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L’Ermita del Cristo del Llano: il segreto barroco nascosto nella Sierra Morena di Jaén

Ermita del Cristo del Llano Baños de la Encina, L’Ermita del Cristo del Llano: il segreto barroco nascosto nella Sierra Morena di Jaén

Quando arrivo a Baños de la Encina, nelle ultime propaggini della Sierra Morena, il sole di Jaén illumina la pietra rossiccia dell’Ermita del Cristo del Llano. La facciata austera, con il suo campanile a vela che si staglia contro il cielo andaluso, non lascia presagire quello che mi aspetta all’interno. È un edificio del XVII secolo, costruito tra il 1682 e il 1692 per volontà del canonico Don Pedro García Delgado, figlio di questo borgo medievale che volle lasciare alla sua terra un’eredità di fede e bellezza.

Mi avvicino attraverso l’antico empedrado che circonda l’eremo, delimitato da un muretto di pietra. Da qui il castello califal di Burgalimar domina l’orizzonte come ha fatto dal 968, quando fu eretto per ordine del califfo Al-Hakam II. Questa è terra di stratificazioni millenarie, dove ogni epoca ha lasciato il suo segno. E l’Ermita del Cristo del Llano, dichiarata Bien de Interés Cultural nel 2009, racconta proprio questa capacità di trasformare la pietra in preghiera.

Ermita del Cristo del Llano. Las Rutas De Mike.

Il paradiso nascosto dietro la porta

Varco la soglia e il contrasto mi toglie il respiro. Le volte a botte con lunette, dipinte con scene del Nuovo Testamento, mi accompagnano lungo l’unica navata. Nel plenum centrale angeli musicanti sembrano suonare per me, mentre nei riquadri successivi si dispiegano l’Annunciazione, la Visita a Santa Elisabetta, l’Adorazione dei pastori e la Fuga in Egitto. Sono affreschi del XVIII secolo, datati intorno al 1733 secondo un’iscrizione rinvenuta in almagra sulla prima campata.

Ma è quando giungo al presbiterio che il mio sguardo viene catturato dall’impossibile. Dietro il retablo maggiore, che conserva tre tele originali con la Santissima Trinità, San Francesco e Santa Teresa, si intravede l’accesso al camarín. Attraverso la sacristia, una scala neomudéjar del XVIII secolo, con intagli geometrici e piccoli specchi incastonati nella porta originale, mi conduce verso l’alto.

L’esplosione barroca

Salgo i gradini e mi ritrovo in un rellano decorato con una cupola su pennacchi di straordinaria bellezza. Poi varco la soglia del camarín e mi sembra di essere stato proiettato in un’altra dimensione. Sono al cospetto di quello che gli studiosi definiscono uno degli esempi più esaltati del barroco andaluso: una torre-camarín costruita verso la metà del XVIII secolo, attribuita a Francisco Javier de Pedrajas o al suo discepolo Remigio del Mármol, entrambi appartenenti alla scuola barocca di Priego de Córdoba.

Lo spazio è un prisma che si eleva più in alto della chiesa stessa. La volta polilobata su trombe è completamente ricoperta da yeserie policrome – si dice che vi siano quasi tremila motivi decorativi – in un dedalo di stípites che emergono da piccoli busti alla base, alternate ad allegorie, iconografie di santi ed evangelisti. Uccelli esotici, frutti, elementi vegetali, rocaille, tralci di vite e specchi si incastonano ovunque, creando un’illusione spaziale fastuosa che fa vibrare ogni centimetro di superficie.

Al centro della stanza, su un piedistallo di diaspro, si erge la figura del Cristo del Llano, patrono di Baños de la Encina, una scultura anonima della seconda metà del XX secolo che ha sostituito quella originale. Gli specchi orientati verso di lui moltiplicano la luce e amplificano la sensazione di trovarsi sospesi tra terra e cielo, in una rappresentazione del paradiso celeste pensata per stimolare la pietà dei fedeli che, dalla parte bassa della chiesa, potevano accedere visualmente a questa scenografia di morfologie scultoree.

Il restauro e la sopravvivenza

Mentre ammiro questo prodigio, penso alle vicissitudini che hanno rischiato di cancellarlo. Le infiltrazioni cicliche dal tetto, l’umidità per capillarità, le ricristallizzazioni che hanno disgregato il materiale causando l’esfoliazione delle policromie e delle dorature. Lo scultore di Jaén Damián Rodríguez Callejón intervenne tra il 1962 e il 1963 per un primo restauro, ma l’intervento decisivo è avvenuto tra il 2007 e il 2011, quando finalmente il complesso è stato salvato dal degrado.

Mi dicono che durante la Guerra Civile il camarín fu trasformato in magazzino, e proprio questo lo salvò dalla distruzione che colpì invece gran parte del retablo maggiore. Un caso fortuito che ha permesso a questa meraviglia di giungere fino a noi.

Il legame con la terra

Uscendo dall’Ermita, mi volto a guardarla ancora una volta. La sua sobria facciata in pietra di taglio regolare, con la data 1682 incisa sulla portada principale, sembra custodire gelosamente il segreto che racchiude. Penso a Don Pedro García Delgado, professore dell’Università di Baeza e canonico della Cattedrale di Jaén, che tornò qui negli ultimi anni della sua vita per fondare questo santuario. Penso ai fedeli che nei secoli hanno percorso questa salita, a quello che un tempo era un descansadero mesteño per il bestiame transumante.

Baños de la Encina è terra di acque sotterranee e querce – da qui il nome – ma è anche terra di stratificazioni culturali. Dal Neolitico con le pitture rupestri della Cueva de la Moneda, passando per l’età del Bronzo dell’insediamento argárico di Peñalosa, fino all’epoca romana e poi musulmana. Questo borgo dichiarato Conjunto Histórico-Artístico nel 1969 conserva intatta la sua identità monumentale.

E l’Ermita del Cristo del Llano ne è forse l’espressione più sorprendente: un edificio che inganna con la sua apparente semplicità esterna per poi rivelare un universo di bellezza traboccante, un cielo fatto di gesso e fede che continua a stupire chiunque abbia la fortuna di varcarne la soglia.

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