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Rio de Janeiro: dentro il Carnevale più spettacolare del mondo tra samba e tradizione

Carnevale di Rio de Janeiro, Rio de Janeiro: dentro il Carnevale più spettacolare del mondo tra samba e tradizione

Mi trovo al Sambódromo Marquês de Sapucaí alle tre del mattino, e intorno a me ottantamila persone urlano all’unisono mentre la scuola di samba Mangueira entra in pista. L’aria è densa di polvere dorata che brilla sotto i riflettori, mescolata al profumo di birra, frittura di strada e sudore. Davanti ai miei occhi si materializza un serpente di piume alte quattro metri, portate da duecento ballerini vestiti di verde e rosa shocking che si muovono come un organismo unico. Il battito dei tamburi mi attraversa lo sterno con una forza fisica: sono tremila percussionisti della bateria che suonano all’unisono, creando un ritmo che fa vibrare le gradinate di cemento sotto i miei piedi.

Questa è la notte finale del Carnevale di Rio, l’apice di una celebrazione che trasforma completamente la città per cinque giorni all’anno. Non è semplicemente una festa: è un fenomeno sociale totale che coinvolge ogni angolo della metropoli carioca, dai quartieri ricchi di Ipanema alle favelas che si arrampicam sulle colline. È il momento in cui Rio smette di essere se stessa per diventare qualcos’altro: un gigantesco palcoscenico dove il quotidiano scompare e tutto diventa possibile.

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La preparazione: dodici mesi per cinque giorni di gloria

Sei mesi prima del Carnevale, salgo sulla collina di Mangueira, una delle favelas storiche della Zona Nord di Rio. Qui, in un capannone di lamiera corrugata che sembra sul punto di crollare, trovo cinquanta donne sedute in cerchio che cuciono migliaia di paillettes su costumi di piume. Dona Maria, settantadue anni, mi racconta che lavora per la scuola di samba da quando ne aveva quindici. “Ogni costume richiede almeno duecento ore di lavoro”, mi spiega mentre le sue mani nodose continuano a muoversi con precisione millimetrica. “Usiamo piume di struzzo dall’Africa, cristalli dalla Repubblica Ceca, tessuti dall’India. Un singolo costume da destaque può costare quarantamila reais.”

Le scuole di samba – che in realtà sono associazioni di quartiere con migliaia di membri – iniziano a prepararsi per il Carnevale successivo il giorno dopo la fine di quello precedente. Ogni scuola sceglie un enredo, un tema narrativo che verrà sviluppato attraverso i carri allegorici, i costumi e la canzone ufficiale. Nel 2024, la Imperatriz Leopoldinense ha raccontato la storia delle Ganhadeiras de Itapuã, donne afro-brasiliane che nel diciannovesimo secolo lavoravano come lavandaie e hanno preservato tradizioni religiose africane. La Viradouro ha invece narrato la vita nei cortiços, le case popolari di Rio dell’Ottocento.

Il presidente della scuola di samba Portela, che visito in un pomeriggio afoso di novembre, mi mostra i progetti dei carri: disegni tecnici dettagliati alti due metri che coprono un’intera parete del suo ufficio. “Abbiamo un budget di circa dodici milioni di reais”, mi dice. “Metà viene dalle sovvenzioni pubbliche, il resto da sponsor privati e dal contributo dei nostri membri.” Ogni scuola del Grupo Especial – la serie A del Carnevale – schiera tra tremila e cinquemila persone in pista: ballerini, percussionisti, porta-bandiera, e le figure dei carri allegorici che possono arrivare a dodici metri di altezza.

Il Sambódromo: teatro dell’impossibile

Oscar Niemeyer ha progettato il Sambódromo nel 1984, creando una passerella lunga settecento metri fiancheggiata da gradinate che possono ospitare settantamila spettatori. Ma l’architetto modernista non poteva immaginare cosa sarebbe diventato questo spazio: un luogo dove le leggi della fisica sembrano sospese, dove carri di venti tonnellate si muovono spinti solo da uomini che corrono nascosti al loro interno, dove ballerine danzano per ottanta minuti ininterrotti con copricapi di quindici chili sulla testa.

Arrivo al Sambódromo alle otto di sera, quattro ore prima dell’inizio della mia scuola. I venditori ambulanti riempiono i corridoi esterni gridando le loro merci: lattine di birra ghiacciata, panini al formaggio fuso, ventagli di plastica. All’interno, i settori più economici – l’arquibancada – sono già affollati di famiglie che hanno portato cuscini e borse termiche, preparandosi per una maratona che durerà fino all’alba. Nei camarotes, i palchi privati con servizio bar e aria condizionata, vedo celebrità brasiliane in abiti da sera che posano per i fotografi.

Alle undici e trenta precise, le luci si abbassano. Un brivido collettivo attraversa lo stadio. Poi esplode il primo rullo di tamburi e la commissione di fronte della Vila Isabel entra in pista: dodici coppie in costumi bianchi e oro che aprono la sfilata, seguite dalla Comissão de Frente, un gruppo di quindici performer che presenta il tema della scuola attraverso una coreografia di quattro minuti. Quest’anno mimano la trasformazione dell’acqua in vapore, i loro corpi che si sollevano e ricadono in onde sincronizzate.

Dietro di loro arriva il primo carro allegorico: una costruzione alta undici metri che rappresenta il Cristo Redentore, ma ricoperto di specchi che frammentano e moltiplicano la sua immagine. Trentacinque persone stanno in piedi su questo carro, agitando bandiere e cantando mentre la struttura avanza lentamente. La canzone della scuola – il samba-enredo – risuona dagli altoparlanti, ma è la bateria dal vivo che domina: tremilaquattrocento percussionisti vestiti di bianco e rosso, disposti in sei file, che suonano surdo, caixa, tamborim, agogô, cuíca, creando un muro sonoro che sento risuonare dentro le ossa.

Le ale: dove nasce la magia collettiva

Ma il vero cuore del Carnevale non sono i carri o i costumi costosi. Sono le ale, le sezioni tematiche in cui sono divisi i tremila membri sfilanti di ogni scuola. Ogni ala rappresenta un aspetto diverso del tema narrativo e richiede ai suoi membri di comprare il proprio costume – che può costare da trecento a duemila reais – e di partecipare alle prove settimanali per mesi prima del Carnevale.

Partecipo a una prova della scuola Grande Rio in una notte di gennaio. Duemila persone si radunano in uno spiazzo polveroso della periferia di Duque de Caxias, alle undici di sera di un martedì. Non ci sono turisti qui, solo membri della comunità locale: camerieri, insegnanti, autisti di autobus, impiegati. Per due ore cantano e ballano la stessa canzone, provando la coreografia, imparando esattamente quando alzare le braccia, quando girare, quando urlare il ritornello. La direttrice dell’ala, una donna minuta con un megafono, li riprende continuamente: “Più energia! Più sorriso! Dovete sembrare felici anche se siete stanchi!”

Questa è la disciplina nascosta dietro il caos apparente del Carnevale. Ogni movimento è coreografato, ogni persona sa esattamente dove deve essere in ogni momento. Il regolamento ufficiale della LIESA – la Lega Indipendente delle Scuole di Samba – stabilisce che ogni scuola ha tra sessantacinque e settantacinque minuti per attraversare il Sambódromo. Un secondo in meno o in più costa punti. I giudici valutano dieci categorie: bateria, samba-enredo, armonia tra le parti, evoluzione (il flusso della sfilata), commissione di fronte, carri allegorici, costumi, porta-bandiera e porta-stendardo, insieme generale, tema.

I bloco: il Carnevale di strada che travolge la città

Il Sambódromo rappresenta solo una frazione del Carnevale di Rio. La parte più autentica e partecipativa accade per le strade della città, dove più di cinquecento bloco – cortei carnevaleschi di quartiere – si riversano ogni giorno dal venerdì al martedì grasso. Alcuni bloco riuniscono dieci persone, altri due milioni.

Sabato pomeriggio mi unisco al Cordão da Bola Preta, il più antico bloco di Rio, fondato nel 1918. Il punto di ritrovo è in Centro, il centro storico della città. Alle due del pomeriggio, quando arrivo, ci sono già centomila persone che riempiono completamente Avenida Rio Branco, un viale a otto corsie trasformato in un fiume umano. Un camion con altoparlanti giganti avanza lentamente suonando marchinhas, le canzoni carnevalesche tradizionali degli anni Venti e Trenta. La folla canta insieme ogni parola.

Non ci sono barriere, non ci sono biglietti, non c’è organizzazione apparente. È caos puro e gioioso: persone in costume da supereroi, da animali, da frutta, da personaggi politici, mescolate a chi indossa semplicemente una maglietta bagnata di birra e sudore. Vedo un gruppo di sessantenni vestiti da Wonder Woman che ballano con studenti universitari in tutù. Un uomo sulla cinquantina, travestito da infermiera con una parrucca bionda, mi offre della cachaça da una bottiglia di plastica. “É Carnaval!”, urla, come se questa fosse l’unica spiegazione necessaria.

Lunedì mi sposto a Santa Teresa per il bloco Céu na Terra, più piccolo e bohémien. Qui il genere musicale è diverso: samba tradizionale suonato da una banda dal vivo di venti elementi con cavaquinho, pandeiro, tamborim. Il corteo serpeggia tra le stradine acciottolate del quartiere, passa sotto gli archi coloniali, si ferma nei bar dove tutti ordinano caipirinha. L’atmosfera è più intima, quasi familiare. I residenti anziani guardano dai loro balconi, alcuni lanciando coriandoli sulla folla sottostante.

Le radici afro-brasiliane: memoria e resistenza

Il Carnevale di Rio affonda le sue radici nelle tradizioni africane portate dagli schiavi, mescolate con gli elementi delle celebrazioni cattoliche portoghesi e dei riti indigeni. Il samba stesso nasce nei primi del Novecento nei quartieri afro-brasiliani di Rio, particolarmente intorno a Praça Onze, dove le donne bahiane che vendevano cibo per strada ospitavano rodas de samba – cerchi di samba – nelle loro case.

Visito il Quilombo da Pedra do Sal, una piccola piazza nel quartiere portuale che è considerata uno dei luoghi di nascita del samba. Ogni lunedì sera, musicisti si radunano qui per suonare in una roda libera che dura fino a tarda notte. Mestre Monarco, ottantotto anni, uno dei fondatori della scuola di samba Portela, è seduto su una sedia di plastica con un cavaquinho sulle ginocchia. “Il samba era la nostra voce quando non avevamo altra voce”, mi dice. “Era il modo in cui raccontavamo le nostre storie, mantenevamo vive le nostre tradizioni, resistevamo.”

Durante la dittatura militare (1964-1985), il Carnevale divenne uno spazio di resistenza codificata. Le scuole di samba includevano nei loro temi critiche velate al regime, celebrazioni della cultura afro-brasiliana che il governo cercava di reprimere, riferimenti alla povertà e all’ingiustizia sociale. Ancora oggi, molte scuole usano l’enredo per affrontare temi politici: nel 2019, la Mangueira vinse il campionato con una sfilata che criticava la versione ufficiale della storia brasiliana, dando voce agli indigeni, agli afro-brasiliani e agli emarginati.

L’economia del Carnevale: industria e comunità

Il Carnevale genera per Rio un giro d’affari stimato in quattro miliardi di reais secondo dati della prefeitura del 2024. Gli hotel della Zona Sud triplicano i prezzi e raggiungono il cento per cento di occupazione. I ristoranti assumono personale extra. I venditori ambulanti di bevande, cibo e gadget lavorano venti ore al giorno. Ma la distribuzione di questa ricchezza è profondamente diseguale.

Nelle favelas dove nascono le scuole di samba, la preparazione del Carnevale offre lavoro temporaneo a migliaia di persone: sarti, carpentieri, elettricisti, decoratori, ballerini professionisti. Molti lavorano per mesi senza stipendio fisso, sostenuti solo dalla passione e dalla speranza di una piccola retribuzione finale. I conflitti per i fondi pubblici sono intensi: ogni anno scoppiano polemiche su scuole che non riescono a pagare i fornitori o che accumulano debiti milionari.

Parlo con Carlos, quarantotto anni, che costruisce carri allegorici da trent’anni. “È un lavoro precario”, ammette. “Lavoriamo come pazzi da agosto a febbraio, poi non abbiamo niente fino all’anno successivo. Ma non riesco a immaginare di fare altro. Quando vedo il mio carro sfilare al Sambódromo, con le luci e la gente che urla, tutto ha senso.”

La notte della vittoria: quando il sogno si realizza

Mercoledì delle ceneri, il giorno dopo la fine del Carnevale, si tiene la cerimonia di premiazione. Torno al Sambódromo alle sei del pomeriggio. L’atmosfera è completamente diversa: niente costumi, niente musica assordante, solo migliaia di persone vestite normalmente che riempiono le gradinate in un silenzio teso.

I rappresentanti delle dodici scuole del Grupo Especial sono seduti in pista. Il presidente della LIESA legge i punteggi in ordine inverso di classifica. Ogni annuncio provoca urla di gioia o gemiti di delusione. Quest’anno la competizione è strettissima: le prime tre scuole sono separate da solo mezzo punto.

Quando viene annunciata la vincitrice – quest’anno è stata la Viradouro con il tema sui cortiços – esplode il caos. I membri della scuola invadono la pista piangendo, abbracciandosi, cadendo in ginocchio. Alcuni sono membri da cinquant’anni e non hanno mai vinto. Altri hanno investito i risparmi di un anno intero nel loro costume. Per loro non è solo una gara: è la validazione di un anno di sacrifici, il riconoscimento che la loro comunità, il loro quartiere, la loro storia meritano di essere celebrate.

Mi allontano dal Sambódromo mentre il sole tramonta su Rio. Le strade sono coperte di coriandoli bagnati, bottiglie vuote, piume perse. La città sembra esausta, svuotata. Domani ricomincerà la vita normale: gli uffici riapriranno, il traffico tornerà, le preoccupazioni quotidiane riprenderanno il loro posto. Ma per cinque giorni, Rio è stata qualcos’altro. È stata pura energia, pura gioia, pura possibilità. È stata il luogo dove tremila persone possono muoversi come un corpo solo, dove un operaio può diventare re per una notte, dove la musica è così forte da far dimenticare tutto il resto.

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