C’è un momento, varcando la soglia di Via della Pilotta 17, in cui Roma smette di essere una città e diventa un’altra cosa: un palinsesto di secoli sovrapposti, un luogo dove il tempo si è inceppato nel più sontuoso dei modi possibili. Ci si trova all’interno di Palazzo Colonna, uno dei più grandi e antichi palazzi privati di tutta Roma, e la sensazione è quella di essere entrati in un mondo che esiste secondo le proprie regole, immune al traffico che brontola fuori, ai turisti che scorrono lungo Via dei Fori Imperiali, alla modernità che pressa da ogni lato. Qui, trenta generazioni della stessa famiglia abitano e custodiscono uno spazio che non è solo un edificio: è la memoria vivente di una delle dinastie più influenti della storia occidentale.
Palazzo Colonna a Roma: un complesso di tre ettari nel centro storico
L’estensione è già di per sé un dato che lascia senza parole. Palazzo Colonna occupa circa tre ettari nel pieno centro di Roma, tra Piazza Santi Apostoli, Via Ventiquattro Maggio, Via Quattro Novembre e Piazza della Pilotta, rendendolo in assoluto il palazzo nobiliare più esteso della città. Un isolato intero, racchiuso tra le strade, con i suoi giardini terrazzati che scalano il fianco del Quirinale, il suo ninfeo, le sue cascate d’acqua, le sue statue antiche disposte come sentinelle mute di un passato che non vuole dissolversi.
La famiglia Colonna, il cui nome secondo alcune interpretazioni sarebbe legato alla vicina Colonna Traiana, risale almeno al XII secolo. Già in quell’epoca si hanno notizie di un palazzo e di un castello nell’area dove sorge l’edificio attuale. Il luogo stesso è stratificato fino alle radici: prima ancora dell’anno 1000, qui erano documentati edifici appartenenti ai conti di Tuscolo, dai quali la famiglia Colonna discende. Un’identità radicata nella pietra, costruita mattone dopo mattone nel corso di generazioni che hanno attraversato papi, imperatori, battaglie e trasformazioni epocali.
Dal medioevo al barocco: cinque secoli di costruzione continua
Entrare in Palazzo Colonna significa fare i conti con cinque secoli di cantiere ininterrotto, con ogni epoca che ha lasciato il proprio marchio senza cancellare del tutto quello precedente. Dal XIV al XVI secolo, l’edificio aveva l’aspetto di una vera e propria fortezza, austera e difensiva come imponevano i tempi turbolenti del tardo medioevo romano. Poi, con il Seicento, tutto cambiò.
Un capitolo fondamentale di questa storia appartiene a Oddone Colonna, che l’11 novembre 1417 fu eletto papa con il nome di Martino V, ponendo fine allo Scisma d’Occidente. Il palazzo divenne Sede Pontificia e vi abitò dal 1420 fino alla morte, nel 1431. Fu nelle sue sale che Martino V progettò e avviò il grande piano di rinascita culturale, urbana e amministrativa di Roma, una città ridotta in condizioni disastrose dopo decenni di cattività avignonese e di divisioni interne alla Chiesa. La storia di una capitale che rinasceva si scrisse qui, tra quelle mura.
Nel 1527, durante il devastante Sacco di Roma per mano delle truppe di Carlo V, Palazzo Colonna fu tra i pochi edifici della città a non essere incendiato. I buoni rapporti della famiglia con l’Impero salvarono l’edificio, che divenne rifugio per oltre tremila cittadini romani. Una fortezza, ancora una volta, ma di misericordia questa volta.
Il vero cambiamento di pelle arrivò nel corso del Seicento, quando tre generazioni della famiglia — Filippo I, il Cardinale Girolamo I e Lorenzo Onofrio — decisero di trasformare l’austera fortezza medievale in uno splendido palazzo barocco. Chiamarono i migliori architetti e artisti dell’epoca: Gian Lorenzo Bernini, Antonio del Grande, Carlo Fontana, Paolo Schor. Il risultato fu un edificio che non è più solo dimora, ma manifesto di potere e raffinatezza.
La Galleria Colonna: settantasei metri di barocco romano puro
Se c’è un luogo che sintetizza l’ambizione e la grandiosità di questa famiglia, è la Galleria Colonna: settantasei metri di lunghezza che si affacciano su Via IV Novembre, costruiti per durare secoli e per comunicare, a chiunque li attraversasse, l’incommensurabile levatura del casato. La sua edificazione iniziò nel 1654 su commissione del Cardinale Girolamo I, proseguì sotto la guida del nipote Lorenzo Onofrio e fu inaugurata soltanto nel 1703 dal figlio di quest’ultimo, Filippo II. Tre generazioni, quasi cinquant’anni di lavori: una scala temporale che oggi faticherebbe a essere immaginata, ma che allora sembrava proporzionata all’impresa.
L’idea originaria era precisa e ambiziosa: la Galleria non doveva essere semplicemente un contenitore di opere d’arte, ma essa stessa un’opera d’arte totale, in cui architettura, pittura, scultura e arredi dialogassero in un unico sistema di significati. E al centro di quel sistema c’era un eroe: Marcantonio II Colonna, ammiraglio della flotta pontificia alla Battaglia di Lepanto del 1571, la vittoriosa battaglia navale contro l’impero ottomano che segnò una svolta nella storia del Mediterraneo. Le sue gesta sono il filo conduttore dell’intera decorazione pittorica della Galleria.
Sulla volta della Sala Grande si dispiega il ciclo di affreschi dedicati ai momenti salienti di quella battaglia leggendaria: episodi di vita di Marcantonio II, l’apoteosi dell’ammiraglio, allegorie della vittoria cristiana. Alle pareti, quattro maestose specchiere dipinte da Mario dei Fiori, Giovanni Stanchi e Carlo Maratta si alternano a una successione di capolavori firmati da nomi che risuonano come campane nella storia dell’arte: il Guercino, Salvator Rosa, Jacopo Tintoretto, Francesco Salviati, Guido Reni, Giovanni Lanfranco. Un’accumulazione di eccellenza che non opprime, ma trasporta.
Il Mangiafagioli di Carracci e gli altri capolavori della collezione
Tra i dipinti che abitano le sale di Palazzo Colonna, uno in particolare ha la capacità di fermare il visitatore nel mezzo del passo: Il Mangiafagioli di Annibale Carracci, un’opera che nella sua semplicità apparente nasconde una modernità sorprendente. Un uomo comune, colto nell’atto quotidiano di mangiare, guardato con uno sguardo privo di giudizio e pieno di umanità. In un palazzo fatto di trionfi e celebrazioni dinastiche, quella figura seduta al tavolo con la sua scodella è un contrappunto discreto e potentissimo.
Ma la collezione è vasta e multiforme. Bronzino vi è presente con la Venere, Cupido e Satiro e con una Madonna con il Bambino assopito. Tintoretto con il suo Narciso alla fonte. Guido Reni con il San Francesco in preghiera con due angeli. Salvator Rosa con un San Giovanni Battista in una grotta. E ancora il Guercino, con opere tra cui il Martirio di Sant’Emerenziana e il Mosè con le tavole della legge. Nella Sala dell’Arazzo, un grande arazzo seicentesco di manifattura italiana raffigurante la Regina Artemisia che esamina il progetto per la tomba del marito Mausolo dialoga con una Strage degli innocenti di Jacopo del Sellaio e con una Riconciliazione di Esaù con Giacobbe attribuita a Peter Paul Rubens e bottega.
Nella Sala della Colonna Bellica si conserva ancora, conficcata in una colonna, la palla di cannone sparata dal Gianicolo dall’esercito francese durante gli scontri del 1849, quando le truppe del generale Oudinot entrarono a Roma per soccorrere Papa Pio IX dagli insorti della Repubblica Romana. Una reliquia della storia, lasciata al suo posto come monito o forse come curiosità, che racconta di un palazzo capace di sopravvivere anche alle guerre.
L’appartamento della principessa Isabelle: un mondo a parte nel palazzo
Se la Galleria Colonna è il trionfo pubblico del potere barocco, l’Appartamento della Principessa Isabelle è il suo opposto complementare: uno spazio intimo, quattrocentesco nella sua origine, che porta il nome di Isabelle Sursock Colonna, moglie del principe Marcantonio Colonna, che vi dimorò fino alla fine degli anni Ottanta del Novecento. I nipoti le hanno dedicato questi ambienti in sua memoria, trasformando la dimora in un luogo di affetti sedimentati oltre che di arte.
Qui la qualità della collezione non è meno straordinaria, ma il tono cambia. Si trovano le vedute di Gaspard Van Wittel — il Vanvitelli — pittore olandese trapiantato a Roma che con la sua ossessione per la precisione topografica ha restituito alla storia il volto di una città che non esiste più. Si trovano le opere di Jan Brueghel il Vecchio, piccoli capolavori su rame di una minuzia tecnica che lascia stupefatti. Si trovano gli affreschi del Pinturicchio, che rivelano la presenza in questo palazzo di uno dei più raffinati decoratori del Quattrocento italiano. E ci sono le tempere di Gaspard Dughet, paesaggista francese attivo a Roma nel Seicento, con le sue vedute campestri di una freschezza ancora immutata.
Un palazzo ancora vivo: la famiglia Colonna e la custodia del passato
Quello che rende Palazzo Colonna diverso da qualsiasi museo è una circostanza tanto semplice quanto straordinaria: ci abita ancora qualcuno. Il principe e la principessa Colonna risiedono tuttora nell’edificio, continuando una tradizione di presenza ininterrotta che dura da otto secoli. Generazione dopo generazione si sono succedute in questi spazi, hanno aggiunto, modificato, custodito, e talvolta anche venduto — come accadde a seguito del Trattato di Tolentino del 1797, quando i Colonna furono costretti a cedere alcune delle opere più importanti, tra cui dipinti di Raffaello, Tiziano, Veronese e Correggio, per aiutare lo Stato Pontificio a far fronte alle imposizioni napoleoniche.
Quella perdita fu un colpo durissimo, ma la collezione sopravvisse nella sua sostanza, protetta da un fedecommesso dell’Ottocento che vincolò le opere impedendone ulteriori alienazioni. Oggi la Galleria è aperta al pubblico ogni sabato mattina, dalle 9 alle 13.15, con ingresso da Via della Pilotta. Il resto della settimana, visite private su prenotazione permettono di accedere a tutti i ventidue ambienti espositivi, per una superficie complessiva di circa tremila metri quadrati di storia, arte e memoria.
I giardini sul Quirinale: dove la natura diventa architettura
C’è ancora un capitolo di Palazzo Colonna che spesso sorprende chi lo visita per la prima volta: i giardini sul Colle del Quirinale, disposti a terrazzamento sul fianco della collina come un teatro naturale. Un ninfeo, cascate d’acqua, statue antiche, scalinate monumentali e una terrazza panoramica nella parte più alta da cui lo sguardo abbraccia i tetti di Roma in un panorama mozzafiato. Non si tratta di un giardino ornamentale nel senso consueto del termine, ma di una composizione paesaggistica che tratta la natura come si tratta un’architettura, plasmandola in forme che rispecchiano l’ordine e l’ambizione di chi le ha create.
In quello spazio, tra il verde e la pietra antica, la distanza dal frastuono della città si fa percepibile come una condizione fisica. E forse è lì, più che in qualsiasi altra sala del palazzo, che si capisce davvero cosa significhi abitare la storia: non come peso, ma come privilegio e responsabilità. Palazzo Colonna non è un monumento. È una casa. La casa più antica e straordinaria di Roma, ancora accesa, ancora abitata, ancora capace di stupire.
Direttore editoriale di nonewsmagazine.com | Il magazine dell’ozio e della serendipità.
Direttore responsabile di No News | La free press dell’ozio milanese.
Viaggiatore iperattivo, tenta sempre di confondersi con la popolazione indigena.
Amante della lettura, legge un po’ di tutto. Dai cupi autori russi, passando per i libertini francesi, attraverso i pessimisti tedeschi, per arrivare agli amori sofferti tra le campagne inglesi. Tra gli scrittori moderni tra i preferiti spiccano Roddy Doyle, Nick Hornby e Francesco Muzzopappa.
Melomane vecchio stampo, c’è chi lo chiama “il fondamentalista del Loggione”. Ama il dramma verdiano così come le atmosfere oniriche di Wagner. L’opera preferita, tuttavia, rimane la Tosca.

