C’è un’immagine che non si dimentica facilmente. La Ragazza con l’orecchino di perla di Johannes Vermeer — quella figura eterea, lo sguardo malinconico, la luce che le accarezza il volto come in un sogno — si ritrova su una spiaggia notturna, circondata da bottiglie di plastica, rifiuti galleggianti, resti di un consumismo vorace. L’iconico copricapo bianco ancora al suo posto, gli occhi grandi e profondi, ma questa volta il fondale non è il buio di un atelier olandese del Seicento: è il nostro mare avvelenato. È qui, in questo corto circuito visivo tra antico e contemporaneo, tra bellezza e orrore, che risiede tutta la forza di “Mistresspieces”, la nuova serie fotografica della canadese Dina Goldstein, presentata nel 2025 al MIA Photo Fair di Milano e destinata a far parlare di sé ben oltre i confini del mondo dell’arte.
Dieci fotografie come specchi deformanti della contemporaneità
La serie è composta da dieci immagini di grande formato che reinterpretano ritratti femminili iconici della storia dell’arte, collocando queste figure al centro delle sfide del mondo moderno. Goldstein non si limita a una semplice operazione di citazione o di omaggio: ogni scatto è un tableau cinematografico, una messa in scena elaborata e meticolosa che richiede mesi di preparazione, ricerca storica, costruzione di costumi e prop artigianali, e una ricerca maniacale delle location. Tutte le immagini, profondamente elaborate, sono state realizzate nei dintorni di Vancouver.
La Venere di Botticelli non emerge più dalle acque di un mare mitologico circondato da ninfe e zefiri. È su una riva reale, e accanto a lei, semisommersi, ci sono i giubbotti di salvataggio abbandonati dai migranti. La Monnalisa di Leonardo, quel sorriso enigmatico rimasto intatto per cinque secoli, siede su una sedia a rotelle e tende la mano. L’icona assoluta della bellezza e del mistero si fa mendicante, e nello spostamento simbolico sta tutta la denuncia sociale di un’artista che usa la storia dell’arte come una lente d’ingrandimento sulla realtà del presente.

Dal fotogiornalismo al pop surrealismo: la traiettoria di un’artista scomoda
Dina Goldstein, nata a Tel Aviv nel 1969, ha iniziato il suo percorso come fotoreporter, affinando un acuto senso per cogliere momenti autentici e di grande impatto. Nel tempo, quella disciplina dello sguardo che il giornalismo impone — l’occhio che seleziona, che sintetizza, che racconta — si è trasformata in qualcosa di più elaborato e deliberato. Dopo oltre trent’anni di carriera, Goldstein si è evoluta da fotografa documentaristica ed editoriale ad artista indipendente, concentrandosi su produzioni di grande scala di tableaux di fotografia narrativa. Il suo lavoro è un commentario sociale altamente concettuale e complesso, che incorpora archetipi culturali e iconografie dell’immaginario collettivo con narrazioni ispirate alla condizione umana.
La svolta arriva nel 2007 con “Fallen Princesses”, la serie che l’ha resa celebre a livello mondiale: principesse Disney proiettate nella realtà — malate, sovrappeso, dipendenti, sopravvissute a conflitti armati. Un pugno nello stomaco all’immaginario fiabesco costruito da decenni di cultura popolare. La serie ricevette riconoscimento mondiale e valse a Goldstein il prestigioso Prix Virginia nel 2015. “Mistresspieces” è, in molti sensi, l’evoluzione naturale di quel percorso: se allora erano le principesse di cartone a essere trascinate nella storia vera, ora sono le donne reali dipinte dai grandi maestri a essere calate nel nostro tempo.
Lo sguardo maschile ribaltato: dalle muse agli agenti della storia
C’è una questione di potere al centro di “Mistresspieces” che va compresa per apprezzarne la portata. Nel corso della storia dell’arte, i pittori maschi hanno spesso utilizzato la figura femminile come soggetto centrale, ritraendo frequentemente le donne come simboli di bellezza, fertilità, sensualità, e a volte come allegorie della natura, della virtù o del vizio. Le donne erano oggetti dello sguardo, non soggetti della storia. Spesso erano le amanti, le muse, le mogli degli artisti — presenti nel quadro, assenti dalla narrazione.
Goldstein ha voluto immergersi nelle vite di queste donne e scoprire chi fossero veramente. Molte di loro erano muse, amanti, mogli degli artisti. La modella che posò per la Vergine di Jean Fouquet, ad esempio, era Agnès Sorel, favorita del re Carlo VII di Francia, donna di straordinaria bellezza e influenza politica, ma ricordata più per il seno scoperto nel dipinto che per la sua storia. Goldstein se ne riappropria: in questa rilettura, Agnès — che sperimenta infertilità e aborto — è sola e disprezzata. Il Bambino Gesù è sostituito da un robot. L’intelligenza artificiale irrompe nell’iconografia sacra, e l’interrogativo sulla sostituzione dell’umano con il meccanico diventa improvvisamente viscerale, non più astratto.
Adele Bloch-Bauer nelle miniere, la Venere tra i migranti: la costruzione delle scene
Realizzare “Mistresspieces” non è stato solo un esercizio intellettuale. Ogni scatto ha richiesto un’impresa logistica e creativa di notevole complessità. Le riprese sulla spiaggia per la Ragazza con l’orecchino di perla e per Venere sono state decisamente impegnative. Per Venere, il team si è organizzato molto presto la mattina sulla spiaggia di Ambleside a West Vancouver. Mentre iniziavano le riprese, un uomo ha chiamato la polizia per segnalare nudità indecente. Si sono affrettati a ottenere alcuni fotogrammi prima di essere costretti ad andarsene. Goldstein è poi tornata più volte sullo stesso posto, alla stessa ora, per riuscire ad aggiungere i dettagli mancanti — i giubbotti di salvataggio, la figura galleggiante in acqua — elementi di una realtà tragica e documentata, quella delle traversate del Mediterraneo, innestati in una composizione che rimanda direttamente al mito della nascita della dea dell’amore.
Per il ritratto di Adele Bloch-Bauer, l’immortale soggetto di Klimt che fu al centro di una lunga disputa legale tra gli eredi della famiglia ebrea Bloch-Bauer e il governo austriaco, Goldstein ha scelto un’ambientazione mineraria. La più difficile da realizzare è stata proprio quella di Adele Bloch-Bauer, nella location della Britannia Mine. Grazie alle persone che gestiscono la miniera, Goldstein ha potuto fare un sopralluogo prima del giorno delle riprese e notare le straordinarie variazioni della parete rocciosa con le sue marcature di rame turchese. L’oro di Klimt si trasforma in minerale estratto dalla terra: un commento sul capitalismo estrattivo che è anche un omaggio alla storia di una donna — Adele — che lo Stato tentò di cancellare.
Arte, crisi climatica e intelligenza artificiale: il triangolo del presente
“Mistresspieces” arriva in un momento in cui l’arte contemporanea è attraversata da tensioni epocali. Da un lato, la crisi climatica impone agli artisti una responsabilità testimoniale che va oltre la poetica individuale. Dall’altro, l’avanzata dell’intelligenza artificiale generativa — capace di produrre immagini “in stile Vermeer” o “alla maniera di Botticelli” in pochi secondi — mette in discussione il senso stesso della creazione umana.
Goldstein non si sottrae a questo dibattito. Nelle sue parole, l’IA cambierà la fotografia di sicuro, così come la fotografia cambiò il modo in cui Picasso e gli artisti del suo tempo si approcciarono alla tecnica e allo stile. Ma la risposta di Goldstein all’IA non è la resa né l’imitazione: è la complessità. Nessun algoritmo potrebbe replicare la fatica di aspettare le maree giuste, di negoziare con i vicini che si lamentano per la nudità, di combattere con il fango rosso. La profondità concettuale di ogni scatto — il mesi di ricerca storica, la scelta delle modelle fisicamente affini ai soggetti originali, la costruzione artigianale di gioielli e corone — è una risposta silenziosa ma potentissima alla superficialità del prompt.
Quando l’arte trasforma lo scandalo in coscienza collettiva
C’è qualcosa di profondamente politico nel gesto di Goldstein, ma è una politica che non urla: sussurra, disturba, rimane. Spostare la Monnalisa su una sedia a rotelle non è una provocazione fine a se stessa: è un invito a guardare diversamente la povertà, la disabilità, l’invisibilità di chi chiede l’elemosina all’angolo di una strada che attraversiamo ogni giorno senza fermarci.
Goldstein lavora sull’immaginario collettivo con la consapevolezza di chi sa che le immagini più potenti della storia umana sono diventate tali perché parlavano a qualcosa di universale. La Monnalisa, la Ragazza con l’orecchino, la Venere: sono figure che trascendono l’epoca in cui sono state create, archetipi che continuano a interrogarci. Quando un personaggio archetipico diventa noto attraverso le culture grazie all’egemonia culturale, entra nell’immaginario collettivo e spesso si trasferisce in fatto sociale. Goldstein usa questa forza — quella dell’archetipo familiare — per smontarla e rimontarla, per farne uno strumento critico.
Il risultato è una serie che non si dimentica, e che pone domande che restano aperte molto dopo che si è usciti dalla galleria: Quanto vale la bellezza in un mondo che affoga nella plastica? Chi ha il diritto di raccontare le donne? E soprattutto: cosa rimane, di tutto ciò che abbiamo costruito, quando la realtà supera ogni rappresentazione?
Curioso per natura, vivo la vita come se non ci fosse un domani.
Appassionato di enogastronomia e viaggi, racconto storie di sapori, tradizioni e culture attraverso itinerari culinari e destinazioni autentiche. Esploro territori, scopro vini, piatti e prodotti locali, condividendo esperienze sensoriali e consigli pratici per viaggiatori enogastronomici. Amo immergermi nelle tradizioni di ogni luogo, catturando l’essenza di culture diverse e facendo emergere il legame tra territorio e gastronomia. Con uno stile vivace e coinvolgente, trasformo ogni racconto in un’esperienza da gustare e vivere, ispirando chi desidera scoprire il mondo attraverso i suoi sapori autentici. Per me, viaggio e cucina sono strumenti di conoscenza e confronto, capaci di unire le persone e arricchire l’anima.