Nel cuore di Osaka, tra i grattacieli moderni e le luci al neon che illuminano i quartieri della vita notturna, sopravvive un’arte che da oltre tre secoli racconta storie di passione, onore e tragedia. Non si tratta di cinema o teatro convenzionale, ma di bunraku, il teatro tradizionale giapponese delle marionette, riconosciuto dall’UNESCO come patrimonio culturale immateriale dell’umanità insieme al nō e al kabuki.
Ciò che rende il bunraku straordinario non è solo la sua longevità, ma la complessa sinergia artistica che lo caratterizza. Tre marionettieri vestiti di nero operano ogni singola marionetta, grande quasi la metà di un essere umano, mentre un narratore dà voce a tutti i personaggi e un musicista accompagna la performance con lo shamisen, uno strumento a tre corde. Il risultato è un’esperienza teatrale ipnotica, dove il confine tra inanimato e vivente si dissolve davanti agli occhi degli spettatori.
Le origini popolari di un’arte aristocratica
Il bunraku nacque durante il periodo Edo (1603-1868) come intrattenimento per i comuni cittadini di Osaka, in netto contrasto con le forme teatrali riservate alla nobiltà. La forma teatrale divenne estremamente popolare tra la popolazione urbana delle città di Osaka ed Edo durante il XVIII e XIX secolo, affermandosi come espressione della cultura chōnin, la classe mercantile emergente.
Il termine “bunraku” deriva da Uemura Bunrakuken (1751-1810), un narratore originario di Awaji che aprì il primo teatro chiamato Bunraku-za a Osaka nel 1809, contribuendo a rivitalizzare questa forma d’arte in un periodo di declino. Tuttavia, la vera essenza artistica del bunraku si consolidò già nel tardo XVII secolo, quando il narratore Takemoto Gidayū fondò il suo teatro a Osaka nel 1684, sviluppando lo stile distintivo chiamato Gidayū-bushi.
Chikamatsu Monzaemon: lo Shakespeare giapponese
La figura che trasformò il bunraku da semplice spettacolo popolare a forma d’arte letteraria fu Chikamatsu Monzaemon (1653-1725), spesso definito “lo Shakespeare del Giappone”. Chikamatsu scrisse più di 100 opere per i teatri kabuki e bunraku, ma furono i suoi drammi domestici a rivoluzionare il genere.
La sua opera più celebre, “Sonezaki Shinjū” (I suicidi d’amore a Sonezaki), debuttò nel 1703 e si basava su un tragico evento reale accaduto appena due settimane prima. La commedia esplora temi di amore, onore e vincoli sociali nel Giappone Tokugawa, narrando la storia tragica di Tokubei, assistente in un negozio, e Ohatsu, una cortigiana, intrappolati dalle aspettative sociali. Incapaci di vivere il loro amore a causa delle rigide divisioni di classe e degli obblighi familiari, i due amanti scelgono il doppio suicidio come unica via di fuga.
L’impatto dell’opera fu immediato e potente. Il dramma divenne un successo straordinario, salvando finanziariamente il teatro Takemoto-za, ma generò anche un’ondata di suicidi imitativi così preoccupante che nel 1723 lo shogunato Tokugawa vietò la rappresentazione di simili opere. Con “I suicidi d’amore a Sonezaki” Chikamatsu suggerì per la prima volta l’idea potente che gli amanti che consumavano la loro relazione in un doppio suicidio si sarebbero riuniti in un paradiso buddista, unendo rivoluzionariamente l’amore romantico alla credenza religiosa.
L’arte della performance: tre anime per un burattino
Osservare uno spettacolo di bunraku significa assistere a una coreografia di precisione millimetrica. Ogni marionetta è operata da tre esecutori: un operatore principale e due assistenti. Il maestro burattiniere controlla la testa e il braccio destro, mentre i due assistenti manovrano il braccio sinistro e le gambe. Non vengono utilizzati fili: tutto avviene attraverso aste e leve interne.
I burattinai sono visibili al pubblico ma vestono interamente di nero, compresi cappucci che coprono i volti, per simboleggiare la loro “invisibilità”. Questa convenzione teatrale permette agli spettatori di focalizzarsi esclusivamente sulle marionette, che grazie a meccanismi sofisticati possono muovere palpebre, sopracciglia, occhi e bocca, creando espressioni facciali sorprendentemente realistiche.
Il narratore, chiamato tayū, interpreta tutti i personaggi della storia, modificando il tono e l’intonazione della voce per rappresentare generi, età e classi sociali diverse. Questa figura non vede il palcoscenico durante la performance: si trova su una piattaforma rialzata laterale insieme al suonatore di shamisen, creando una tensione emotiva che si riversa nella narrazione.
Un linguaggio perduto nel tempo
Una peculiarità affascinante del bunraku risiede nei testi utilizzati. Le opere tradizionali impiegano infatti dialoghi e linguaggio scritti nell’Ottocento, rendendo la comprensione difficile persino per i giapponesi moderni. Questa distanza linguistica ha sollevato un dibattito: da un lato c’è la volontà di preservare l’autenticità storica dell’arte, dall’altro l’esigenza di renderla più accessibile al pubblico contemporaneo.
Le storie narrate nel bunraku spaziano dai jidaimono (drammi storici ambientati in epoca feudale) ai sewamono (drammi contemporanei che esplorano il conflitto tra doveri sociali e desideri personali). Questi ultimi, in particolare, risuonavano profondamente con il pubblico dell’epoca Edo, che vedeva riflesse nelle marionette le proprie lotte quotidiane tra giri (obbligo) e ninjō (sentimenti umani).
Il Teatro Nazionale Bunraku: un baluardo di tradizione
Il Teatro Nazionale Bunraku di Osaka fu inaugurato nel 1984 come quarto teatro nazionale del paese, con l’obiettivo esplicito di preservare e promuovere questa forma d’arte in declino. L’edificio, situato nel distretto di Chūō a pochi minuti dalla stazione di Nippombashi, fonde elementi architettonici tradizionali del periodo Edo con design contemporaneo.
La sala principale può ospitare circa 750 spettatori e ospita non solo rappresentazioni di bunraku ma anche altre forme di spettacolo tradizionale. Una sala più piccola da 159 posti è dedicata a rakugo, manzai e musica giapponese. Al piano terra si trova un museo gratuito dove sono esposte marionette storiche, documenti, fotografie e filmati di vecchie rappresentazioni, offrendo ai visitatori un’immersione completa nella storia del bunraku.
Gli spettacoli vengono allestiti per circa due settimane ciascuno, permettendo al pubblico di assistere a diverse opere durante l’anno. I prezzi partono da 1.000 yen e variano in base alla produzione e ai posti a sedere. Per chi non parla giapponese sono disponibili audioguide in inglese, rendendo l’esperienza accessibile anche ai visitatori stranieri.
Una tradizione in bilico tra passato e futuro
La storia del bunraku nel XX secolo è stata segnata da drammatici alti e bassi. Dopo la metà del XVIII secolo, con innovazioni nella scenografia kabuki e la morte di alcuni dei migliori esecutori di bunraku, il teatro delle marionette fu eclissato dal suo imitatore. I principali teatri furono costretti a chiudere nel 1767, e la tradizione sopravvisse principalmente attraverso comunità di esecutori amatoriali.
Nel 1926 un incendio devastante distrusse il Bunraku-za e preziose marionette, costumi e oggetti di scena. Durante la Seconda Guerra Mondiale, il bombardamento di Osaka nel 1945 causò ulteriori distruzioni. Fu solo nel 1963 che diverse compagnie si unirono formando la Bunraku Kyōkai, l’associazione che ancora oggi coordina le rappresentazioni regolari al Teatro Nazionale di Tokyo e al Teatro Nazionale Bunraku di Osaka.
Nonostante le sfide, il bunraku continua a esistere come testimonianza vivente della cultura giapponese dell’epoca Edo. A differenza dell’Occidente, dove gli spettacoli di marionette sono generalmente considerati intrattenimento per bambini, in Giappone il bunraku è un’arte destinata principalmente agli adulti, capace di esplorare le profondità dell’esperienza umana attraverso burattini che sembrano più umani degli stessi esseri umani.
In un’epoca dominata da effetti speciali digitali e intrattenimento virtuale, il bunraku rappresenta un richiamo potente alla bellezza dell’artigianato manuale e della collaborazione artistica. Le sue marionette, animate dalla “mano umana” piuttosto che da algoritmi o computer, continuano a commuovere il pubblico con storie che parlano di conflitti universali: l’amore contro il dovere, il desiderio individuale contro le aspettative sociali, la vita contro la morte.
Direttore editoriale di nonewsmagazine.com | Il magazine dell’ozio e della serendipità.
Direttore responsabile di No News | La free press dell’ozio milanese.
Viaggiatore iperattivo, tenta sempre di confondersi con la popolazione indigena.
Amante della lettura, legge un po’ di tutto. Dai cupi autori russi, passando per i libertini francesi, attraverso i pessimisti tedeschi, per arrivare agli amori sofferti tra le campagne inglesi. Tra gli scrittori moderni tra i preferiti spiccano Roddy Doyle, Nick Hornby e Francesco Muzzopappa.
Melomane vecchio stampo, c’è chi lo chiama “il fondamentalista del Loggione”. Ama il dramma verdiano così come le atmosfere oniriche di Wagner. L’opera preferita, tuttavia, rimane la Tosca.

