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La regina del cielo di pietra: il Santuario di Vicoforte e la cupola ellittica più grande del mondo

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Percorrendo le strade che tagliano le colline intorno a Mondovì, in quella zona di Piemonte meridionale dove le Langhe si dissolvono nell’orizzonte alpino, accade qualcosa di inatteso. All’improvviso, oltre una cresta di vigneti e boschi, appare una sagoma enorme, imponente, quasi improbabile: una cupola che svetta nel cielo con la disinvoltura di chi è convinto, da tre secoli, di avere tutto il diritto di stare esattamente lì. È il Santuario della Natività di Maria a Vicoforte, in provincia di Cuneo, noto anche come Santuario Regina Montis Regalis, e ciò che quella sagoma custodisce dentro di sé è una delle esperienze visive più sconvolgenti dell’intero patrimonio architettonico italiano.

Il santuario si trova nel Comune di Vicoforte, a circa sei chilometri dalla città di Mondovì: è stato riconosciuto con il titolo di basilica minore e, in ragione del suo eccezionale valore artistico e architettonico, è monumento nazionale. Ma le etichette istituzionali raccontano ben poco di ciò che si prova quando si varca la soglia e si alza la testa per la prima volta verso quella volta affrescata che sembra non finire mai.

Vicoforte: il santuario caro ai Savoia

Da un pilone votivo a un sogno ducale: le origini straordinarie del santuario

La storia di Vicoforte comincia con un oggetto modestissimo: un modesto pilone decorato da un affresco quattrocentesco raffigurante la Madonna col Bambino, probabilmente eretto da un fornaciaio per propiziare la buona cottura dei mattoni. Un’edicola votiva, anonima e dimenticata in un fondovalle boscoso, che nessuno avrebbe mai immaginato potesse diventare il centro propulsore di uno dei cantieri più ambiziosi del Rinascimento italiano.

Nel 1594 e nel 1595 si concretizzò un movimento popolare straordinario di devozione, che si allargò fino a richiamare compagnie, confraternite e comunità da quasi tutto il nord-ovest dell’Italia. La notizia di prodigi e guarigioni si diffuse come fuoco nella paglia, e il piccolo pilone divenne meta di pellegrinaggi incessanti. Fu in quel contesto di fervore collettivo che la vicenda cambiò scala, e con essa la sua ambizione.

Il duca Carlo Emanuele I di Savoia, nel 1596, commissionò la costruzione di un grande santuario, affidando l’incarico inizialmente all’architetto di corte Ercole Negri di Sanfront e successivamente ad Ascanio Vittozzi, altro architetto di fiducia della corte sabauda. Nelle intenzioni del duca, il santuario avrebbe dovuto accogliere i molti pellegrini e diventare in seguito il mausoleo di Casa Savoia. Il sogno era fare di Vicoforte la risposta piemontese all’Escorial di Filippo II: un pantheon dinastico, una cattedrale del potere sabaudo travestita da atto di fede mariana.

Il cantiere secolare: tre architetti, un terreno argilloso e un’impresa impossibile

I laboriosi studi di Ercole Negri ispirarono l’intervento di Ascanio Vitozzi (1539–1615), l’architetto orvietano al servizio del duca dal 1584. Il suo progetto conserva la fondamentale tipologia ellittica ma prevede una nuova sistemazione delle cappelle, ridotte di numero e isolate, aventi funzione funeraria. La prima pietra fu posata il 7 luglio 1596, e la forma ellittica della pianta — insolita, audace, quasi eretica per l’architettura sacra del tempo — segnava già un’ambizione fuori dall’ordinario.

Ma il sito nascondeva un’insidia letale. La costruzione si scontrò ben presto con gravi problemi statici a causa dell’errata scelta del sito, caratterizzato dalla presenza di strati di terreno argilloso, al punto che il cantiere venne abbandonato. Vitozzi morì nel 1615 senza aver visto completata la sua opera; il duca Carlo Emanuele I lo seguì nella tomba quindici anni dopo, volendo essere sepolto proprio lì, tra quelle mura incompiute, come a presidiare in eterno il cantiere interrotto.

Per quasi un secolo la grande chiesa rimase aperta al cielo, come un’enorme bocca di pietra spalancata verso il vuoto. Fu nel 1682, quando la Vergine del pilone venne solennemente incoronata come ringraziamento del termine della guerra del sale, che si riaccese la speranza di completare l’opera. Ma il vero protagonista del riscatto sarebbe arrivato solo nel Settecento.

L’architetto monregalese Francesco Gallo (1672–1750), coinvolto nel cantiere già nei primi anni del Settecento, studiò e ponderò il problema lungamente: infine abbatté alcune parti indebolite dalle lesioni e riequilibrò il piano d’imposta del tamburo. Un uomo che aveva lavorato fino a quel momento su chiese di provincia si trovò a dover risolvere uno dei problemi strutturali più complessi dell’architettura europea del suo tempo. Per questo Francesco Gallo chiese consulenza e collaborazione a Filippo Juvarra (1672–1736), “primo architetto regio”, che giunse personalmente a Vico nella primavera del 1728.

La cupola ellittica più grande del mondo: un record che toglie il fiato

Nel biennio 1731/1732 la costruzione della cupola fu avviata al compimento. Nel 1733 si chiuse con l’elevazione della lanterna, il “cupolino”. Il risultato fu qualcosa che il mondo non aveva mai visto: la cupola più grande al mondo tra quelle di forma ellittica, con asse maggiore di 37,15 metri e asse minore di 24,80 metri. Alta 74 metri, con un diametro maggiore di oltre 36 metri e uno minore di 25, è la quinta cupola più grande del mondo in assoluto, dopo San Pietro in Vaticano, il Pantheon di Roma, Santa Maria del Fiore a Firenze e il Gol Gumbaz in India.

Francesco Gallo rivide l’arduo tema della cupola ellittica e lo interpretò in termini barocchi: segnò l’esterno con robusti contrafforti e ostentò l’uso del mattone a vista. Dall’esterno, la stratificazione dei secoli è visibile a occhio nudo: la parte inferiore, costruita in forme tardo rinascimentali, risale al primo Seicento ed è rivestita in “arenaria di Vico”, pietra ornamentale estratta nel territorio comunale, mentre il tamburo e la cupola parlano il linguaggio pieno e muscolare del barocco piemontese.

Seimila metri quadrati di affresco: la più grande teologia per immagini del mondo

Se l’architettura è straordinaria, è l’interno a spezzare ogni difesa emotiva del visitatore. L’immenso spazio al suo interno fu interamente decorato con 6.032 metri quadrati di affresco a tema unico, anch’esso un record mondiale. Nessun altro edificio religioso sulla Terra ospita una narrazione pittorica così vasta e coerente dedicata a un unico soggetto.

I 6.000 metri quadrati della cupola sono la rappresentazione di alcuni momenti della vita di Maria e della sua gloriosa assunzione al cielo, passando attraverso tre momenti differenti: la nascita, il pellegrinaggio terreno e la contemplazione nella fulgida gloria. Una storia che scende dall’alto verso il basso, come se il tempo scorresse al contrario e la conclusione luminosa precedesse l’inizio terreno.

Fu Francesco Gallo a decidere di lasciare perfettamente liscio l’intradosso della cupola, volendo offrire alla decorazione pittorica uno spazio ampio e continuo. Il primo tentativo di decorazione, opera di Pietro Antonio Pozzo, considerato inadeguato e insoddisfacente, venne completamente cancellato. Non ottenne più fortuna nel 1741 il celebre architetto e scenografo Giuseppe Galli da Bibiena. Solo con Felice Biella e Mattia Bortoloni, che affrescarono il campo pittorico tra il 1746 e il 1748, l’opera trovò finalmente la voce giusta: leggera, luminosa, ispirata alla pittura veneta di Giambattista Tiepolo.

In uno straordinario gioco prospettico di fondali e trompe-l’œil architettonici, l’occhio del visitatore si perde in una visione abbagliante che trasmette il senso dell’ascesa con tale forza che chi guarda ha l’impressione di essere risucchiato verso gli alti spazi celesti. Non è un affresco. È un’esperienza fisica del sacro.

Savoia, storia e una sepoltura reale inattesa

Il santuario non è solo un monumento spirituale: è anche un archivio vivente di storia italiana. Il duca Carlo Emanuele I volle essere sepolto nel santuario, e la sua presenza silenziosa nelle cappelle laterali ricorda ancora oggi l’ambizione smisurata che diede vita all’intero progetto. Dal 2017 un altro monarca ha trovato la sua eterna dimora all’interno del santuario: la salma di Vittorio Emanuele III e della sua consorte Elena, traslate dalle precedenti sepolture rispettivamente ad Alessandria d’Egitto e a Montpellier. Un ritorno inatteso, quasi un cerchio che si chiude, per una dinastia che aveva costruito qui il proprio sogno di eternità e poi se ne era andata altrove.

Magnificat: salire dentro la cupola e toccare il cielo con mano

Oggi il santuario non si visita soltanto guardando dal basso. Con il progetto Magnificat è possibile fruire di quest’opera meravigliosa e salire a 60 metri di altezza grazie a una visita guidata unica nel suo genere. Indossando un elmetto e un imbrago, i visitatori percorrono 266 gradini all’interno della struttura, accedono a spazi mai aperti al pubblico prima, e si ritrovano sospesi sulla prima balconata della cupola, con gli affreschi a portata di mano e la navata che si apre sotto come un abisso luminoso.

È lassù, a quella quota vertiginosa, che si capisce davvero cosa significhi la parola “impresa”: non soltanto quella degli architetti e degli artisti che hanno costruito e dipinto questo spazio per generazioni, ma anche quella collettiva di una comunità che non ha mai smesso di credere che valesse la pena.

La festa patronale del santuario si celebra solennemente l’8 settembre, giorno dedicato alla Natività di Maria, ed è preceduta da una novena che raduna le cinque zone pastorali della diocesi di Mondovì. A cornice della festa, dal 1603, si tiene una grande fiera commerciale, tra le più estese e caratteristiche dell’Italia settentrionale. Da oltre quattro secoli, ogni autunno, questo angolo di Piemonte si ferma e guarda in su.

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