Mao Hunan, in via Porro Lambertenghi, si nasconde in una zona semi-periferica, lontana dai circuiti turistici, ma proprio questa posizione appartata ne fa un luogo di pellegrinaggio per chi cerca la cucina cinese autentica, quella che raramente si trova nelle insegne luminose del centro.
La cucina dello Hunan trova casa a Milano
Lo Hunan è una provincia della Cina centro-meridionale, famosa per i suoi piatti ardenti e complessi, dove il peperoncino non è semplice piccantezza ma strumento di narrazione gastronomica. Qui, in questo angolo di Milano, la famiglia che gestisce il locale ha portato le ricette tradizionali della propria terra, quelle che si tramandano di generazione in generazione, senza concessioni alla cucina “italianizzata” che spesso domina i ristoranti asiatici delle nostre città.
Il menu è un manifesto di onestà: niente involtini primavera, niente pollo alle mandorle. Solo piatti che raccontano la provincia cinese con i suoi sapori decisi, le sue tecniche di cottura ancestrali, la sua filosofia del bilanciamento tra speziato, acido e umami.
I protagonisti del tavolo: sapori che bruciano e conquistano
Il maiale due volte cotto, è un classico che mette alla prova qualsiasi cuoco hunanese. La carne arriva al tavolo tagliata in fette sottili, prima bollita e poi saltata nel wok con peperoni verdi, aglio e la pasta di fagioli fermentati. Ogni boccone è un’esplosione: la dolcezza del grasso che si scioglie incontra il piccante persistente del peperoncino fresco, mentre i peperoni verdi portano una nota quasi erbacea che pulisce il palato. Non c’è zucchero a smorzare, non c’è compromesso: è cucina sincera, quella che ti fa sudare e sorridere insieme.
Il pesce testa di drago alla griglia, è servito in una zuppiera dove nuota in un brodo rosso fuoco, tempestato di peperoncini secchi dello Hunan. La carne del pesce è delicata, quasi burrosa, e assorbe perfettamente il liquido piccante e aromatico. Attorno, verdure croccanti e germogli di soia aggiungono texture. Questo piatto racconta una storia di pazienza e tecnica: il brodo è stato costruito in ore di cottura, stratificando sapori che si rivelano uno dopo l’altro.
Riso, verdure e l’arte del contorno
I contorni non sono mai marginali nella cucina cinese, e qui lo dimostrano con eleganza. Il cavolo cinese saltato con aglio è semplice solo in apparenza: croccante al punto giusto, mantiene la sua anima vegetale senza diventare floscio, con l’aglio che profuma senza dominare. Il riso al vapore è perfetto, asciutto quanto basta per accompagnare i sughi potenti senza appesantire.
Nei ravioli fatti in casa, con ripieno di carne e verdure, la sfoglia è sottile ma resistente, la chiusura artigianale rivela mani esperte. Non sono delicati come i dim sum cantonesi, hanno una personalità più rustica, più vera, che parla di tradizione domestica piuttosto che di raffinatezza imperiale.
Un’esperienza che sfida e premia
Il servizio è essenziale, diretto, senza fronzoli. La famiglia che gestisce il locale non cerca di compiacere con sorrisi di circostanza, ma con la qualità assoluta di ciò che porta in tavola. Il rapporto qualità-prezzo è eccezionale: si mangia abbondantemente con cifre che farebbero sorridere persino uno studente universitario.
Il piccante qui non è un capriccio, è una filosofia. Chi cerca sapori rassicuranti e addomesticati rimarrà spiazzato. Ma chi ha il coraggio di affidarsi a questa cucina verrà ripagato con un’esperienza sensoriale che trasporta lontano, in una Cina rurale e autentica che resiste alla globalizzazione del gusto. Il Mao Hunan è un ristorante raro, di quelli che non scendono a compromessi e per questo meritano rispetto e attenzione.
Direttore editoriale di nonewsmagazine.com | Il magazine dell’ozio e della serendipità.
Direttore responsabile di No News | La free press dell’ozio milanese.
Viaggiatore iperattivo, tenta sempre di confondersi con la popolazione indigena.
Amante della lettura, legge un po’ di tutto. Dai cupi autori russi, passando per i libertini francesi, attraverso i pessimisti tedeschi, per arrivare agli amori sofferti tra le campagne inglesi. Tra gli scrittori moderni tra i preferiti spiccano Roddy Doyle, Nick Hornby e Francesco Muzzopappa.
Melomane vecchio stampo, c’è chi lo chiama “il fondamentalista del Loggione”. Ama il dramma verdiano così come le atmosfere oniriche di Wagner. L’opera preferita, tuttavia, rimane la Tosca.
