#Sinfonia in MI minore

Chiudere una porta non significa cancellare i ricordi

Ferma davanti alla porta, chiuse gli occhi e respirò l’odore di quelle pareti che tanto l’avevano affascinata quand’ era bambina; quando i quadri e le foto di famiglia ne ricoprivano la superficie. Quell’odore così familiare, ora leggermente diverso si disse, forse perché offuscato dalla polvere che aleggiava nelle stanze, ormai quasi del tutto vuote.

Aprì la porta del salotto buono, così lo chiamava sua nonna. Nella stanza c’erano ancora alcuni arredi, forse sarebbero rimasti li per sempre o fino a quando una nuova famiglia ci avrebbe abitato e magari li avrebbero tenuti o buttati via. A chi importava dei ricordi che ogni singolo mobile le suscitava. Troppo ingombranti per portarseli via.

Con la mano ancora sul pomello mosse alcuni passi, con deferenza, all’interno. Girò lo sguardo e lo vide: li, sulla parete destra, il divano di velluto verde. Quel divano sul quale le era proibito sedersi da bambina, perché l’avrebbe potuto sporcare. Lei che, in contrasto con la buona educazione che le suore del collegio le impartivano, aveva le mani sempre sporche di terra. Il maschiaccio così la chiamavano tutti, ancora oggi che di anni ne aveva molti. Quel soprannome le fu dato quando aveva appena 3 anni, perché aveva osato arrampicarsi sul grande albero dietro casa senza mostrare nessuna paura, come uno scoiattolo.

All’improvviso un colpo di vento spalancò la finestra. Il mare si stagliava all’orizzonte. Le onde si infrangevano sugli scogli sollevando spruzzi di schiuma bianca. Il sole primaverile faceva riflettere la superficie di bagliori argentei.

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Posò entrambi le mani sul davanzale e respirò l’aria impregnata di salsedine.

Quanti ricordi le riaffiorarono all’improvviso. Ricordi che credeva di aver dimenticato.

Il labbro inferiore iniziò a tremarle, da dietro le palpebre chiuse le lacrime le pungevano gli occhi come granelli di sabbia trasportati dal vento e con un grido stridulo, soffocato dalla mano poggiata sulle labbra, le lacrime sgorgarono dagli angoli degli occhi.

Le lacrime, che fino a quel giorno, erano rimaste nascoste nel fondo del suo cuore, trovarono la strada per alleviarle la tristezza che era seguita alla notizia della vendita della casa. La casa della nonna. La casa dov’era cresciuta. L’unico posto che poteva chiamare casa.

Chiuse la finestra e si rese conto che non c’erano le tende. Non lo aveva notato fino a quel momento.

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Chissà, si disse, quante altre cose non aveva notato.

Uscì dalla stanza e chiuse la porta. Le venne da ridere. A chi importava ora se il divano si fosse riempito di polvere. La riaprì in un gesto di ribellione e lo vide: il pianoforte. Nemmeno quello aveva notato.

Guardò la stanza, e si impresse ogni dettaglio nella memoria. Sovrappose le immagini della stanza che fu con quelle che erano ora. Un moto di rabbia le agguantò lo stomaco. Strinse più forte la mano sul pomello, si rese conto che cigolava. Allora con tutta la forza che la rabbia le aveva scatenato lo staccò e se lo mise in tasca, decise che ovunque sarebbe andata quel pomello l’avrebbe seguita.

E mentre scendeva le scale fu come sentirlo, quello stridio che faceva lo sgabello, quando lei lo avvicinava al pianoforte, un attimo esatto prima che si mettesse a suonare.

E poi, la sinfonia in MI minore, che la nonna aveva composto apposta per lei, quel giorno che involontariamente le aveva detto la verità. Quella verità tanto aspra da serrarle la gola ma che, si era sempre detta, la sapeva senza volerlo ammettere, riecheggiò dalla sua mente.

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E mentre scendeva le scale, si accorse, che poggiando il piede sul gradino le sembrava di risentirle quelle note, come se qualcuno stesse pigiando sui tasti del pianoforte, producendo quella musica triste, viva, penetrante, che la nonna tante volte aveva suonato, in quel salotto buono in cui le era proibito entrare. Era stato il suo modo di chiederle scusa. Lei donna di poche parole, così attenta all’etichetta, non gliene aveva più parlato. Ma ogni volta che capiva la sua tristezza, si metteva al pianoforte, la porta socchiusa, e suonava, suonava all’infinito quella melodia.

Uscì dalla casa, e mentre chiudeva la porta, realizzò che non l’avrebbe rivista più. Si incamminò verso il cancello senza voltarsi indietro, la mano nella tasca del soprabito stringeva il pomello.

L’unico ricordo che le restava della sua vita passata.