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Uzbekistan senza filtri: viaggio tra le navi nel deserto e le cupole d’oro della Via della Seta

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Un itinerario nell’Uzbekistan che nessuna cartolina può restituire: dalle mura di mattoni di Khiva fino ai relitti arrugginiti del Mar d’Aral, passando per l’oro delle cupole di Samarcanda.

C’è un momento, appena dopo il tramonto, in cui le mura di Khiva diventano arancione. Non l’arancione delle fotografie ritoccate – qualcosa di più antico, più vero, simile alla brace di un fuoco che non si è mai del tutto spento. Quel momento dura forse dieci minuti. Se lo perdi, devi aspettare il giorno dopo. E se riesci a viverlo una volta, capisci perché questa città è rimasta più o meno intatta da quasi mille anni.

L’Uzbekistan non è una destinazione che si rivela subito. È un Paese che richiede pazienza, la volontà di percorrere strade polverose tra un checkpoint e l’altro, di aspettare treni che partono prima dell’alba, di sedersi in una teahouse e capire – lentamente – che il ritmo di quel posto non è il vostro e che forse non dovrebbe esserlo. Ma se si è disposti a rallentare, quello che si incontra lungo i quasi duemila chilometri di questo itinerario è qualcosa che si fatica a trovare altrove: una continuità tra il passato e il presente così densa da sembrare fisica, qualcosa che si può toccare con mano nelle maioliche di Bukhara, nelle rotte di sabbia tra le fortezze del deserto rosso, nelle lacrime asciutte di Moynaq.

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Khiva: la città che sembra un fondale teatrale e non lo è

Khiva si visita a piedi. Non c’è alternativa, né ce n’è bisogno. L’Ichan-Kala, la città interna, è un’enclave di mura di fango cotto dal sole – patrimonio UNESCO dal 1990 – che si attraversa in venti minuti se si cammina dritto, ma in cui ci si può perdere per giorni se si è curiosi. Il minareto Islam Khoja, alto 57 metri, domina il profilo come un faro piantato nel deserto. Non distante, il minareto incompiuto di Kalta Minor, azzurro e mozzato, racconta di un khan che volle costruire la torre più alta del mondo islamico e morì prima di finirla.

La tentazione, arrivando a Khiva, è di trattarla come un museo a cielo aperto, di fotografare e passare. Sarebbe un errore. La città è viva: i negozianti aprono le botteghe alle otto del mattino, i bambini rincorrono i gatti tra i vicoli, le nonne siedono sulle soglie come fanno da generazioni. Il miglior consiglio è di entrare all’alba, prima che i pullman dei tour organizzati scarichino i loro passeggeri alla porta Ota Darvoza, e percorrere i vicoli più stretti verso nordest, dove l’ultimo strato di intonaco risale all’Ottocento e i muri emanano ancora il caldo accumulato nel pomeriggio.

“A Khiva il tempo non si misura in ore ma in strati di mattoni: ogni muro racconta un’invasione, una ricostruzione, un khan che volle lasciare il proprio nome scritto nella terracotta.”

I tramonti, qui, sono la ragione principale per restare due notti invece di una. Il cielo sopra la Corasmia assume colori che non hanno nomi precisi in italiano, qualcosa tra l’ambra e il rame, mentre le ombre si allungano sulle torri. Le terrazze dei caffè che si affacciano sulle mura si riempiono di silenzio e di turisti che smettono di parlare.

Karakalpakstan e il Mar d’Aral: il luogo dove il mondo ha smesso di avere senso

Partire da Khiva verso nordovest significa abbandonare ogni conforto narrativo. La strada per Moynaq attraversa il Karakalpakstan – una repubblica autonoma all’interno dell’Uzbekistan, con la propria lingua, la propria identità culturale, e una tragedia che pesa su tutto come l’aria salata che si sente già a chilometri di distanza. Il viaggio in jeep dura ore. Il paesaggio cambia gradualmente: prima la steppa rada, poi il bianco del sale che affiora dal suolo, poi il nulla.

Moynaq era, fino agli anni Sessanta del Novecento, un porto attivo sul Mar d’Aral – al tempo il quarto lago interno più grande del mondo, con una superficie di circa 68.000 chilometri quadrati. Poi il regime sovietico deviò i fiumi Amu Darya e Syr Darya per irrigare le piantagioni di cotone, e il mare cominciò a ritirarsi. Oggi Moynaq dista circa 150-180 chilometri dalla riva più vicina. Quello che rimane in città è un cimitero di navi: scheletri arrugginiti di pescherecci posati sulla sabbia secca di quello che fu il fondale marino, disposti attorno a un memoriale che affaccia su una distesa di crosta bianca e conchiglie fossili.

Non è un posto facile da visitare. Non nel senso logistico, che pure è reale. È difficile emotivamente. Camminare tra quelle navi è un’esperienza di doppia perdita: la perdita dell’acqua e la perdita delle persone che su quell’acqua vivevano. Moynaq aveva 20.000 abitanti e un’industria ittica che riforniva l’intera Unione Sovietica. Oggi ne restano poche migliaia, per lo più anziani.

A Nukus, capitale del Karakalpakstan, il Museo Savitsky è una delle sorprese più imprevedibili di tutto il viaggio: fondato dall’etnografo russo Igor Savitsky negli anni Sessanta, ospita oggi la seconda raccolta più grande al mondo di arte d’avanguardia russa – circa 90.000 opere accumulate in segreto durante l’era sovietica per sottrarle alla distruzione. La stampa internazionale lo chiama “il Louvre del deserto”. Non è un’esagerazione.

L’esperienza si completa dormendo una notte in un accampamento di yurte sull’altopiano dello Ustyurt, con il cielo che di notte è così pieno di stelle da sembrare dipinto. All’alba, il silenzio del deserto è totale.

Il deserto Kyzylkum e le fortezze di argilla: storia scritta nella polvere

Tra Khiva e Bukhara si estende il deserto Kyzylkum – il “deserto rosso”, in uzbeko – che non è tanto il deserto di sabbia delle fantasie infantili quanto una steppa arida percorsa da venti secchi, punteggiata di artemisia e di rovine. Ed è in questo paesaggio che si nascondono tre delle costruzioni più antiche e meno visitate dell’Uzbekistan: le fortezze di Qizil Qala, Ayaz Kala e Topraq Kala.

Costruite tra il I e il VIII secolo d.C. dalla civiltà della Corasmia, queste strutture in mattoni di fango sono oggi per lo più ruderi, ma la loro posizione nel paesaggio è di una potenza visiva straordinaria. Ayaz Kala sorge su un colle che domina le pianure circostanti per decine di chilometri: salirci al tramonto, con la luce che radicalmente modifica la percezione della distanza e del tempo, è uno di quei momenti che si ricordano a lungo. Topraq Kala, la più elaborata, conserva i resti di sale decorate e di un palazzo reale che gli archeologi hanno studiato per decenni.

Bukhara: dove ogni vicolo è un trattato di architettura

Se Khiva è una sorpresa visiva immediata, Bukhara è una città che si apre lentamente. Bisogna concederle almeno due giorni, meglio tre, e rinunciare all’idea di “vedere tutto”. Il centro storico – anch’esso patrimonio UNESCO – è un labirinto di vicoli che porta da una teahouse a una madrasa, da una cupola traforata a una fontana silenziosa.

Il simbolo visivo della città è il complesso Po-i-Kalan: il minareto Kalan, alto quasi 47 metri, fu eretto nel 1127 e secondo la tradizione fu l’unico edificio di Bukhara che Gengis Khan ordinò di non abbattere durante il saccheggio del 1220, colpito dalla sua maestosità. Ai suoi piedi, la moschea Kalan e la madrasa Mir-i-Arab formano un insieme di proporzioni esatte e tinte turchesi che di notte acquisisce una qualità quasi surreale.

Bukhara è anche il centro artigianale dell’Uzbekistan: i maestri ricamatori di tessuti Suzani lavorano ancora nelle stesse botteghe dei loro padri, i vasai decorano le ceramiche con gli stessi motivi geometrici che si vedono sulle maioliche medievali. Il bazar sotto le cupole di trading – strutture ottagonali del XVI secolo pensate per i mercanti della Via della Seta – è ancora funzionante, ancora odoroso di spezie e lanolina.

“Bukhara non è una città da visitare ma da abitare, fosse anche per soli tre giorni: la si capisce solo camminando senza meta nei vicoli al mattino presto.”

Merita la visita, a un paio di chilometri dal centro, il mausoleo di Ismail Samani, costruito alla fine del IX secolo: è uno dei capolavori dell’architettura islamica, con le sue pareti di mattoni cotti disposti in pattern che filtrano la luce durante le diverse ore del giorno, creando effetti di ombra mutevoli che nessuna fotografia riesce a restituire appieno.

Samarcanda e Shahrisabz: la grandezza di Tamerlano scritta nel marmo e nelle rovine

Samarcanda è il nome più famoso di questo viaggio. Il consiglio è di visitare il Registan al mattino presto, quando il sole colpisce di sbieco le tre madrase che fronteggiano la piazza e i colori delle maioliche – il blu cobalto, il turchese, il bianco e il verde – vibrano nella luce ancora fresca. È lì, in quei venti minuti prima che arrivino i pullman dei tour, che il Registan restituisce qualcosa della sua vera natura: non uno sfondo per selfie, ma il centro cosmologico di un impero.

Ma è la necropoli di Shah-i-Zinda il luogo che colpisce di più: un vialetto funerario fiancheggiato da una ventina di mausolei coperti di ceramiche azzurre, costruiti tra il XIV e il XV secolo per le famiglie nobili dell’impero timuride. La densità estetica di quel corridoio è vertiginosa: ogni mausoleo compete con il successivo in raffinatezza, e il visitatore si muove tra i portali come in uno stato di lieve stordimento.

A un’ora e mezza da Samarcanda si trova Shahrisabz, la città natale di Tamerlano. Del palazzo Ak-Saray rimangono oggi due enormi piloni del portale d’ingresso, coperti di mosaici blu e turchesi  abbastanza da immaginare il resto.

Tashkent: la capitale che non si chiede di essere amata

Tashkent è l’ultima tappa, e non è la più emozionante. La capitale – la più grande città dell’Asia Centrale, con circa tre milioni di abitanti – fu quasi completamente ricostruita dopo il terremoto del 1966. Ma ha cose sue proprie da offrire.

Il bazar Chorsu, con la sua cupola turchese che copre la sezione delle spezie, è uno dei mercati più caotici e vitali dell’Asia Centrale. Il plov – riso con agnello, carote e cipolle – è qui che si mangia nella sua versione più autentica. La metropolitana di Tashkent, inaugurata nel 1977, è un monumento al gusto monumentale sovietico: le stazioni sono decorate con mosaici, marmi e murales che celebrano la storia uzbeka. È una galleria d’arte involontaria e magnificamente assurda.

Il complesso di Khast Imam, nella città vecchia, conserva quello che viene considerato il Corano più antico del mondo, un manoscritto attribuito al VII secolo d.C. e appartenuto al califfo Othman. La biblioteca che lo ospita è accessibile ai visitatori.

 

L’Uzbekistan è un Paese che cambia il modo in cui si guarda al tempo. Le mura di Khiva erano già antiche quando Gengis Khan le sfiorò. Il Registan era già stato costruito e parzialmente ricostruito quando Babur, il fondatore dell’Impero Moghul, vi passeggiò prima di partire per la conquista dell’India. E i pescatori di Moynaq erano già vecchi quando il loro mare cominciò a sparire.

Viaggiare in Uzbekistan significa portarsi a casa questa vertigine temporale, e con essa una domanda silenziosa su cosa rimane, e per quanto, di ciò che costruiamo oggi.

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