Immaginate di librarvi nell’aria a oltre cento metri di altezza, con il vento che sibila nelle orecchie e il mondo che scorre veloce sotto i vostri sci. Un attimo dopo, i piedi toccano la neve e inizia una battaglia diversa: dieci chilometri di sci di fondo dove ogni muscolo brucia, ogni respiro conta, ogni secondo può fare la differenza tra il podio e l’oblio. Questa è la combinata nordica, forse la disciplina più completa e affascinante dei Giochi Olimpici Invernali, che tornerà a emozionare il pubblico italiano dall’11 al 19 febbraio 2026 sulle nevi della Val di Fiemme.
La combinata nordica non è semplicemente uno sport: è una sfida alla natura umana stessa, un equilibrio impossibile tra due mondi opposti. Da una parte l’esplosività, la tecnica millimetrica, il coraggio di lanciarsi nel vuoto dal trampolino. Dall’altra la resistenza, la strategia, la capacità di gestire le energie lungo i tracciati dello sci di fondo. Chi eccelle in questa disciplina deve possedere una completezza atletica rara, quasi controintuitiva: i muscoli veloci del saltatore devono convivere con la resistenza aerobica del fondista, l’adrenalina pura deve trasformarsi in concentrazione tattica nel giro di pochi minuti.
Le origini nelle terre del Nord e la rivoluzione del metodo Gundersen
La storia della combinata nordica affonda le radici nei paesaggi innevati della Norvegia, dove alla fine del XIX secolo i soldati sciatori dell’esercito norvegese praticavano già entrambe le discipline. Il primo vero evento di combinata nordica si disputò nel 1892 a Oslo, durante il leggendario Holmenkollen Ski Festival, una manifestazione che ancora oggi rappresenta il tempio di questo sport. In quell’epoca, curiosamente, il salto con gli sci non era nemmeno considerato uno sport autonomo: era semplicemente parte integrante dell’essere un bravo sciatore nordico.
L’ingresso alle Olimpiadi avvenne prestissimo: già nella prima edizione dei Giochi Invernali a Chamonix nel 1924, la combinata nordica era presente nel programma. Un dettaglio interessante: nella prima competizione olimpica, gli atleti affrontavano prima una prova di fondo di ben 18 chilometri, e solo due giorni dopo effettuavano il salto. Questo ordine venne invertito nel 1952 ai Giochi di Oslo per aumentare la spettacolarità: chi riusciva a sciare infliggendo forti distacchi nel fondo, infatti, affrontava il salto con meno impegno sapendo di mantenere comunque la testa della gara. Il cambio di format trasformò radicalmente la competizione.
Ma la vera rivoluzione arrivò nel 1988 a Calgary, quando venne introdotto il metodo Gundersen, dal nome dell’ex atleta e tecnico norvegese Gunder Gundersen. Questo sistema geniale convertì i punti del salto in penalità di tempo: il primo classificato nel salto parte per primo nella gara di fondo, seguito dagli altri secondo i distacchi accumulati. Un meccanismo semplice ma potentissimo: chi taglia per primo il traguardo del fondo vince la combinata. Niente calcoli complessi, niente attese: il dramma sportivo si consuma davanti agli occhi degli spettatori, con inseguimenti mozzafiato e sorpassi all’ultimo metro.
Le regole del gioco: quando quindici punti valgono un minuto
Il funzionamento della combinata nordica moderna è tanto elegante quanto spietato. Nel salto, il punteggio viene determinato da due fattori: la distanza del volo e lo stile dell’esecuzione. Per il trampolino normale (K98), ogni metro vale due punti, mentre per il trampolino lungo (K125) il valore scende a 1,8 punti per metro. Lo stile viene valutato da cinque giudici su una scala teorica da 1 a 20 punti, anche se nella pratica nessun punteggio scende mai sotto il 7. I due voti estremi vengono scartati e si fa la media dei tre rimanenti.
La matematica diventa poesia quando questi punti si trasformano in tempo: quindici punti equivalgono esattamente a un minuto di vantaggio o svantaggio nella partenza del fondo. Chi domina il trampolino può costruirsi un margine prezioso, ma la storia della combinata è piena di clamorose rimonte. Capita spesso che un atleta non brillante nel salto riesca a recuperare minuti di distacco grazie a una prova stellare sugli sci stretti, alimentando quella suspense che rende questa disciplina così avvincente.
A Milano-Cortina 2026 sono previsti tre eventi, tutti maschili: l’individuale dal trampolino normale seguito da 10 km di fondo, l’individuale dal trampolino lungo sempre seguito da 10 km, e la team sprint, novità di formato che vedrà due atleti per nazione effettuare ciascuno un salto dal trampolino lungo, per poi affrontare una staffetta 2×7,5 km. Le competizioni si svolgeranno tra Predazzo, dove sorge lo storico Stadio del Salto, e Tesero, che ospiterà le gare di fondo: due località dalla tradizione consolidata, che hanno già ospitato tre Mondiali di Sci Nordico.
Quando un ventenne friulano scrisse la storia a Vancouver
L’Italia, pur vantando una grande tradizione nello sci di fondo e risultati eccellenti in numerose discipline invernali, ha sempre faticato nella combinata nordica. La ragione è semplice quanto frustrante: per eccellere servono competenze in entrambe le discipline, e storicamente gli azzurri sono stati assenti nel salto con gli sci. Eppure, una sera del 14 febbraio 2010 a Vancouver, un ragazzo di Tolmezzo di appena vent’anni riuscì nell’impresa che nessun italiano prima di lui aveva compiuto.
Alessandro Pittin era partito per il Canada consapevole delle sue possibilità ma senza la pressione dei favoritismi. Quattro anni prima, sedicenne, aveva già vissuto l’esperienza dei Giochi di Torino 2006, chiudendo al quarantaseiesimo posto. Quella partecipazione precoce gli aveva insegnato cosa aspettarsi da un evento olimpico, permettendogli di arrivare a Vancouver con la giusta mentalità. Nella prova di salto dal trampolino normale, Pittin atterrò sulla linea dei cento metri, chiudendo in sesta posizione con 48 secondi di ritardo dal leader, il finlandese Ryynaenen.
Ma è nella prova di fondo che il friulano dimostrò tutto il suo valore. Rimontò posizioni su posizioni, rimanendo agganciato al gruppo dei migliori fino all’ultimo chilometro. Lì scattò, insieme al francese Jason Lamy-Chappuis che poi vinse l’oro, e allo statunitense Johnny Spillane. “Solo all’ultimo metro ho capito che potevo arrivare a medaglia, ma non sapevo se fossi terzo o quarto”, raccontò all’arrivo, ancora incredulo. Quel bronzo rappresenta tuttora l’unica medaglia olimpica italiana nella storia della combinata nordica, un risultato che aveva del miracoloso considerando il dominio storico di norvegesi, tedeschi, finlandesi e austriaci.
Il presidente del CONI Giovanni Petrucci commentò con orgoglio: “Per noi è il successo di un investimento nel quale abbiamo sempre creduto. A Torino portammo Alessandro Pittin a gareggiare sedicenne. Quattro anni dopo ci ha ripagato alla grande”. Quella medaglia non fu un colpo di fortuna: nel 2012 Pittin conquistò la prima vittoria italiana in Coppa del Mondo a Chaux-Neuve, in Francia, realizzando addirittura una tripletta che mancava negli annali dal 2002.
Gli azzurri verso il sogno casalingo: una squadra in crescita
Vent’anni dopo Torino 2006, Alessandro Pittin sogna di chiudere il cerchio. Ora trentacinquenne, l’atleta delle Fiamme Gialle punta alla sua sesta partecipazione olimpica, un traguardo straordinario per qualsiasi atleta. “Sarebbe il coronamento di una carriera in modo fantastico per chiudere un cerchio che si è aperto proprio a Torino”, ha dichiarato. L’11 febbraio 2026, giorno delle gare, coinciderà ancora una volta con il suo compleanno: un segno del destino che il veterano azzurro vuole trasformare in un’occasione speciale.
Accanto a Pittin, la squadra italiana per Milano-Cortina sta prendendo forma con atleti determinati a onorare i Giochi di casa. Samuel Costa, trentatreenne bolzanino, ha vissuto una storia particolare: dopo essersi ritirato al termine della stagione 2023-24, ha annunciato il suo ritorno proprio in vista delle Olimpiadi. “Sono tornato per due motivi: la passione per lo sport e l’importanza dei Giochi Olimpici”, ha spiegato in un’intervista recente. Costa, che ha debuttato in Coppa del Mondo in Val di Fiemme nel 2012 e ha conquistato il suo primo podio individuale a Seefeld nel 2017, porta esperienza internazionale e motivazione rinnovata.
Aaron Kostner si è affermato come il nuovo leader del movimento azzurro, mentre Raffaele Buzzi aggiunge ulteriore esperienza olimpica al gruppo, avendo già partecipato ai Giochi di Pechino 2022. La competizione per i tre posti disponibili è serrata: anche Iacopo Bortolas, giovane classe 2003, rappresenta un talento emergente da tenere d’occhio. Con solo tre pettorali per Milano-Cortina, almeno uno di questi atleti dovrà assistere alle gare da spettatore, alimentando una sana competizione interna che potrebbe spingere tutti a superare i propri limiti.
L’Italia della combinata nordica arriva all’appuntamento casalingo consapevole dei propri limiti storici ma animata da una determinazione speciale. Non sarà facile ripetere l’impresa di Vancouver: il livello internazionale si è alzato enormemente, con i tedeschi Vinzenz Geiger e Julian Schmid considerati tra i favoriti, e il norvegese Jørgen Graabak che punta a un nuovo record di ori olimpici. Ma la magia dei Giochi in casa può riservare sorprese, e quegli azzurri che saliranno sul trampolino di Predazzo davanti al pubblico italiano avranno una motivazione in più per compiere l’impresa.
Il dominio scandinavo e i numeri di una disciplina secolare
Per comprendere quanto sia difficile emergere nella combinata nordica, basta guardare il medagliere storico. La Norvegia domina con 35 medaglie olimpiche (15 ori, 12 argenti e 8 bronzi), seguita dalla Germania con 16 medaglie complessive e dalla Finlandia a quota 14. Il tedesco Eric Frenzel e l’austriaco Felix Gottwald condividono il record individuale di sette medaglie olimpiche ciascuno, di cui tre d’oro a testa.
Un aneddoto curioso riguarda proprio la Norvegia: negli anni Venti, persino re Olav V era un abile saltatore e partecipò al Festival di Holmenkollen. La combinata nordica in terra norvegese non è semplicemente uno sport, è parte integrante dell’identità nazionale, un modo di essere che si tramanda di generazione in generazione. Solo nel 1960, a Squaw Valley, il dominio nordico venne interrotto dal tedesco orientale Georg Thoma, che conquistò un oro storico.
La disciplina, tuttavia, porta con sé anche una contraddizione che la segna profondamente: è l’unico sport olimpico, tra estivi e invernali, ancora esclusivamente maschile. Nonostante la Federazione Internazionale riconosca dal 1998 le gare femminili di salto, e nonostante esistano competizioni femminili di combinata nordica, le donne rimangono escluse dai Giochi Olimpici e dai Mondiali. Una questione che solleva interrogativi e che molti sperano possa essere risolta nelle prossime edizioni olimpiche.
Verso le Olimpiadi di casa: l’attesa cresce
Mancano pochi mesi all’appuntamento che gli appassionati italiani attendono da vent’anni. La Val di Fiemme si prepara ad accogliere i migliori combinatisti del mondo in uno scenario naturale mozzafiato, dove la tradizione dello sci nordico è radicata da generazioni. Gli impianti di Predazzo e Tesero sono pronti a scrivere nuove pagine di storia olimpica, in una cornice che promette di regalare emozioni indimenticabili.
Gli azzurri sanno che la strada è in salita, ma hanno dalla loro parte il fattore campo e la consapevolezza che, nelle nevi di casa, tutto diventa possibile. Alessandro Pittin vuole salutare la carriera con un’ultima, grande prestazione. Samuel Costa cerca il riscatto dopo anni complicati. I più giovani sognano di lasciare il segno nella storia. Insieme, rappresentano la speranza di un movimento che, pur tra mille difficoltà, continua a credere nel miracolo.
La combinata nordica a Milano-Cortina 2026 sarà molto più di una semplice competizione sportiva: sarà il teatro dove si incontreranno tradizione e innovazione, esperienza e gioventù, sogni individuali e orgoglio nazionale. Tra il cielo di Predazzo e la neve di Tesero, tra salti mozzafiato e inseguimenti estenuanti, si scriverà un nuovo capitolo di una disciplina centenaria che continua a esercitare un fascino magnetico su chi ama gli sport invernali nella loro essenza più pura e autentica.
Direttore editoriale di nonewsmagazine.com | Il magazine dell’ozio e della serendipità.
Direttore responsabile di No News | La free press dell’ozio milanese.
Viaggiatore iperattivo, tenta sempre di confondersi con la popolazione indigena.
Amante della lettura, legge un po’ di tutto. Dai cupi autori russi, passando per i libertini francesi, attraverso i pessimisti tedeschi, per arrivare agli amori sofferti tra le campagne inglesi. Tra gli scrittori moderni tra i preferiti spiccano Roddy Doyle, Nick Hornby e Francesco Muzzopappa.
Melomane vecchio stampo, c’è chi lo chiama “il fondamentalista del Loggione”. Ama il dramma verdiano così come le atmosfere oniriche di Wagner. L’opera preferita, tuttavia, rimane la Tosca.

