C’è un momento preciso, navigando sulla sponda piemontese del Lago Maggiore, in cui lo sguardo si alza quasi per istinto verso le colline boscose che sovrastano Arona. Tra le chiome degli alberi secolari, una figura emerge silenziosa e maestosa: 35 metri di rame ossidato che sfidano il tempo, un uomo di metallo e pietra che allunga il braccio destro in un gesto di benedizione eterno verso le acque e la pianura sottostante. È il Sancarlone — nomignolo affettuoso con cui gli abitanti del luogo hanno sempre chiamato la Statua di San Carlo Borromeo — e la sua storia è molto più sorprendente di quanto la sua apparente immobilità possa suggerire.
Perché questo colosso, completato nel 1698 dopo quasi tre quarti di secolo di lavori ininterrotti, non è soltanto uno dei monumenti più singolari d’Italia: è stato per quasi due secoli la statua più alta del mondo, ha ispirato uno degli scultori più celebri del XIX secolo, e porta ancora oggi i visitatori letteralmente dentro sé stesso, attraverso un percorso verticale che culmina all’altezza degli occhi del Santo, da dove lo sguardo abbraccia il lago in tutta la sua magnificenza.
La vita straordinaria di un arcivescovo diventato santo in tempo record
Per capire perché ad Arona si trovino 35 metri di rame a forma d’uomo, bisogna tornare indietro di quasi cinque secoli. Carlo Borromeo nacque il 2 ottobre 1538 nella Rocca di Arona, figlio di una delle famiglie più influenti della Lombardia rinascimentale. Nipote di papa Pio IV, fu nominato vescovo e cardinale a soli ventidue anni — una carriera folgorante, anche per i criteri dell’epoca — e nel 1565 divenne arcivescovo di Milano, una delle diocesi più importanti della cristianità.
Ma Carlo non fu un porporato di corte. Fu una figura concreta, energica, persino austera, che lasciò un’impronta profonda sulla vita religiosa e civile del suo tempo. Partecipò attivamente al Concilio di Trento, diventando uno dei pilastri della Controriforma cattolica, e durante la terribile pestilenza che devastò Milano nel 1576 rimase accanto ai malati, distribuendo cibo e medicine a proprie spese, quando molti altri fuggivano dalla città. Morì a soli quarantasei anni, la notte tra il 3 e il 4 novembre 1584, consumato dalla febbre e dagli eccessi di un’esistenza dedicata agli altri. La Chiesa cattolica lo beatificò nel 1602 e lo canonizzò nel 1610, a soli ventisei anni dalla sua morte: una velocità insolita anche per i parametri della santificazione barocca, segno di quanto il culto del Borromeo fosse già radicato e diffuso in tutta l’Europa cattolica.
Settantaquattro anni per costruire un sogno di pietra e rame
Fu il cugino Federico Borromeo, anch’egli cardinale e arcivescovo di Milano, a concepire il progetto che avrebbe trasformato per sempre il profilo del colle sopra Arona. Federico — lo stesso che Alessandro Manzoni immortalerà nei Promessi Sposi come figura di umanità e cultura — volle che la città natale di Carlo diventasse un grande luogo di devozione, un Sacro Monte capace di narrare per immagini la vita del santo. Il progetto originale era ambizioso: quindici cappelle affrescate e scolpite, disposte lungo un percorso che saliva dal lago fino alla sommità del colle, dove avrebbe troneggiato la statua più grande mai eretta al mondo.
Solo tre cappelle furono portate a termine — le guerre e le ristrettezze economiche del Seicento fecero il resto — ma la statua fu costruita. Il progetto fu affidato a Giovan Battista Crespi, detto il Cerano, pittore e scultore tra i più raffinati della Milano del tempo. Gli scultori Siro Zanella di Pavia e Bernardo Falconi di Lugano ne eseguirono materialmente le parti in rame, apportando modifiche alle proporzioni originali per rendere il colosso ancora più imponente. I lavori iniziarono nel 1624 — anno in cui la Veneranda Biblioteca Ambrosiana, fondata dallo stesso Federico Borromeo nel 1607, divenne proprietaria del complesso — e si conclusero nel 1698, dopo settantaquattro anni di cantiere.
La tecnica costruttiva era all’avanguardia per l’epoca. L’ossatura portante interna è una colonna di blocchi di pietra di Angera sovrapposti, che si eleva fino all’altezza delle spalle della statua; attorno a questo nucleo lapideo è ancorata un’intelaiatura in ferro, sulla quale sono fissate lastre di rame battute a martello, sottili appena un millimetro, riunite da chiodi e tiranti. Il braccio benedicente — la parte più esposta ai venti che scendono impetuosi dalle Alpi — è una complessa struttura metallica semi-elastica, concepita per flettersi senza spezzarsi. Un’intuizione ingegneristica che ha resistito per più di tre secoli. Le misure danno la vertigine: l’indice della mano destra è lungo quasi due metri, la mano è larga un metro e mezzo, il breviario che stringe al fianco misura oltre quattro metri di altezza.
Da Arona a New York: il debito di Bartholdi verso il Sancarlone
Nella primavera del 1869, un giovane scultore alsaziano di nome Frédéric-Auguste Bartholdi si trovava ad Arona. Stava tornando da un viaggio in Egitto, dove aveva studiato i colossi dell’antichità, e si era fermato sul Lago Maggiore con uno scopo preciso: osservare, misurare e comprendere come funzionasse il Sancarlone. Voleva capire come si costruisse una statua gigantesca in rame battuto, come si risolvessero i problemi strutturali di un’opera di tali dimensioni, come si gestisse il rapporto tra il peso della scultura e la sua capacità di resistere agli agenti atmosferici.
Quindici anni più tardi, nel 1884, Bartholdi completò il progetto che lo avrebbe reso immortale: la Statua della Libertà di New York, alta 46 metri, inaugurata ufficialmente il 28 ottobre 1886. Fu proprio in quel momento che il Sancarlone perse il primato di statua più alta del mondo, che aveva detenuto per quasi due secoli. Ma il legame tra i due colossi è tale che sulla targa posta ai piedi della Statua della Libertà il Sancarlone di Arona viene esplicitamente menzionato come modello ispiratore. Una storia che molti turisti americani ignorano: la signora che domina il porto di New York ha una sorella maggiore che guarda il Lago Maggiore con gli occhi di rame da tre secoli e mezzo.
Salire dentro il gigante: un’esperienza senza paragoni
Ciò che rende il Sancarlone unico tra i grandi monumenti europei non è solo la sua altezza o la sua storia: è la possibilità concreta di visitarlo dall’interno. Tra le pieghe del rocchetto — il piviale liturgico che riveste il corpo del Santo — si nasconde una piccola porta. Da qui parte un itinerario verticale che è, al tempo stesso, una sfida fisica e un’esperienza sensoriale fuori dall’ordinario.
Una scala a chiocciola conduce dapprima alla terrazza ai piedi della statua, a circa undici metri di altezza, dove il panorama sul Lago Maggiore si apre per la prima volta in tutta la sua ampiezza. Ma chi vuole continuare può imboccare una ripida scala alla marinara che sale, gradino dopo gradino, attraverso il corpo cavo del colosso. I più coraggiosi — e i meno claustrofobici — arrivano fino alla testa di San Carlo, a 35 metri d’altezza, dove i fori circolari ricavati in corrispondenza degli occhi, e più in basso delle narici e delle orecchie, offrono finestre vertiginose sul lago e sulle montagne circostanti. È uno di quegli scorci che non si dimenticano: la vista dal cranio di un gigante di rame, con le Alpi sullo sfondo e le acque del Maggiore che si distendono fino all’orizzonte.
Il sito è gestito da Archeologistics, impresa sociale che opera per conto della Veneranda Biblioteca Ambrosiana. La stagione di apertura inizia tipicamente in primavera, con accessi dal venerdì alla domenica nei mesi di spalla, e si estende quotidianamente durante l’estate. Il biglietto d’ingresso include anche la visita al parco botanico che circonda il complesso. Non distante sorge la Chiesa di San Carlo, progettata dall’architetto Francesco Maria Richini a partire dal 1614: al suo interno sono custodite le reliquie del Santo e una cappella ne ricorda la nascita.
Un simbolo tra fede, arte e ingegneria barocca
Guardare il Sancarlone da lontano, mentre il sole tramonta alle spalle delle Alpi e il rame antico del suo mantello si tinge di arancione, è un’esperienza che appartiene a quella categoria rara di incontri con l’arte in cui si percepisce qualcosa di più grande di sé. Non si tratta soltanto di devozione religiosa, né soltanto di ammirazione estetica: è il senso di trovarsi di fronte a qualcosa che ha saputo attraversare quattro secoli di storia rimanendo integro, capace di parlare ancora a chi lo guarda.
Un colosso di rame che ha insegnato all’inventore della Statua della Libertà come si costruisce un gigante. Un monumento che si può abitare dall’interno, come un guscio svuotato di tempo. Un gigante buono, come lo chiamano ancora oggi gli aronesi, che allunga il braccio verso il lago con la stessa pazienza silenziosa da trecentoventisei anni.
Direttore editoriale di nonewsmagazine.com | Il magazine dell’ozio e della serendipità.
Direttore responsabile di No News | La free press dell’ozio milanese.
Viaggiatore iperattivo, tenta sempre di confondersi con la popolazione indigena.
Amante della lettura, legge un po’ di tutto. Dai cupi autori russi, passando per i libertini francesi, attraverso i pessimisti tedeschi, per arrivare agli amori sofferti tra le campagne inglesi. Tra gli scrittori moderni tra i preferiti spiccano Roddy Doyle, Nick Hornby e Francesco Muzzopappa.
Melomane vecchio stampo, c’è chi lo chiama “il fondamentalista del Loggione”. Ama il dramma verdiano così come le atmosfere oniriche di Wagner. L’opera preferita, tuttavia, rimane la Tosca.

