Site icon NN Mag

L’app cinese che controlla se sei ancora vivo conquista il mondo: cosa ci dice sulla solitudine

Un fantasmino verde sullo schermo dello smartphone. Un pulsante da premere ogni due giorni. E la promessa che qualcuno verrà avvisato se improvvisamente smetterai di dare notizie. Non è fantascienza distopica, ma la realtà quotidiana di milioni di giovani cinesi che hanno trasformato Are You Dead? nell’applicazione a pagamento più scaricata del paese.

Il nome è brutalmente diretto, quasi provocatorio. Eppure dietro quella domanda – “Sei morto?” – si nasconde una delle emergenze sociali più inquietanti dell’Asia contemporanea: l’isolamento estremo di un’intera generazione.

Quando la tecnologia diventa l’ultima rete di sicurezza

L’applicazione costa meno di un caffè al mese – otto yuan, poco più di un euro – e funziona secondo una logica elementare quanto agghiacciante. Gli utenti devono confermare periodicamente di essere ancora vivi attraverso un semplice check-in digitale. Se il segnale si interrompe per troppo tempo, l’algoritmo assume il peggio e notifica automaticamente i contatti d’emergenza precedentemente selezionati.

Lanciata a maggio come prodotto di nicchia, Are You Dead? (conosciuta internazionalmente come Demumu) ha rapidamente conquistato le classifiche degli app store non solo in Cina, ma anche negli Stati Uniti, Singapore, Hong Kong, Australia e Spagna. Il suo successo non è frutto di strategie di marketing aggressive, ma di un bisogno reale e pressante che attraversa le metropoli asiatiche.

Il profilo degli utenti: giovani, soli e invisibili

Contrariamente a quanto si potrebbe immaginare, l’applicazione non si rivolge principalmente ad anziani o persone con patologie croniche. I suoi utilizzatori tipo sono studenti universitari fuori sede, giovani professionisti, freelance e lavoratori autonomi che hanno lasciato le province d’origine per inseguire opportunità nelle megalopoli cinesi. Persone tra i venti e i trent’anni che vivono in monolocali anonimi, lavorano da remoto o seguono turni massacranti, e che potrebbero trascorrere giorni senza interazioni umane significative.

Secondo statistiche recenti, in Cina 125 milioni di persone non solo abitano da sole, ma dichiarano apertamente di condurre un’esistenza solitaria. Un fenomeno talmente pervasivo da aver generato un neologismo preso in prestito dal giapponese: kodokushu, che descrive letteralmente la morte in solitudine e la paura viscerale che l’accompagna.

Le radici sociali di un’epidemia silenziosa

L’esplosione di Are You Dead? illumina trasformazioni sociali profonde che stanno ridisegnando il tessuto della società cinese contemporanea. La rapida urbanizzazione degli ultimi decenni ha sradicato milioni di giovani dalle loro comunità d’origine, mentre le politiche economiche hanno incentivato la mobilità geografica per motivi lavorativi e accademici.

Parallelamente, le nuove generazioni stanno posticipando o rinunciando del tutto a matrimonio e genitorialità, concentrandosi invece su percorsi di studio sempre più lunghi e carriere professionali assorbenti. Questo shift culturale ha eroso le tradizionali reti di supporto familiare, lasciando molti giovani privi di riferimenti stabili nelle città dove risiedono.

La pandemia da COVID-19 ha ulteriormente accelerato questo processo, normalizzando lo smart working e riducendo drasticamente le occasioni di socializzazione spontanea. Per molti, lo schermo è diventato l’unica finestra sul mondo, e le interazioni digitali hanno sostituito quelle fisiche senza fornire la stessa solidità emotiva.

Un fenomeno che attraversa i confini

Sebbene l’epicentro del fenomeno sia la Cina, la diffusione internazionale di Demumu suggerisce che l’isolamento sociale tra i giovani adulti non conosca confini nazionali. Le comunità cinesi all’estero – particolarmente numerose nelle grandi città occidentali e in altre metropoli asiatiche – hanno abbracciato rapidamente l’applicazione, riconoscendovi uno strumento per affrontare vulnerabilità condivise.

Ma c’è di più: anche utenti non cinesi stanno scoprendo l’app, attratti dalla sua promessa di sicurezza minimalista. In un’epoca in cui molti vivono lontano dalle famiglie d’origine, in cui i rapporti di vicinato sono spesso inesistenti e le amicizie faticano a consolidarsi, delegare a un algoritmo il compito di verificare che siamo ancora vivi può sembrare una soluzione pragmatica a un problema altrimenti irrisolvibile.

Tecnologia come sintomo, non come cura

L’ascesa fulminea di Are You Dead? pone interrogativi scomodi sulla direzione che stanno prendendo le società iperconnesse ma emotivamente frammentate. Se da un lato l’applicazione offre una rete di sicurezza concreta per persone oggettivamente a rischio, dall’altro rappresenta anche la normalizzazione di una condizione esistenziale disfunzionale.

Il fatto che milioni di giovani sentano il bisogno di installare un’app che verifichi periodicamente che siano ancora in vita rivela quanto profonda sia diventata la disconnessione sociale. Non si tratta più soltanto di solitudine emotiva, ma di invisibilità materiale: la consapevolezza che se qualcosa andasse storto, potrebbero passare giorni o settimane prima che qualcuno se ne accorga.

Alcuni sociologi ed esperti di salute mentale hanno accolto l’iniziativa con cauto favore, riconoscendone l’utilità pratica nell’immediato. Altri invece la considerano un sintomo allarmante di quanto le strutture comunitarie tradizionali si siano indebolite, lasciando spazio a soluzioni tecnologiche che tamponano emergenze senza affrontarne le cause profonde.

Verso nuove forme di comunità?

La domanda che rimane aperta è se strumenti come Are You Dead? possano rappresentare un primo passo verso nuove modalità di sostegno reciproco, o se invece cristallizzeranno ulteriormente l’isolamento trasformandolo in norma accettabile. Alcune iniziative parallele stanno emergendo in Cina e altrove: gruppi di mutuo aiuto digitali, co-housing per giovani professionisti, reti di vicini che si controllano reciprocamente.

Eppure il successo commerciale dell’applicazione dimostra che per molti la risposta più immediata e accessibile rimane quella tecnologica: un fantasmino verde che veglia silenziosamente, pronto a lanciare l’allarme se il pulsante non viene premuto. Una presenza digitale che sostituisce quelle umane assenti.

In un mondo dove la solitudine è diventata un’epidemia silenziosa, forse il vero miracolo non sarebbe un’app migliore, ma la ricostruzione di quelle reti di cura e attenzione che un tempo rendevano superfluo qualsiasi algoritmo di controllo. Fino ad allora, milioni di giovani continueranno a premere quel pulsante ogni due giorni, confermando a uno schermo luminoso ciò che nessun essere umano sembra più chiedere loro: sì, sono ancora qui. Sono ancora vivo.

Exit mobile version