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L’altopiano calabrese dove l’autunno diventa spettacolo

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Quando l’estate mediterranea cede il passo ai primi freddi, la Calabria rivela un volto inaspettato. Dimenticatevi le spiagge affollate e il mare cristallino: nell’entroterra della regione, tra le province di Cosenza, Catanzaro e Crotone, si estende un altopiano che sembra appartenere a un’altra geografia. La Sila è questo: un mondo verticale dove i boschi dominano l’orizzonte, dove i laghi specchiano cieli mutevoli, dove il tempo scorre secondo ritmi diversi da quelli della costa.

In autunno, quest’area protetta si trasforma in un teatro naturale di colori e atmosfere. È il momento in cui la tavolozza cromatica esplode: il verde intenso dei pini larici – quella specie mediterranea che ha fatto della Calabria la sua patria – si mescola all’oro dei faggi, al rame dei castagni, all’ocra delle querce. Camminare qui, lungo i sentieri che attraversano foreste silenziose, equivale a immergersi in un dipinto vivente che cambia tonalità ogni giorno, ogni ora, a seconda di come la luce filtra tra le fronde.

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L’altopiano dove convivono natura e comunità montane

Il Parco Nazionale della Sila si estende per oltre 73.000 ettari, una superficie che abbraccia tre dei territori amministrativi calabresi. Ma i numeri raccontano poco della vera essenza di questo luogo. Ciò che colpisce davvero è la capacità della Sila di mantenere intatta la propria identità selvatica pur ospitando piccole comunità umane che da secoli abitano questi monti.

I borghi silani non sono vestigia abbandonate o musei a cielo aperto: sono centri vivi, dove le tradizioni pastorali e contadine sopravvivono non come folklore turistico ma come autentico modo di vivere. Lorica, Camigliatello Silano, San Giovanni in Fiore: questi nomi evocano una montagna abitata con rispetto, dove l’antropizzazione non ha significato conquista ma integrazione.

La sede del parco si trova proprio a Lorica, una località che in passato veniva chiamata “la Perla della Sila” – e non senza ragione. Affacciata sulle rive del Lago Arvo, questa cittadina conserva un’atmosfera da villeggiatura d’altri tempi, con i suoi tetti spioventi, le terrazze dei caffè che guardano l’acqua, i sentieri che si inoltrano nei boschi partendo direttamente dal paese. È qui che la montagna incontra il lago, creando scorci che sembrano appartenere più alle Alpi che all’Italia meridionale.

I tre laghi e le loro anime differenti

L’acqua è protagonista assoluta del paesaggio silano. Tre grandi bacini artificiali punteggiano l’altopiano, ciascuno con la propria personalità distinta. Il Lago Cecita è il più esteso, superando i 1.100 metri di altitudine. Nonostante la sua origine artificiale, ha conquistato una dimensione di wilderness autentica: le sue rive tranquille sono frequentate più da uccelli migratori che da turisti, e il silenzio che lo avvolge è rotto solo dal fruscio del vento tra i pini e dal richiamo dei rapaci.

In autunno, quando le nebbie mattutine accarezzano la superficie dell’acqua e i boschi circostanti si accendono di mille sfumature calde, il Cecita offre uno spettacolo di rara intensità. È il luogo ideale per chi cerca contemplazione pura, per chi vuole ritrovare un contatto primordiale con l’ambiente naturale, lontano da ogni forma di distrazione.

Il Lago Arvo, invece, si distende tra le montagne con un carattere più aperto e turistico. Fu creato negli anni Trenta con la costruzione di una diga che all’epoca rappresentava un’opera d’ingegneria imponente. Nel mezzo del bacino emerge una piccola isola, ultimo resto visibile di una montagna che le acque hanno sommerso: un dettaglio geografico che aggiunge fascino e mistero al paesaggio.

Le attività qui sono molteplici: si può navigare in battello, cavalcare lungo le rive, persino pedalare sull’acqua con speciali idrobike. Ma è al tramonto che il lago rivela la sua magia più profonda, quando il sole calante tinge di rosa e arancio le acque immobili e le cime circostanti si stagliano come sagome scure contro il cielo infuocato.

Il terzo grande bacino è l’Ampollino, il più antico dei laghi artificiali silani. Situato esattamente nel punto di confine tra Sila Grande e Sila Piccola, questo specchio d’acqua è diventato meta prediletta dei cicloturisti grazie a una pista ciclabile che ne consente il periplo completo. Pedalare intorno all’Ampollino in autunno significa attraversare continue variazioni di luce e colore, con i boschi che si specchiano nell’acqua creando una duplicazione caleidoscopica del paesaggio.

Sapori antichi che raccontano la montagna

La cucina silana è il riflesso fedele del territorio: essenziale, robusta, legata ai cicli stagionali. Non troverete qui sofisticazioni o contaminazioni fusion, ma prodotti che parlano la lingua della terra da cui provengono. La patata della Sila, coltivata in quota e insignita del riconoscimento di prodotto tipico, è l’ingrediente principe: la sua consistenza particolare e il sapore caratteristico la rendono protagonista di innumerevoli piatti, dalle preparazioni più semplici alle elaborazioni moderne che alcuni chef locali stanno sperimentando.

L’autunno è naturalmente la stagione dei funghi, e nei boschi silani proliferano varietà pregiate che finiscono nelle zuppe fumanti, nei sughi aromatici, nelle preparazioni che le trattorie di paese propongono con orgoglio. Raccogliere funghi qui non è solo un’attività gastronomica: è un rito, una conoscenza tramandata, un modo di entrare in contatto intimo con il bosco e i suoi ritmi.

I salumi e i formaggi completano il quadro: sono prodotti dall’aroma intenso, spesso stagionati nelle cantine dei piccoli centri montani, capaci di raccontare con il loro sapore deciso l’aria pura dell’altopiano, i pascoli d’alta quota, le tecniche di lavorazione che non sono cambiate da generazioni. A Parenti, nella Presila cosentina, queste tradizioni sopravvivono con una forza che altrove sta scomparendo.

Camminare tra le vette: itinerari per ogni livello

La Sila offre oltre 120 sentieri ufficiali all’interno del parco nazionale, tracciati che si snodano attraverso ogni tipo di ambiente: dalle foreste di conifere alle faggete, dalle rive lacustri alle creste panoramiche. Per chi viaggia con la famiglia o cerca un’esperienza accessibile, l’anello di Cupone rappresenta la scelta ideale: circa dieci chilometri con dislivello contenuto, immersi in un bosco di pini larici dove pannelli didattici illustrano la flora e la fauna locali. È un modo dolce per avvicinarsi alla bellezza autunnale della Sila, perfetto anche per chi non ha grande esperienza di trekking.

Chi invece vuole alzare leggermente il tiro può affrontare il percorso che da Camigliatello Silano sale al Monte Curcio. Il sentiero risale il cosiddetto Vallone delle Sette Acque, seguendo un piccolo torrente che mormora tra le rocce. Il bosco qui è fitto e profumato, con i pini larici che gradualmente cedono il posto ai faggi man mano che si sale di quota. La sommità del Monte Curcio, a 1.768 metri, offre panorami sconfinati sull’intero altopiano, con la possibilità – per i più fortunati – di avvistare alcuni degli animali che abitano queste foreste: lupi, caprioli, cervi, tassi.

Ma l’ascesa che tutti gli escursionisti sognano di compiere è quella al Monte Botte Donato, la vetta più alta della Sila con i suoi 1.928 metri. Partendo da Lorica, il sentiero si inerpica tra i boschi fino a raggiungere la cima, da cui lo sguardo spazia su un territorio immenso. Nelle giornate limpide si riescono a distinguere il mar Ionio e il Tirreno, e persino il profilo maestoso dell’Etna all’orizzonte. È un’escursione impegnativa ma non impossibile, e la fatica viene ripagata da quella sensazione unica di trovarsi sul tetto della Calabria, in un punto da cui si dominano laghi, foreste e montagne a perdita d’occhio.

Un’altra esperienza da non perdere è l’escursione alla Pietra d’Altare, un percorso di circa sei chilometri che parte dalla tranquilla frazione di Silvana Mansio. La leggenda narra che Carlo Magno celebrasse qui una messa per i suoi cavalieri di ritorno dalle crociate, improvvisando un altare su una grossa pietra nel cuore del bosco. Vero o falso che sia il racconto, questo sentiero regala uno degli spettacoli autunnali più intensi della Sila: il bosco si tinge di giallo, ocra, arancio e rame, creando una cattedrale naturale di luce e colore.

Quando la biodiversità diventa patrimonio UNESCO

La Sila è stata riconosciuta dall’UNESCO come Riserva della Biosfera, un titolo che certifica l’eccezionale valore naturalistico di quest’area. Non si tratta solo di bellezza paesaggistica: la Sila custodisce ecosistemi complessi e fragili, dove convivono specie vegetali e animali di grande interesse scientifico. I boschi di pini larici calabresi, in particolare, rappresentano un patrimonio botanico unico nel panorama mediterraneo.

La fauna è altrettanto ricca: il lupo appenninico, simbolo del parco e specie protetta, torna a popolare questi monti dopo essere stato sull’orlo dell’estinzione. Insieme a lui vivono cervi, caprioli, cinghiali, e una moltitudine di uccelli rapaci che nidificano nelle foreste più remote. Camminare nella Sila autunnale significa anche ascoltare: il bramito del cervo in amore, il picchiettio del picchio sui tronchi, il fischio delle poiane che planano alte nel cielo.

Un autunno da vivere passo dopo passo

La Sila autunnale non si lascia conquistare in fretta. Richiede tempo, disponibilità ad adattarsi ai suoi ritmi, capacità di apprezzare il silenzio e la lentezza. Non è una destinazione per chi cerca l’avventura adrenalinica o l’esperienza mordi e fuggi. È piuttosto un luogo di immersione totale, dove la natura detta le regole e l’uomo deve limitarsi ad ascoltare e osservare.

Le giornate qui si misurano sui colori del cielo: l’azzurro terso del mattino, quando la luce radente fa brillare la rugiada sui prati; il bianco lattiginoso del mezzogiorno autunnale, quando le nuvole velano il sole; il rosa e l’oro del tramonto, quando i boschi sembrano incendiarsi; il nero profondo della notte, quando le stelle appaiono così nitide da sembrare a portata di mano.

È in questi momenti che la Sila rivela la sua essenza più vera: un angolo di Calabria che ha scelto la verticalità invece dell’orizzontalità del mare, la foresta invece della spiaggia, il silenzio invece del chiasso. Un altopiano dove l’autunno non è solo una stagione ma una filosofia di vita, fatta di armonia con la natura, rispetto dei cicli naturali, capacità di trovare bellezza nella semplicità.

Chi sceglie di visitare la Sila in autunno compie più che un semplice viaggio turistico: intraprende un percorso di riconnessione con dimensioni dimenticate, quelle che il vivere urbano e frenetico ci ha fatto perdere. Qui, tra i pini larici che profumano di resina e i laghi che specchiano il cielo mutevole, si riscopre il piacere di camminare senza una meta precisa, di fermarsi ad ascoltare i rumori del bosco, di assaporare un piatto semplice dopo una giornata all’aria aperta.

La Sila autunnale è questo: un invito a rallentare, a guardare davvero, ad ascoltare in profondità. È la Calabria che non ti aspetti, quella che sorprende proprio perché non corrisponde agli stereotipi, quella che resta impressa nella memoria non per monumenti o attrazioni ma per atmosfere, per sensazioni, per quel senso di pace che solo certi luoghi sanno ancora regalare.

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