Nel nord della laguna di Venezia, a circa quaranta minuti di vaporetto dalla città, sorge un’isola che sfida la monotonia con una tavolozza infinita di tonalità. Burano, con le sue facciate dipinte in ogni gradazione immaginabile, rappresenta molto più di un’attrazione turistica: è un documento vivente di come le comunità costiere abbiano trasformato una necessità pratica in un’espressione artistica collettiva che dura da secoli.
L’origine funzionale di una tradizione estetica
La spiegazione più accreditata del fenomeno cromatico di Burano affonda le radici nella vita quotidiana dei pescatori che abitavano l’isola. Durante i mesi invernali, quando dense nebbie avvolgevano la laguna rendendo impossibile distinguere qualsiasi punto di riferimento, i marinai dipingevano le loro abitazioni con colori vivaci e distintivi. Questa pratica permetteva loro di riconoscere la propria casa anche a distanza, quando tornavano dalle battute di pesca nel mare Adriatico.
Secondo fonti storiche verificate, la tradizione si consolidò particolarmente tra il quindicesimo e il sedicesimo secolo, periodo in cui l’isola conobbe una crescita economica legata proprio all’industria della pesca. Ogni famiglia sceglieva una tonalità che diventava il suo segno identificativo, un’eredità cromatica tramandata di generazione in generazione.
Un patrimonio regolamentato e protetto
Oggi questa caratteristica unica è tutelata da precise normative comunali. Chiunque desideri ridipingere la propria abitazione deve presentare richiesta formale al Comune di Venezia, che assegna le tonalità compatibili con la tradizione locale e con l’armonia del quartiere. Il sistema garantisce che due case adiacenti non possano mai avere lo stesso colore, mantenendo quella varietà che rende l’isola riconoscibile in tutto il mondo.
Le tinte disponibili spaziano dal giallo limone al rosso corallo, dal blu oltremare al verde smeraldo, passando per il rosa, il viola e l’arancione. Secondo le autorità locali, questo controllo cromatico non è una limitazione alla libertà individuale, ma una forma di tutela di un patrimonio culturale che appartiene all’intera comunità.
La casa più colorata dell’isola
Tra le centinaia di edifici dipinti, uno spicca per la sua straordinaria originalità: la Casa di Bepi Suà, situata in via al Gottolo. Giuseppe Toselli, conosciuto come Bepi delle Caramelle, trasformò la facciata della sua abitazione in un’opera d’arte in continua evoluzione. Ogni giorno, fino alla sua morte nel 1985, aggiungeva nuove forme geometriche e nuovi colori: cerchi, quadrati, triangoli e rombi si sovrapponevano in composizioni sempre diverse.
Toselli aveva lavorato come manutentore al Cinema Favin di Burano. Quando la sala chiuse, iniziò a vendere dolciumi in Piazza Galuppi, da cui il soprannome. La sua passione per il cinema lo portò a organizzare proiezioni all’aperto durante le serate estive, appendendo un lenzuolo bianco alla parete e mostrando cartoni animati ai bambini del quartiere.
Dopo anni di abbandono, nel 2005 le autorità decisero di restaurare l’edificio, preservando esattamente l’aspetto che aveva al momento della morte di Toselli. Oggi la Casa di Bepi Suà è diventata un’icona fotografica dell’isola, simbolo dell’incontro tra tradizione collettiva e creatività individuale.
L’arte del merletto: l’altra anima di Burano
Accanto alla tradizione cromatica, Burano custodisce un’altra eccellenza artigianale: il merletto. Questa forma di ricamo finissimo, realizzato con ago e filo senza supporto di tessuto, nacque sull’isola nel sedicesimo secolo, probabilmente influenzata dalle tecniche portate da Cipro, allora sotto il dominio veneziano.
Le merlettaie di Burano raggiunsero una fama europea, e i loro lavori adornavano gli abiti della nobiltà di tutto il continente. Un singolo centrino o colletto poteva richiedere mesi di lavoro, con motivi tramandati di madre in figlia per generazioni.
Nel diciottesimo secolo l’industria del merletto subì un declino significativo. Fu solo nel 1872 che la Contessa Adriana Marcello fondò la Scuola del Merletto, con l’obiettivo di preservare le tecniche tradizionali e combattere la povertà locale. La scuola operò fino al 1970 e oggi il suo edificio storico, situato in Piazza Galuppi, ospita il Museo del Merletto.
Il museo espone circa duecento esemplari di merletto veneziano, che documentano cinque secoli di evoluzione artistica e tecnica. Durante gli orari di apertura, i visitatori possono osservare le ultime merlettaie ancora attive, testimoni viventi di un’arte che richiede pazienza estrema e precisione maniacale. Secondo dati ufficiali, anche i pezzi più semplici richiedono almeno cento ore di lavoro, mentre opere complesse possono superare le cinquecento ore.
Una comunità che resiste alla pressione turistica
Nonostante il flusso turistico consistente, Burano mantiene un’identità autentica. L’isola, che si estende su quattro piccoli isolotti collegati da ponti per una superficie totale di circa 21 ettari, conta secondo i dati ISTAT del 2021 circa 2.270 abitanti, in calo rispetto ai 3.267 del 2001.
La comunità buranella vive ancora dei ritmi tradizionali: pescatori che riparano le reti lungo i canali, donne che stendono il bucato alle finestre, botteghe che vendono i bussolai buranelli, biscotti a forma di ciambella preparati con uova, farina, burro e zucchero secondo ricette tramandate da generazioni.
L’isola è collegata tramite un ponte pedonale a Mazzorbo, un’isola adiacente caratterizzata da orti e vigneti, dove i residenti trovano spazi verdi e tranquillità lontano dai flussi turistici. Nelle vicinanze si trova anche Torcello, antica isola che prima dell’anno Mille fu uno dei centri più importanti della laguna.
L’eredità di Altino e le origini remote
Le origini di Burano risalgono al quinto e sesto secolo, quando gli abitanti della città romana di Altino fuggirono dalle invasioni barbariche rifugiandosi nelle isole della laguna. Il nome dell’isola deriva probabilmente da Porta Boreana, la porta settentrionale di Altino, così chiamata perché rivolta verso il vento di bora.
I primi insediamenti erano costituiti da palafitte con pareti di canne intrecciate e tetti di fango. Solo successivamente, grazie all’influenza romana e bizantina, iniziarono a sorgere costruzioni in mattoni. Per secoli Burano rimase un centro abitato di pescatori e contadini, amministrato da Torcello e privo dei privilegi di cui godevano isole più importanti come Murano.
Fu solo nel sedicesimo secolo, con lo sviluppo dell’industria del merletto, che Burano acquisì maggiore prestigio. In quel periodo il Podestà di Torcello trasferì la propria sede sull’isola, segno del crescente peso economico e demografico del centro.
Un equilibrio tra turismo e tradizione
Oggi Burano si trova a gestire la tensione tra la propria identità storica e le pressioni del turismo di massa. L’isola è facilmente raggiungibile da Venezia con la linea 12 del trasporto pubblico lagunare, con partenze frequenti da Fondamente Nove che impiegano circa 40-45 minuti.
Gli sforzi delle autorità locali e della comunità si concentrano nel preservare l’autenticità del luogo. Il controllo sui colori delle facciate, la tutela del museo e delle ultime artigiane del merletto, il mantenimento delle attività tradizionali come la pesca e la pasticceria sono tutti elementi di una strategia di resistenza culturale.
L’isola rappresenta un esempio di come un piccolo centro abitato possa conservare la propria specificità in un mondo sempre più omologato. Le case colorate di Burano non sono un’installazione artistica creata per i turisti, ma il risultato di secoli di vita comunitaria, di scelte pratiche trasformate in bellezza, di necessità diventate tradizione.
Mentre Venezia affronta le sfide della sovraffollamento turistico e dello spopolamento, Burano continua a proporre un modello diverso: quello di una comunità che vive ancora nei propri spazi, che mantiene le proprie attività economiche tradizionali, che protegge il proprio patrimonio senza trasformarlo in museo.
Le facciate multicolori che si riflettono nei canali non sono semplici soggetti fotografici, ma pagine di una storia collettiva ancora in corso di scrittura. Ogni tonalità racconta generazioni di pescatori che tornavano a casa nella nebbia, donne che ricamavano per ore alla luce della finestra, bambini che crescevano tra i colori e imparavano da quegli stessi colori l’importanza dell’identità e dell’appartenenza.
Direttore editoriale di nonewsmagazine.com | Il magazine dell’ozio e della serendipità.
Direttore responsabile di No News | La free press dell’ozio milanese.
Viaggiatore iperattivo, tenta sempre di confondersi con la popolazione indigena.
Amante della lettura, legge un po’ di tutto. Dai cupi autori russi, passando per i libertini francesi, attraverso i pessimisti tedeschi, per arrivare agli amori sofferti tra le campagne inglesi. Tra gli scrittori moderni tra i preferiti spiccano Roddy Doyle, Nick Hornby e Francesco Muzzopappa.
Melomane vecchio stampo, c’è chi lo chiama “il fondamentalista del Loggione”. Ama il dramma verdiano così come le atmosfere oniriche di Wagner. L’opera preferita, tuttavia, rimane la Tosca.

