieto, molti di questi tori autoctoni rischiavano l’estinzione. Oggi un vitello di qualità può valere lakh di rupie, rafforzando l’economia rurale.

L’arena moderna e le misure di sicurezza

Pochi eventi sportivi vedono numeri simili: ad Alanganallur, oltre 1.000 tori registrati e circa 600-700 domatori partecipano in un solo giorno. L’intensità è palpabile.

L’arena e il percorso attraverso cui passano i tori sono delimitati da doppie barricate per evitare lesioni agli spettatori. Controlli veterinari rigorosi precedono ogni evento – nessun farmaco per migliorare le prestazioni, nessun irritante può essere usato sui tori.

Il nuovo stadio di jallikattu a Keelakarai, costruito con 63 crore di rupie, è uno stadio a tre livelli con una capacità di 5.000 persone, dotato di ospedale, centro veterinario, e persino un museo che celebra il significato dei tori nella cultura tamil.

Il momento della verità

Un toro viene rilasciato. Il fragore cresce. Tre, quattro domatori si lanciano, cercando di afferrare la gobba. Il toro schiva, carica, gira su se stesso con una velocità sorprendente per la sua mole. Un giovane riesce ad aggrapparsi – per tre, quattro secondi – poi viene scaraventato via. Il toro galoppa libero fino all’uscita.

Nel jallikattu non è solo il domatore che può vincere: i tori che sfuggono senza essere trattenuti sono anch’essi trattati come campioni. Forza, resistenza e spirito sono rispettati da entrambe le parti dell’arena. Un toro che vince viene onorato, il suo proprietario riceve premi, e l’animale diventa prezioso per la riproduzione.

Le regole sono chiare: i partecipanti devono tenere la gobba il più a lungo possibile, tentando di fermare il toro; in alcuni casi devono resistere abbastanza a lungo da rimuovere le bandiere sulle corna del toro.

I premi non sono simbolici. I migliori performer possono vincere auto o trattori, mentre altri premi includono anelli d’oro, monete d’oro, oggetti d’argento, veicoli a due ruote.

Una tradizione combattuta e riconquistata

Il jallikattu ha vissuto anni turbolenti. A causa di incidenti di lesioni e morte associati allo sport, sia ai partecipanti che agli animali, la Corte Suprema dell’India lo ha vietato più volte negli anni. Nel 2014, il divieto sembrava definitivo.

Ma nel gennaio 2017, da Marina Beach a Chennai fino ad Alanganallur e Avaniyapuram a Madurai, studenti, agricoltori e cittadini si unirono in proteste pacifiche che paralizzarono lo stato. Il movimento non riguardava solo uno sport – riguardava l’identità culturale tamil, la preservazione delle razze autoctone di bestiame, la voce delle comunità rurali.

Con le proteste della popolazione contro il divieto, una nuova ordinanza fu promulgata nel 2017 per continuare lo sport. La legge di prevenzione della crudeltà verso gli animali fu modificata specificamente per il Tamil Nadu, includendo il jallikattu come eccezione.

Il futuro di una tradizione millenaria

Mentre il sole tramonta su Alanganallur, l’arena si svuota lentamente. L’evento durato tutto il giorno ha visto oltre 1.000 tori rilasciati nell’arena e quasi 600 domatori partecipare in più round. I vincitori vengono celebrati, i tori vengono ricondotti ai villaggi con orgoglio.

Il Chief Minister del Tamil Nadu ha recentemente annunciato che i domatori che eccellono nelle competizioni verranno considerati per posti di lavoro governativi nel Dipartimento di Allevamento Animale – un riconoscimento che trasforma una tradizione ancestrale in opportunità concreta.

Nel corso degli anni, il jallikattu si è evoluto con norme di sicurezza moderne mantenendo il suo spirito antico, continuando a simboleggiare orgoglio tamil, coraggio e identità culturale.

Quando lascio Alanganallur, porto con me immagini indelebili: la polvere sollevata dagli zoccoli, il coraggio negli occhi dei domatori, la potenza selvaggia dei tori Pulikulam, e soprattutto la consapevolezza di aver assistito a qualcosa che trascende il concetto moderno di sport. Ho visto un rituale che connette presente e passato, uomo e animale, individuo e comunità – un filo ininterrotto che attraversa millenni di storia tamil.

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