Quando la notte della Vigilia avvolge le case nel suo mantello scuro, mentre le famiglie si riuniscono attorno alle tavole imbandite, c’è un mondo là fuori che celebra il Natale in modi che sfidano ogni immaginazione. Scope nascoste nelle soffitte norvegesi, scarpe lanciate oltre le spalle ceche, falò infernali in Guatemala, cimiteri illuminati da migliaia di candele in Finlandia, pattini a rotelle che sfrecciano verso la messa in Venezuela, ceppi di legno che “defecano” regali in Catalogna e tredici inquietanti visitatori islandesi: queste sono solo alcune delle tradizioni che rendono il Natale un mosaico di rituali tanto bizzarri quanto affascinanti.
Dimenticate per un momento l’albero addobbato e i pacchetti sotto l’abete. Spalancate le porte della vostra curiosità e preparatevi a un viaggio attraverso otto paesi dove il Natale assume forme inaspettate, dove l’antico si mescola al moderno e dove ogni tradizione racconta una storia che affonda le radici nel folklore, nella superstizione e nell’identità culturale di un popolo. Dalle gelide terre del Nord Europa ai caldi altopiani del Centroamerica, il 25 dicembre è molto più di una semplice data sul calendario: è un teatro vivente di credenze millenarie che continuano a pulsare nel presente.
La caccia alle streghe norvegesi: quando le scope spariscono nella notte più magica
In Norvegia, la Vigilia di Natale non è solo il momento dei regali e della famiglia riunita. È anche l’ora in cui le scope scompaiono. Non per magia, ma per precauzione. Nelle case norvegesi, dalla costa frastagliata ai fiordi più remoti, il 24 dicembre le scope vengono nascoste nei posti più improbabili: armadi chiusi a chiave, cantine buie, soffitte polverose. Qualcuno le infila persino sotto i letti o dietro i mobili più pesanti.
La tradizione affonda le radici nell’antica credenza secondo cui durante la notte di Natale streghe e spiriti maligni escano dalle loro tane per seminare scompiglio. E quale mezzo di trasporto preferirebbero, se non una bella scopa rubata? Il legame con la mitologia norrena è profondo: la Caccia Selvaggia, o Åsgårdsreien, vedeva il dio Odino cavalcare nei cieli notturni durante le dodici notti di Natale, accompagnato da Valchirie, streghe, spettri e spiriti che solcavano l’oscurità su cavalli e scope.
Oggi, la maggior parte dei norvegesi moderni sorride di fronte a questa usanza, ma molte famiglie continuano a osservarla con un misto di ironia e affetto per le tradizioni ancestrali. Non è raro trovare, ancora oggi, case dove le scope spariscono misteriosamente il 24 dicembre, quasi a voler tenere vivo un filo sottile che collega il presente a un passato in cui la notte di Natale era considerata pericolosa e magica. Del resto, nelle lunghe e buie notti invernali norvegesi, dove il sole fatica a mostrarsi per poche ore, l’immaginazione ha sempre trovato terreno fertile per prosperare.
Il lancio della scarpa ceco: quando l’amore si prevede con un tiro preciso
Nella Repubblica Ceca, la Vigilia di Natale assume i contorni di una divinazione sentimentale. Le donne non sposate – ragazze, giovani donne, anche quelle che hanno superato da tempo la prima giovinezza – partecipano a un rituale che ha attraversato i secoli: il lancio della scarpa. La dinamica è semplice quanto carica di significato. La donna si posiziona con le spalle rivolte alla porta d’ingresso della casa, prende una scarpa e la scaglia oltre la spalla. Poi si volta a guardare.
Se la punta della scarpa è orientata verso la porta, il verdetto è chiaro: matrimonio entro l’anno. Se invece punta nella direzione opposta, bisognerà aspettare almeno altri dodici mesi prima di convolare a nozze. Questa tradizione divinatoria, ancora oggi praticata in molte famiglie ceche, si inserisce in un contesto più ampio di superstizioni natalizie legate al cibo, alla fortuna e alla capacità di predire il futuro.
Il lancio della scarpa non è l’unico rituale della Vigilia ceca: le famiglie tagliano mele per cercare stelle nei semi, schiacciano noci per verificarne la qualità e praticano decine di piccoli gesti scaramantici. Ma la scarpa volante rimane il simbolo più pittoresco e fotografato, soprattutto quando nei mercatini natalizi di Praga i turisti scoprono questa bizzarra usanza. Le giovani ceche moderne lo fanno spesso con spirito giocoso, ma c’è sempre quel brivido di speranza quando la scarpa atterra, quel momento sospeso in cui il destino sembra davvero scritto nell’angolo di un tacco.
Il rogo del diavolo guatemalteco: fuoco purificatore alla vigilia dell’Immacolata
In Guatemala, il Natale comincia presto. Molto presto. Il 7 dicembre, alle 18:00 in punto, l’intero paese si trasforma in un teatro di fiamme. È la Quema del Diablo, il rogo del diavolo, una delle tradizioni più spettacolari e antiche del Centroamerica. Le famiglie guatemalteche costruiscono enormi falò davanti alle loro case, bruciando effigie del diavolo per segnare l’inizio ufficiale della stagione natalizia.
La tradizione ha origine nel periodo coloniale, probabilmente nel XVI secolo, quando le famiglie accendevano lanterne e falò per celebrare occasioni speciali. Col tempo, il rituale si è legato alla Festa dell’Immacolata Concezione dell’8 dicembre, patrona di Città del Guatemala. Molti credevano che il diavolo si nascondesse in casa, dietro i mobili, sotto i letti o tra i rifiuti accumulati, e bruciare tutto alla vigilia della festa significava purificare la casa dal male.
Oggi, le strade guatemalteche si riempiono di venditori di piñata a forma di diavolo – creature rosse con corna, coda e ghigno malizioso. I bambini indossano corna luminose, la gente si traveste da diavoli, i petardi esplodono nell’aria fumosa. Ad Antigua Guatemala, la celebrazione raggiunge dimensioni epiche: enormi effigi vengono saturate di benzina e date alle fiamme mentre centinaia di persone si radunano nelle strade acciottolate. Il fuoco crepita, il fumo sale verso il cielo tropicale, e per un momento sembra davvero che il male venga espulso dalle case e dai cuori.
Naturalmente, negli ultimi anni, gli ambientalisti hanno criticato la tradizione per l’inquinamento prodotto dalla combustione di plastica e gomma. Ma i guatemaltechi restano affezionati a questo rito ancestrale che, anno dopo anno, continua a illuminare le loro notti dicembrine.
I cimiteri finlandesi: quando i morti partecipano al Natale
Se c’è un luogo dove la Vigilia di Natale assume una dimensione intima e riflessiva, quello è la Finlandia. Qui, la tradizione di visitare i cimiteri durante il periodo natalizio è profondamente radicata e seguita da persone di tutte le fedi, dai non credenti ai membri della Chiesa luterana evangelica finlandese, maggioranza nel paese. La sera del 24 dicembre, dopo la grande cena natalizia e prima che arrivi Joulupukki (Babbo Natale), intere famiglie si dirigono verso i cimiteri.
Portare candele alle tombe è un’antica tradizione pagana che, con l’arrivo del cristianesimo in Finlandia, si è fusa con le celebrazioni natalizie. I primi riferimenti documentati a questa pratica risalgono agli anni Venti del Novecento, quando nel 1921 Lyyli Grotenfelt accese una candela sulla tomba della sorella Kyllikki nel Vecchio Cimitero di Helsinki. Dopo le guerre del XX secolo, l’usanza si diffuse rapidamente, soprattutto sulle tombe dei caduti.
Il risultato è uno spettacolo commovente: migliaia e migliaia di candele tremolano nella neve, trasformando i cimiteri in laghi di luce dorata. Famiglie avvolte in pesanti cappotti camminano lungo i sentieri gelati, depositano corone di sempreverdi e lanterne di ghiaccio accanto alle lapidi, e si fermano in silenzio a ricordare chi non c’è più. L’atmosfera non è cupa o triste, ma sorprendentemente pacifica e riflessiva, con famiglie che conversano tranquillamente e bambini che corrono tra le tombe.
È una celebrazione della continuità familiare: così come si visita la famiglia viva durante le feste, si rende omaggio anche a chi è morto. In Finlandia, il Natale non dimentica nessuno, nemmeno coloro che riposano sotto la neve.
I pattini a rotelle venezuelani: la messa più dinamica del mondo
Immaginate di svegliarvi alle cinque del mattino. Fuori è ancora buio. Vi infilate i pattini a rotelle. E partite verso la chiesa. Benvenuti in Venezuela, dove dal 16 al 24 dicembre si celebra una delle tradizioni natalizie più insolite e gioiose del pianeta: le patinatas, il pattinaggio collettivo verso la messa mattutina.
La tradizione è nata negli anni Cinquanta, principalmente nelle grandi città come Caracas, quando i bambini cominciarono a usare i pattini ricevuti in regalo per andare alla messa dell’alba. Con il tempo, la pratica si è trasformata in un evento comunitario su larga scala. Le strade vengono chiuse al traffico fino alle 8 del mattino, permettendo a centinaia di persone – bambini, adolescenti, adulti, intere famiglie – di pattinare liberamente verso le chiese locali per la Misa de Aguinaldo.
Non è solo una questione di trasporto: è un mini-festival dove si canta, si ascolta musica, si beve cioccolata calda e si celebra insieme. I bambini, la sera prima, legano un’estremità di uno spago all’alluce e fanno penzolare l’altra fuori dalla finestra. Al mattino, i pattinatori di passaggio tirano gli spaghi, svegliando i piccoli dormiglioni che rischiano di perdere la messa. È un’usanza giocosa, affettuosa, tipicamente venezuelana.
Purtroppo, negli ultimi due decenni, l’instabilità politica e sociale del paese ha ridotto la portata di queste celebrazioni. La violenza crescente ha reso le grandi radunate comunitarie meno frequenti, e oggi i pattinatori tendono a rimanere in aree più piccole e controllate. Ma lo spirito delle patinatas resiste: è un modo di celebrare che unisce fede, movimento, comunità e gioia pura. E in un paese dove dicembre è estate, pattinare all’alba è anche il modo migliore per godersi il fresco mattutino prima che il sole tropicale diventi implacabile.
Il ceppo catalano che “defeca” regali: l’assurdo Tió de Nadal
Preparatevi a una delle tradizioni più bizzarre, irriverenti e amate della Catalogna: il Tió de Nadal, conosciuto anche come Caga Tió, ovvero “ceppo che caga”. Sì, avete letto bene. Il Tió de Nadal è un ceppo di legno decorato con un volto sorridente dipinto, un tradizionale cappello catalano chiamato barretina e piccole zampe di legno. E il suo compito? Produrre regali defecandoli.
La tradizione inizia l’8 dicembre, con la Festa dell’Immacolata Concezione: le famiglie portano il ceppo in casa, e i bambini cominciano a “nutrirlo” ogni sera con avanzi di cibo, frutta secca, latte, dolcetti. Il ceppo viene coperto con una coperta per tenerlo al caldo durante le fredde notti invernali. Più i bambini sono gentili e premurosi con il tronco, maggiori saranno le ricompense.
Il momento culminante arriva la Vigilia di Natale o il giorno di Natale. I bambini afferrano dei bastoni e cominciano a colpire il ceppo cantando canzoni tradizionali che lo incitano a “cagare torrone e nocciole”, minacciandolo con percosse se non obbedisce. Ecco una delle versioni del canto: “Caga tió, avellanes i torró, si no cagues tió, et donaré un cop de bastó!” (“Caga ceppo, nocciole e torrone, se non caghi ti darò un colpo di bastone!”). Naturalmente, mentre i bambini cantano e colpiscono, i genitori nascondono dolci e piccoli regali sotto la coperta. Quando questa viene sollevata, i bambini scoprono con gioia i “doni defecati” dal tronco.
Le origini della tradizione risalgono probabilmente al XVII secolo e sono legate ad antiche pratiche pagane del solstizio d’inverno e al concetto di raccogliere fortuna per l’anno a venire. Il Tió de Nadal, per quanto strano possa sembrare, incarna lo spirito del dare, della famiglia e della gratitudine. Ed è una tradizione talmente amata che oggi è possibile acquistare Tió di tutte le dimensioni nei mercatini natalizi catalani, trasformando un antico rituale contadino in un’icona moderna della cultura catalana.
I tredici Jólasveinar islandesi: quando Babbo Natale diventa un incubo plurimo
Dimenticatevi del bonario Babbo Natale con la sua slitta trainata da renne. In Islanda, i bambini devono fare i conti con tredici visitatori decisamente più inquietanti: i Jólasveinar, i Lads di Yule, figli della terribile orchessa Grýla. Sono un gruppo di tredici dispettosi burloni che rubano o tormentano la popolazione, ognuno con un nome descrittivo che ne rivela il tipo preferito di malefatta.
A partire dal 12 dicembre, i Jólasveinar scendono uno per uno dalle montagne, arrivando l’ultimo la vigilia di Natale. Ogni notte, i bambini islandesi posizionano una scarpa sul davanzale della finestra: se sono stati buoni, trovano piccoli doni; se sono stati cattivi, ricevono una patata marcia. I nomi dei tredici sono tanto evocativi quanto bizzarri: Stekkjarstaur (Palo-di-Ovile), che succhia il latte dalle pecore; Giljagaur (Ficcanaso-dei-Burroni), che ruba il latte delle mucche; Stúfur (Tozzo), che ruba gli avanzi dalle padelle; Þvörusleikir (Leccacucchiai), ossessionato dai cucchiai di legno sporchi; Skyrgámur (Divoratore-di-Skyr), che ingurgita lo yogurt islandese; fino a Kertasníkir (Rubacandele), che sottrae le candele, un tempo preziose in Islanda.
Originariamente, i Jólasveinar non erano affatto portatori di doni, ma rapitori di bambini disobbedienti, secondo le storie raccolte dal folclorista islandese Jón Árnason. Col tempo, la loro immagine si è addolcita, trasformandoli in figure più benevole, simili a Babbo Natale, ma senza mai perdere del tutto la loro aura di inquietudine. E non dimentichiamoci di Grýla, la madre: un’orchessa dall’aspetto orribile con un appetito insaziabile per la carne dei bambini cattivi, che cucina in un grande pentolone.
Come se non bastasse, c’è anche il Gatto di Yule (Jólakötturinn), un felino mostruoso che gira per le campagne islandese e divora chiunque non abbia ricevuto abiti nuovi prima della Vigilia. Questa minaccia serviva storicamente a incentivare i lavoratori agricoli a lavorare duramente prima di Natale, in modo da guadagnare abbastanza per comprarsi vestiti nuovi.
Il Natale islandese dura 26 giorni, dal 12 dicembre al 6 gennaio, con i tredici fratelli che arrivano e partono a turno. E per quanto oggi siano rappresentati con abiti tradizionali rossi e bianchi, sorridenti e bonari, l’eco delle loro origini terrifiche continua a risuonare nelle lunghe notti polari islandesi, dove l’oscurità dura quasi tutto il giorno e l’immaginazione corre libera.
Epilogo: il Natale come specchio dell’anima culturale
Queste otto tradizioni – dalla Norvegia all’Islanda, dalla Repubblica Ceca al Guatemala – ci ricordano che il Natale non è una festa monolitica. È un mosaico di credenze, superstizioni, paure ancestrali e speranze collettive. In ogni rituale, per quanto strano possa sembrare, si nasconde una verità profonda su chi siamo e da dove veniamo.
Le scope nascoste parlano della paura del buio e dell’ignoto. Le scarpe lanciate raccontano il desiderio universale di amore e appartenenza. I falò guatemaltechi purificano non solo le case, ma anche le coscienze. I cimiteri finlandesi ci insegnano che la morte non è una separazione, ma una continuità. I pattini venezuelani celebrano la gioia del movimento e della comunità. Il ceppo catalano, nella sua irriverenza scatologica, onora il ciclo della natura e il dono del dare. E i tredici troll islandesi ci ricordano che il Natale, in fondo, è sempre stato un periodo di confine, dove la luce e l’oscurità si sfiorano, dove il sacro e il profano danzano insieme.
Il mondo è pieno di Natali diversi. E in questa diversità, c’è tutta la meraviglia di essere umani.
Direttore editoriale di nonewsmagazine.com | Il magazine dell’ozio e della serendipità.
Direttore responsabile di No News | La free press dell’ozio milanese.
Viaggiatore iperattivo, tenta sempre di confondersi con la popolazione indigena.
Amante della lettura, legge un po’ di tutto. Dai cupi autori russi, passando per i libertini francesi, attraverso i pessimisti tedeschi, per arrivare agli amori sofferti tra le campagne inglesi. Tra gli scrittori moderni tra i preferiti spiccano Roddy Doyle, Nick Hornby e Francesco Muzzopappa.
Melomane vecchio stampo, c’è chi lo chiama “il fondamentalista del Loggione”. Ama il dramma verdiano così come le atmosfere oniriche di Wagner. L’opera preferita, tuttavia, rimane la Tosca.
