Il primo respiro a quattromila metri di altitudine è un atto di fede. L’aria rarefatta della Puna entra nei polmoni con parsimonia, come se dovessi imparare da zero a respirare. Sono arrivata qui dopo giorni di viaggio, attraversando la provincia di Salta fino alle propaggini più remote del nordovest argentino, dove la Cordigliera delle Ande disegna un confine naturale con il Cile e la civiltà sembra dissolversi nel silenzio minerale dell’altopiano.
La Puna è uno di quei luoghi che ridefiniscono il concetto stesso di paesaggio. Non si tratta semplicemente di bellezza: è un’esperienza sensoriale totale che ti strappa dalla quotidianità e ti proietta in una dimensione dove il tempo geologico prende il sopravvento su quello umano. Qui, a quasi cinquemila metri, il deserto d’altura si estende per centinaia di chilometri, punteggiato da vulcani dormienti, salares che brillano come specchi rotti e lagune dove i fenicotteri danzano contro ogni logica di sopravvivenza.
Tra i villaggi dipinti della Quebrada de Humahuaca
Il viaggio verso la Puna inizia da Salta, città coloniale adagiata a milletrecento metri, dove le case bianche e i balconi in ferro battuto raccontano ancora la storia dell’impero spagnolo. Ma è lungo la Quebrada de Humahuaca che l’Argentina andina rivela la sua prima maschera spettacolare. Questa valle dichiarata Patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO si snoda per centocinquanta chilometri verso nord, seguendo il corso del Rio Grande.
Ogni curva della Ruta Nacional 9 svela un cambiamento cromatico: le montagne passano dal rosa pallido all’ocra, dal viola intenso al verde oliva. A Purmamarca mi fermo davanti al Cerro de los Siete Colores, una montagna che sembra dipinta da un artista espressionista, con strati geologici di sette tonalità diverse che testimoniano milioni di anni di sedimentazione e ossidazione minerale. Il villaggio ai suoi piedi è una manciata di case di adobe color terracotta, con un mercato artigianale dove le donne vendono tessuti di lana di lama dai motivi geometrici ancestrali.
Proseguendo verso nord, Tilcara accoglie con il suo Pucará, una fortezza precolombiana ricostruita che domina la valle. Salgo tra le rovine mentre il sole del pomeriggio incendia le montagne circostanti. Da quassù si comprende la strategia difensiva delle popolazioni omaguaca che abitarono questi luoghi prima dell’arrivo degli spagnoli: ogni approccio nemico era visibile per chilometri.
L’ascesa verso il regno del silenzio
La Cuesta de Lipán è il portale d’ingresso alla Puna. Questa strada serpeggiante sale per quaranta chilometri, arrampicandosi da tremila a oltre quattromila metri in una serie di tornanti vertiginosi scavati nel fianco della montagna. Mentre l’autista concentra lo sguardo sull’asfalto stretto, io mi affaccio dal finestrino per ammirare il precipizio: sotto di noi, la Quebrada si trasforma in un nastro colorato sempre più sottile, finché non scompare del tutto.
In cima alla cuesta, l’altopiano si spalanca improvvisamente come un mare pietrificato. Le Salinas Grandes appaiono all’orizzonte come una ferita bianca nella terra bruna. Questo salar di dodicimila ettari è una crosta di sale puro che si è formata dall’evaporazione di un antico lago andino. Scendo dalla jeep e cammino sulla superficie cristallina: sotto i miei piedi, la salinera scricchiola e riflette il cielo in una geometria esagonale perfetta, frutto della cristallizzazione naturale del cloruro di sodio.
Alcuni lavoratori estraggono ancora il sale manualmente, scavando pozze quadrate dove l’acqua salmastra affiora dalle profondità. Mi spiegano che questo sale, raccolto dalle comunità indigene della zona, è considerato tra i più puri del mondo. Porto una mano alla bocca per assaggiarlo: il sapore è intenso, minerale, antico.
San Antonio de los Cobres e le cicatrici della montagna
San Antonio de los Cobres si annuncia come un miraggio di lamiere ondulate e case basse, a tremilasettecento metri di quota. Questo villaggio nato per ospitare gli operai delle miniere di rame oggi è un punto di sosta obbligato per chi si avventura nella Puna. L’aria è gelida anche a mezzogiorno, e il vento solleva polveri rossastre che si depositano su ogni superficie.
La sera ceno in una piccola locanda dove la proprietaria mi serve una cazuela di lama fumante. La carne scura e saporita mi riscalda dall’interno mentre fuori la temperatura crolla sotto zero. Mi racconta che suo nonno lavorava nelle miniere di Concordia, oggi abbandonate, e che molti uomini del villaggio hanno lasciato i polmoni tra quelle gallerie. La storia mineraria della Puna è una storia di sacrificio umano al servizio dell’estrazione: rame, borace, zolfo, argento.
Al mattino mi sveglio con un principio di mal di altura: la testa pulsa leggermente e il sonno è stato frammentato. Mastico foglie di coca, il rimedio tradizionale delle popolazioni andine, e aspetto che l’alcaloide naturale faccia effetto. Funziona: dopo mezz’ora mi sento meglio, pronta per addentrarmi nel cuore più selvaggio della Puna.
Nella Puna profonda: il deserto che non perdona
Lasciata la Ruta Nacional 40, ci inoltriamo su piste sterrate che attraversano l’altopiano desertico. Il paesaggio diventa sempre più lunare: distese di sabbia vulcanica alternate a campi di rocce scure, montagne che sembrano cataste di minerali grezzi, il cielo di un azzurro così intenso da fare male agli occhi. Non incrociamo altre vetture per ore. Questo è territorio di vigogne e suris, i piccoli struzzi andini che corrono veloci tra i cespugli di paja brava.
A Tolar Grande, un microscopico villaggio a quasi tremilaseicento metri, le case sono prevalentemente abbandonate. Qui vivevano i minatori che estraevano borace dalle profondità della Puna. Oggi rimangono poche decine di abitanti, guardiani involontari di un deserto che non offre nulla se non la propria bellezza estrema. Il postino passa una volta alla settimana, quando la pista è percorribile.
La signora che gestisce l’unico alloggio del paese mi offre mate coca e mi indica sulla mappa i luoghi da non perdere. I suoi occhi brillano quando parla dell’Ojos de Mar, una serie di lagune turchesi nascoste tra le dune a poche centinaia di metri dal villaggio. Domani all’alba andremo a vederle.
Il Salar de Arizaro e il cono perfetto
Il Salar de Arizaro è il più grande dell’Argentina dopo le Salinas Grandes, e certamente il più spettacolare: milleseicento chilometri quadrati di sale compatto a oltre tremilasettecento metri di quota. Al centro di questa distesa bianca accecante si erge il Cono de Arita, un vulcano perfettamente conico alto duecento metri che sembra posato lì da una mano divina.
Mentre ci avviciniamo al cono, l’effetto ottico è straniante: il sale bianco, il cielo blu cobalto, la montagna di roccia scura creano un contrasto così netto da sembrare un’elaborazione digitale. Ma è tutto reale, tremendamente reale. Salgo faticosamente lungo il fianco del cono – ogni passo a questa altitudine richiede il doppio dello sforzo – fino a raggiungere una piccola piattaforma naturale da cui si domina l’intero salar.
La vastità è opprimente e liberatoria allo stesso tempo. Non c’è un suono, non un movimento, solo il respiro del vento che scolpisce lentamente il sale in piccole creste ondulate. Mi siedo su una roccia vulcanica ancora tiepida per il sole e resto lì, in contemplazione, per un tempo indefinito. La Puna ti insegna a stare nel vuoto senza riempirlo di parole o pensieri.
Dune bianche e oceani di pietra pomice
A pochi chilometri dal salar, le dune bianche si sollevano come onde fossili contro il fianco di un’antica montagna. Non sono di sabbia comune, ma di particelle finissime di gesso e minerali chiari che il vento ha accumulato nei millenni. Scalare queste dune è come camminare nel talco: i piedi affondano fino alle caviglie e la superficie cedevole rende ogni passo faticoso.
Dalla cima, lo sguardo abbraccia un panorama impossibile: davanti a noi si estende il campo di pietra pomice più grande del Sudamerica, una distesa di roccia vulcanica leggerissima color grigio perla che copre decine di chilometri quadrati. Scendo dalle dune e raccolgo un pezzo di pomice: è così poroso e leggero che galleggerebbe sull’acqua. Milioni di anni fa, un’eruzione catastrofica ha espulso questo materiale incandescente che, raffreddandosi rapidamente, ha intrappolato bolle di gas creando questa struttura spugnosa.
Camminare nel campo di pomice produce un suono particolare, uno scricchiolio secco e vuoto. Ogni tanto, tra le rocce, spunta un cardón, il cactus gigante delle Ande, che qui cresce storto e stentato, lottando per sopravvivere in questo ambiente estremo dove la pioggia cade forse dieci giorni all’anno.
Le lagune colorate e i fenicotteri dell’altitudine
Uno degli spettacoli più sorprendenti della Puna sono le lagune altoandine, specchi d’acqua di colori impossibili – verde smeraldo, turchese, rosso mattone – incastonati nell’aridità del deserto. Queste lagune devono le loro tonalità alla presenza di alghe estremofili e alla concentrazione di minerali come arsenico, boro e litio.
Alla Laguna Colorada, a oltre quattromila metri, l’acqua è di un rosso intenso che vira al porpora nelle ore del tramonto. Sulle sue sponde fangose, colonie di fenicotteri andini si nutrono di alghe microscopiche, filtrando l’acqua con i loro becchi ricurvi. Sono tre le specie presenti: il fenicottero andino, quello di James e quello cileno, ciascuno distinguibile per lievi differenze nel piumaggio e nelle dimensioni.
Li osservo attraverso il binocolo mentre si muovono sincronizzati, le zampe lunghe immerse nell’acqua gelida che di notte arriva sotto zero. Come facciano a sopravvivere in queste condizioni è un miracolo dell’evoluzione. Il biologo che ci accompagna mi spiega che questi uccelli hanno sviluppato una serie di adattamenti straordinari: un sistema circolatorio che evita la dispersione del calore, un metabolismo accelerato, e la capacità di nutrirsi di organismi che sarebbero tossici per altri animali.
La discesa verso i vigneti di Cafayate
Dopo giorni passati sopra i quattromila metri, la discesa verso Cafayate è un ritorno graduale alla vita. L’altitudine cala lentamente mentre la Ruta 40 serpeggia attraverso vallate sempre più verdi. A milleseicento metri, Cafayate accoglie con i suoi vigneti ordinati e le bodegas coloniali che producono alcuni dei vini più interessanti dell’Argentina.
Il Torrontés, vitigno bianco aromatico tipico di questa zona, cresce rigoglioso grazie all’altitudine, all’escursione termica tra giorno e notte, e all’insolazione costante. Visito una cantina dove il proprietario mi fa assaggiare diverse annate, spiegandomi come la terra rossa ricca di minerali conferisca al vino note distintive di agrumi e fiori bianchi. Dopo il sale e la polvere della Puna, il sapore fresco del vino è un’esplosione sensoriale.
La regione intorno a Cafayate offre anche meraviglie geologiche: la Quebrada de las Flechas, un canyon dove l’erosione ha scolpito pinnacoli rocciosi appuntiti come frecce che si protendono verso il cielo. Più a sud, la Quebrada de las Conchas stupisce con formazioni dalle forme bizzarre – l’Anfiteatro, il Sapo, la Garganta del Diablo – dove il vento ha modellato l’arenaria in architetture naturali.
Buenos Aires: il ritorno alla civiltà vertiginosa
Il contrasto tra la vastità desertica della Puna e il caos vibrante di Buenos Aires non potrebbe essere più stridente. Dopo giorni di silenzio minerale, l’arrivo nella capitale argentina è un’immersione totale nella vita urbana più intensa: dodici milioni di abitanti, traffico incessante, tanghi notturni nei caffè di San Telmo, bistecche della Pampa servite in parrillas fumanti.
Passeggio per i boulevard alberati del quartiere Recoleta, tra palazzi Belle Époque e librerie che restano aperte fino all’alba. La città pulsa di energia culturale: teatri, musei, milonghe dove il tango è ancora lingua viva. Eppure, chiudo gli occhi in un caffè di Palermo e rivedo le dune bianche della Puna, sento ancora il vento gelido dell’altopiano, assaporo quel silenzio abissale che qui, tra i clacson e le voci, sembra appartenere a un altro pianeta.
Il ritorno trasformato
Ogni viaggio autentico lascia un segno indelebile, ma la Puna fa qualcosa di più: ti ricalibra. Ti insegna che l’essenziale non sta nella molteplicità degli stimoli ma nella profondità dell’esperienza. Che la bellezza può essere ostile e proprio per questo più vera. Che il silenzio non è assenza ma pienezza, e che respirare aria rarefatta a cinquemila metri, dove ogni boccata è un atto consapevole, ti rende più presente a te stesso di qualunque pratica meditativa.
Riparto dall’Argentina con la certezza che alcuni luoghi non vanno semplicemente visitati, ma attraversati, assorbiti, vissuti nella carne e nelle ossa. La Puna è uno di questi: un deserto d’altura che ti strappa dalla comfort zone e ti restituisce trasformato, con negli occhi il bianco accecante del sale, il rosso delle lagune colorate, l’azzurro impossibile del cielo più puro che abbia mai visto.
Appassionato di scoperta e avventura, racconto i sentieri meno battuti del mondo, dove la natura e le tradizioni si svelano in modo autentico e sorprendente. Amo esplorare percorsi nascosti, lontani dalle rotte turistiche, per cogliere l’essenza vera di ogni luogo e condividere storie di paesaggi incontaminati, culture sconosciute e incontri autentici. Con uno stile narrativo coinvolgente, porto i lettori in un viaggio intimo e ricco di emozioni, dove il silenzio dei sentieri permette di riscoprire sé stessi e il mondo che ci circonda. Per me, ogni cammino è un’esperienza di scoperta, un invito a svelare le meraviglie sconosciute e a vivere avventure uniche, lontano dal caos e vicino alla natura.


