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La scienza della separazione: quanto tempo serve davvero per dimenticare un ex

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Sarah osserva il telefono per l’ennesima volta oggi. È passato un anno dalla rottura con Marco, eppure il suo numero è ancora lì, nella rubrica, come un’ombra del passato che si rifiuta di svanire. Lei si convince di aver voltato pagina, ma ogni canzone alla radio, ogni ristorante dove erano andati insieme, ogni piccolo dettaglio della vita quotidiana la riporta indietro. Non è sola: milioni di persone in tutto il mondo si pongono la stessa domanda tormentosa che la tiene sveglia di notte. Quanto tempo serve davvero per dimenticare un ex?

La scienza, finalmente, ha iniziato a fornire risposte concrete a questa domanda universale. E le scoperte sono sorprendenti quanto rivoluzionarie.

La matematica del dimenticare

Uno studio rivoluzionario pubblicato nel 2025 da Jia Y. Chong e R. Chris Fraley dell’Università dell’Illinois ha monitorato 328 adulti dopo la fine di relazioni significative, applicando modelli statistico-matematici per misurare l’intensità dell’attaccamento residuo. I risultati hanno delineato una mappa temporale precisa del processo di distacco emotivo.

La scoperta più sorprendente? Il legame affettivo con un ex partner segue una curva di decrescita esponenziale, simile al decadimento radioattivo degli elementi. I ricercatori hanno calcolato che servono in media 4,2 anni per arrivare a metà strada nella dissoluzione del legame affettivo. Ma il processo completo richiede circa 8 anni prima che l’attaccamento diventi psicologicamente simile a quello provato per uno sconosciuto.

Otto anni. Una cifra che fa riflettere e che spiega perché così tante persone si sentono “sbagliate” quando, dopo mesi o anche anni, continuano a provare qualcosa per l’ex partner. Non c’è niente di sbagliato: è semplicemente biologia.

L’anatomia dell’attaccamento

Per comprendere questo fenomeno, i ricercatori hanno esaminato tre funzioni fondamentali dell’attaccamento: il rifugio sicuro (la tendenza a cercare conforto nell’ex durante i momenti difficili), la prossimità (il desiderio di vicinanza fisica) e la base sicura (vedere l’ex come punto di riferimento per esplorare il mondo).

Maria, 34 anni, architetto di Milano, riconosce perfettamente questi meccanismi: “Dopo tre anni dalla fine della mia relazione con Luca, mi accorgevo ancora di volergli raccontare le cose belle che mi capitavano. Era come se il mio cervello non avesse ancora cancellato il suo ruolo di ‘destinatario privilegiato’ delle mie emozioni.”

La ricerca conferma l’esperienza di Maria: il nostro sistema nervoso non distingue tra un legame romantico e altri tipi di attaccamento profondo. Una volta stabilito, il circuito neurale rimane attivo molto più a lungo di quanto la mente razionale vorrebbe ammettere.

Il fattore personalità: non tutti dimenticano allo stesso modo

Studi precedenti hanno dimostrato che lo stile di attaccamento personale influenza drammaticamente la durata e l’intensità del processo di distacco, con le persone ansiose che sperimentano distress prolungato. Chi ha uno stile di attaccamento ansioso e preoccupato vive la rottura in modo molto più doloroso e prolungato.

Questi individui tendono a non voler lasciare andare, raramente sono stati loro a volere la rottura, provano più rabbia, gelosia, tristezza e senso di colpa. Faticano a ricostruire la propria identità dopo il distacco, come se una parte di loro fosse rimasta intrappolata nella relazione passata.

Più siamo dipendenti affettivamente, più sarà lunga e intensa la ‘scia’ emotiva della relazione“, spiegano i ricercatori. È come se alcune persone avessero un “sistema di smaltimento emotivo” più lento di altre.

Al contrario, chi ha uno stile di attaccamento evitante potrebbe sembrare guarire più rapidamente in superficie, ma spesso semplicemente reprime le emozioni, che riemergono in forme diverse anni dopo.

Quando il corpo non dimentica

La dimensione più inquietante della ricerca riguarda l’impatto fisico delle rotture amorose. Studi pionieristici hanno dimostrato che maggiore è l’attaccamento persistente verso l’ex, peggiori sono le risposte immunitarie, con effetti che possono durare fino a 5 anni dopo la separazione.

Le donne separate da meno di un anno mostrano marcati segnali di infiammazione e depressione. Chi prova ancora un forte attaccamento all’ex presenta livelli più alti di cortisolo, l’ormone dello stress, che a sua volta compromette la funzione delle cellule natural killer (NK), fondamentali per la difesa immunitaria.

Il sistema immunitario indebolito rende divorziati e separati più vulnerabili a raffreddori, influenze e infezioni. È come se il corpo, nella sua saggezza antica, continuasse a elaborare la perdita molto dopo che la mente pensa di averla superata.

La neurobiologia dell’amore perduto

Le neuroimmagini cerebrali rivelano che rompere un legame affettivo attiva le stesse aree cerebrali coinvolte nel dolore fisico. Non è solo una metafora dire che “il cuore si spezza”: il cervello elabora la perdita emotiva utilizzando gli stessi circuiti del dolore corporeo.

Questo spiega perché molte persone descrivono la fine di una relazione come un lutto. Perché, neurologicamente, lo è. Il cervello deve letteralmente “disimparare” migliaia di associazioni, ricordi e automatismi costruiti durante la relazione.

Verso la guarigione: strategie basate sulla scienza

Conoscere la timeline naturale del distacco può essere liberatorio. Non siamo “deboli” se dopo un anno ancora pensiamo all’ex: siamo semplicemente umani, con un cervello che segue i suoi tempi biologici.

La ricerca suggerisce alcune strategie efficaci:

Il “no contact” non è crudeltà, ma necessità neurobiologica. Ogni contatto riattiva i circuiti dell’attaccamento, rallentando il processo naturale di guarigione.

L’esercizio fisico regolare non solo migliora l’umore attraverso le endorfine, ma aiuta a ricostruire un senso di identità indipendente e rafforza il sistema immunitario compromesso dallo stress della rottura.

La terapia cognitiva può accelerare il processo aiutando a riconoscere e modificare i pattern di pensiero che mantengono vivo l’attaccamento.

Il tempo come medicina

Forse la scoperta più consolante di tutta questa ricerca è che il tempo è davvero la medicina più potente. Non nel senso romantico del “il tempo guarisce tutte le ferite”, ma nel senso letterale, neurobiologico del termine.

Ogni giorno che passa, ogni nuova esperienza, ogni momento di vita indipendente contribuisce a riscrivere i circuiti neurali. È un processo lento, a volte impercettibile, ma inesorabile.

Sarah, quella del nostro racconto iniziale, oggi sorride ripensando a quei primi mesi di sofferenza. Non perché abbia dimenticato Marco – il suo numero è ancora in rubrica – ma perché ha imparato che guarire non significa cancellare. Significa integrare, accettare, e infine trasformare il dolore in saggezza.

La scienza ci ricorda che amare profondamente lascia tracce indelebili nel nostro cervello. E forse è proprio così che dovrebbe essere: ogni amore, anche quello finito, ci cambia per sempre. La guarigione non è dimenticare, ma imparare a portare quei cambiamenti con grazia.

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