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Dove l’arte si siede a tavola: il Victoria & Albert Museum e il café più antico del mondo museale

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C’è un momento, a Londra, in cui il tempo rallenta fino a fermarsi. Accade quando si varca una certa soglia in fondo a una sala del Victoria & Albert Museum di South Kensington e ci si trova improvvisamente immersi in un universo di ceramiche smaltate, soffitti in ghisa dipinta, vetrate che filtrano una luce dorata come miele di settembre. Non è una galleria. Non è un’installazione temporanea. È il luogo dove, da oltre 160 anni, i visitatori si siedono a mangiare, bere e riprendere fiato. È il primo café museale della storia del mondo, e ogni tazza di tè che vi viene servita porta con sé il peso magnifico di un’epoca intera.

V&A Café, London

Il museo che voleva essere una scuola per tutti: le origini visionarie del V&A

Per capire perché quel café esiste, occorre tornare al 1851, all’anno in cui Londra si trasformò nel centro gravitazionale del mondo industrializzato. La Grande Esposizione, voluta dal Principe Alberto di Sassonia-Coburgo-Gotha e ospitata nel monumentale Crystal Palace di Hyde Park, fu un evento che scosse le fondamenta culturali dell’Europa. Quando le porte si chiusero e la folla si disperse, rimase un surplus economico e, soprattutto, un’idea destinata a durare: costruire un’istituzione permanente che educasse il pubblico alla bellezza del design e dell’arte applicata.

Nel 1852 aprì così il Museum of Manufactures, inizialmente ospitato a Marlborough House, nella residenza reale di Pall Mall. A guidarlo fu Sir Henry Cole, figura straordinaria e poliedrica dell’era vittoriana — fu lui a inventare il primo biglietto di auguri di Natale commerciale, nel 1843 — che dichiarò con la semplicità dei grandi visionari che il museo doveva essere “una scuola per tutti”. Non uno spazio per pochi eletti, ma un luogo democratico, aperto, vivo.

Nel 1857 l’istituzione aprì nella sua sede attuale a South Kensington con il nome di South Kensington Museum, per poi essere ribattezzata Victoria and Albert Museum nel 1899. Fu durante quella cerimonia, in cui la Regina Vittoria pose la prima pietra del nuovo edificio firmato da Aston Webb, che il museo assunse il nome definitivo in onore della sovrana e del principe consorte la cui visione ne aveva fatto la ragione d’essere. Quella cerimonia del 1899 fu, tra l’altro, l’ultima apparizione pubblica ufficiale di Vittoria prima della sua morte.

Oggi il V&A è il più grande museo al mondo dedicato alle arti applicate e al design, con oltre 2,8 milioni di oggetti distribuiti in 145 gallerie che coprono cinquemila anni di storia dell’arte. Ma c’è qualcosa, in quella costruzione complessa e affascinante, che nessun catalogo riesce del tutto a catturare: l’idea che la bellezza non debba mai essere separata dalla vita quotidiana.

Un’idea radicale: nutrire il corpo mentre si nutre la mente

Henry Cole non era soltanto un organizzatore di mostre. Era un uomo che credeva profondamente nell’esperienza completa del visitatore. Sapeva che South Kensington, negli anni Cinquanta dell’Ottocento, era ancora una zona periferica di Londra — lontana dal centro, raggiungibile con qualche difficoltà — e che i visitatori avrebbero avuto bisogno di sostentamento per trattenersi a lungo. Ma c’era qualcosa di più profondo nella sua intuizione: Cole era convinto che un museo con un ristorante confortevole e decoroso potesse servire come antidoto ai gin palace che affliggevano le classi popolari londinesi, offrendo un’alternativa civile, culturalmente ricca, accessibile a tutti.

Nel 1856 fu costruita la prima sala di ristoro del museo — un primato assoluto nella storia mondiale dei musei. Quella struttura in legno, essenziale e provvisoria, fu poi demolita nel 1867. Ma era già la prima volta: nessun museo al mondo aveva mai offerto prima un servizio di ristorazione al proprio pubblico. Quella costruzione era soltanto il prologo di qualcosa di molto più grande.

Le tre stanze del tempo: Gamble, Morris e Poynter

Nel 1868 aprirono le tre nuove sale di ristoro — la Gamble Room, la Morris Room e la Poynter Room — che ancora oggi costituiscono il cuore del café del V&A. Erano — e sono — qualcosa di radicalmente diverso da qualunque altro ambiente pensato per mangiare. Non erano semplicemente dei ristoranti decorati: erano manifesti viventi della filosofia del museo, spazi che dimostravano attraverso la loro stessa esistenza che il design non è ornamento accessorio, ma sostanza dell’esperienza umana.

A progettarle furono chiamati tre dei più influenti artisti dell’epoca: James Gamble, William Morris ed Edward Poynter.

La Gamble Room — la prima sala, originariamente chiamata Centre Refreshment Room — è un’esplosione di ceramica, vetro e smalto colorato. I giornali dell’epoca la trovarono luminosa e allegra, paragonandola ai caffè riccamente decorati di Parigi. I materiali lussuosi non erano scelti soltanto per la loro bellezza: le piastrelle di ceramica, i pannelli in ghisa e i soffitti lavabili erano pensati per resistere al fuoco, al vapore e agli odori del cibo, con un occhio molto concreto al rischio incendi in una zona ancora semi-rurale come la South Kensington degli anni Sessanta dell’Ottocento. La bellezza e la funzionalità erano, fin dall’inizio, inseparabili.

Il progetto decorativo della Gamble Room fu avviato da Godfrey Sykes, giovane artista di grande talento reclutato da Cole, che morì prematuramente nel 1866 lasciando il lavoro incompiuto. Fu James Gamble a portarlo a termine.

A est della Gamble Room si apre la Poynter Room, concepita come sala grill — letteralmente attrezzata, nella sua versione originale, per cuocere bistecche e braciole alla brace. La firmò Edward John Poynter (1836–1919), pittore di grande reputazione, che optò per un linguaggio visivo totalmente differente. Qui dominano le influenze orientali: motivi a onde, decori floreali, pavoni stilizzati che sembrano anticipare il gusto dell’Aesthetic Movement. Sulle pareti superiori, pannelli di piastrelle dipinte raffigurano i mesi e le stagioni, i segni dello zodiaco, e ritratti di donne tratte dalla letteratura classica: Elena, Venere, Medea, Saffo. Mangiare in quella sala era — ed è ancora — come sedersi dentro un poema.

La terza stanza è la Morris Room, e il nome evoca un intero universo. William Morris era ancora un nome relativamente nuovo al design quando ricevette l’incarico, ma la sala che creò è quasi un manifesto perfetto del movimento Arts and Crafts che avrebbe poi promosso per tutta la vita, con pattern geometrici e floreali che si intrecciano su ogni superficie, motivi gotici e dettagli incisi persino sul soffitto. Morris credeva che la bellezza dovesse pervadere ogni aspetto della vita quotidiana, che nessun oggetto fosse troppo umile per meritare cura artigianale. In un café di museo, quella convinzione trovò la sua realizzazione più immediata e potente.

Una questione di classe: i menu dell’Ottocento

C’è un dettaglio storico che dice molto della società vittoriana: i visitatori del café potevano scegliere tra menu diversi, divisi per classe sociale. Nel 1867, il menu di prima classe includeva lepre in umido (uno scellino e sei pence), budino di manzo (uno scellino) e crostate di stagione (mezzo scellino). Il menu di seconda classe offriva costoletta di vitello (dieci pence), uovo in camicia con spinaci (uno scellino) e panini con torta spugnosa (un pence).

Quella stratificazione, che oggi ci appare come una contraddizione stridente rispetto alla missione democratica del museo, era in realtà un riflesso fedele del tempo. Cole voleva che tutti potessero entrare, ma il mondo attorno a lui non aveva ancora imparato a rinunciare alle gerarchie. Ciò che rimane, al netto delle distinzioni di classe ormai svanite, è l’idea straordinariamente moderna che un pasto in un luogo bello sia già di per sé un atto culturale.

Il café oggi: storia viva tra pasticcerie e afternoon tea vittoriano

Entrare oggi nel café del V&A è un’esperienza che sorprende anche i viaggiatori più navigati. L’approccio — la zona moderna con il banco del bar, le insalate, i sandwich — è funzionale ma non particolarmente evocativo. Poi si aprono le tre stanze storiche, e tutto cambia.

Le Gamble, Poynter e Morris Room sono rimaste sostanzialmente intatte, curate con il rispetto dovuto a ciò che sono: opere d’arte in sé, non semplici contenitori per oggetti esposti altrove. Sedersi in una di quelle sale con una tazza di tè tra le mani e alzare lo sguardo verso i soffitti decorati è un atto che contiene, in nuce, l’intera filosofia del museo: la bellezza non è un privilegio, è una necessità quotidiana.

Il menu stagionale propone un’ampia scelta tra dolci e pasticceria fresca, insalate, piatti caldi, sandwich e specialità da caffetteria. Ma l’offerta più iconica rimane l’afternoon tea in stile vittoriano, servito nella Morris Room — un omaggio diretto alla tradizione britannica del tè pomeridiano. Sedersi lì, tra i pattern floreali di Morris e le tazze di porcellana, è qualcosa che va oltre il turismo: è un atto di immersione in un mondo che ancora esiste, sorprendentemente intatto, nel mezzo di una delle capitali più frenetiche del pianeta.

Oltre alle tre sale storiche, il museo offre anche il Garden Café, affacciato sul giardino interno, perfetto per ammirare l’architettura del cortile storico del museo.

Albertopolis: il quartiere nato da un sogno

Il V&A non è solo un museo: è il nucleo di un quartiere che non esiste in nessun’altra città del mondo. “Albertopolis” — il distretto di South Kensington — nacque con i proventi della Grande Esposizione del 1851, che la Royal Commission for the Exhibition utilizzò per acquistare 86 acri di terra destinati a un polo culturale, scientifico ed educativo. Attorno al V&A sorsero il Natural History Museum, il Science Museum, l’Imperial College, il Royal College of Art e la Royal Albert Hall. Tutto concentrato in pochi isolati, tutto nato da una stessa visione: che la cultura, la scienza e l’istruzione dovessero essere accessibili, belle e vicine alla vita delle persone.

Quella visione permea ancora oggi ogni centimetro del Victoria & Albert Museum. L’ingresso alle gallerie permanenti è gratuito e non richiede prenotazione. E quel café, con le sue sale vittoriane e la luce che filtra dai vetri colorati, aspetta ogni giorno i suoi visitatori come ha sempre fatto: con la promessa silenziosa che sedersi in un luogo bello, anche solo per bere un tè, è già un modo di capire il mondo.

Un primato che ha cambiato il modo di pensare i musei

Il débutto del café del V&A nel 1856 — e la sua successiva incarnazione nelle tre sale del 1868 — non fu soltanto un fatto logistico. Fu un cambio di paradigma che avrebbe influenzato tutti i musei del mondo nei decenni e nei secoli successivi. Oggi è impossibile immaginare un grande museo senza un punto di ristoro: dal MoMA di New York al Louvre di Parigi, dal Guggenheim di Bilbao al Rijksmuseum di Amsterdam, ogni istituzione culturale che si rispetti offre ai propri visitatori la possibilità di fermarsi, mangiare, respirare. Quella che oggi sembra una necessità ovvia e scontata fu, nel 1856, un’idea radicale.

Henry Cole capì qualcosa che molti dei suoi contemporanei non riuscivano ancora a vedere: che l’esperienza culturale non è puramente mentale. È fisica, sensoriale, corporea. Un visitatore stanco e affamato non riesce a godere di nessuna opera d’arte, per quanto straordinaria. Nutrire il corpo è parte integrante del nutrire la mente. Quella intuizione, semplice nella sua formulazione e rivoluzionaria nelle sue implicazioni, vive ancora oggi in ogni caffè, ogni ristorante, ogni bar che un museo decide di aprire al proprio pubblico.

E vive soprattutto lì, in quelle tre stanze di South Kensington dove le piastrelle di Poynter raccontano i segni dello zodiaco, dove i pattern di Morris avvolgono il visitatore come un giardino che non appassisce mai, dove la ghisa laccata della Gamble Room riflette una luce che sembra provenire da un altro secolo — e in effetti proviene da un altro secolo, e per questo è così straordinariamente preziosa.

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