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I giganti del sumo attraversano il Tamigi: la tradizione giapponese conquista Londra

Grande Torneo di Sumo Londra Royal Albert Hall, I giganti del sumo attraversano il Tamigi: la tradizione giapponese conquista Londra

Sono arrivati vestiti di seta, con le loro elaborate acconciature tradizionali e un portamento che trasforma ogni loro passo in una dichiarazione di potenza controllata. Quarantadue lottatori di sumo, tra i migliori al mondo, hanno invaso le strade di Londra questa settimana per partecipare a un evento che non si verificava da oltre tre decenni. La Royal Albert Hall, tempio della cultura britannica che ha ospitato concerti leggendari e incontri di boxe storici, si è trasformata in un’arena sacra dove antichi rituali shintoisti incontrano la curiosità occidentale.

L’ultimo torneo di questa portata si era svolto nel 1991, sempre alla Royal Albert Hall, quando il mondo era profondamente diverso. Internet era ancora un’idea nascente, la Guerra Fredda stava per concludersi e il Giappone rappresentava il futuro economico del pianeta. Oggi, in un’epoca di globalizzazione digitale, il sumo ritorna con un messaggio diverso: quello della preservazione culturale in un mondo che cambia troppo velocemente.

La sacralità del ring in terra straniera

Costruire un dohyō autentico fuori dal Giappone non è un’impresa da poco. La Japan Sumo Association ha portato dal Giappone il fieno per fare le balle da posizionare attorno al ring, il personale specializzato per assemblarle e persino una scorta di bottiglie di birra vuote, tradizionalmente utilizzate per modellare le balle stesse. Ogni dettaglio conta quando si traspone un rito che affonda le radici in millecinquecento anni di storia.

Il tetto sospeso sopra il ring riproduce fedelmente il design dei santuari shintoisti, con le sue frange pendenti in numero dispari – diciassette, diciannove o ventuno – numeri considerati fortunati nella tradizione giapponese. Questo non è semplicemente uno sport: è un ponte temporale che collega il presente con un passato in cui i lottatori combattevano per invocare il favore degli dei e garantire raccolti abbondanti.

Gli organizzatori della Royal Albert Hall hanno dovuto acquistare sedie capaci di sostenere fino a duecento chilogrammi, poiché quelle esistenti potevano reggere solo cento chili. Hanno rinforzato i bagni, modificato le infrastrutture e ordinato quantità di noodle tali da esaurire le scorte del fornitore abituale. Settanta chilogrammi di riso al giorno scorrono nelle cucine temporanee allestite per i rikishi, un flusso costante di energia necessaria per alimentare corpi che sfidano le convenzioni moderne sulla forma fisica.

I giganti gentili che conquistano Buckingham Palace

Prima che i combattimenti iniziassero, i rikishi hanno compiuto un pellegrinaggio turistico attraverso Londra che è diventato virale sui social media. Vestiti con abiti tradizionali giapponesi, i lottatori hanno visitato i luoghi iconici della città, da Buckingham Palace a Westminster con il suo Big Ben, creando contrasti visivi straordinari tra la loro presenza imponente e i monumenti storici britannici.

Le fotografie li ritraggono mentre si fermano per selfie con turisti stupefatti, mentre assaggiano hot dog davanti al Parlamento, mentre ammirano con rispetto le architetture vittoriane che parlano di un impero diverso dal loro. Non sono solo atleti in trasferta: sono ambasciatori culturali di un Giappone che vuole ricordare al mondo la propria unicità in un’epoca di omologazione globale.

La loro routine quotidiana rimane rigorosa anche lontano da casa. Niente colazione – una tradizione che risale ai tempi in cui i lottatori dovevano accumulare massa corporea attraverso pasti abbondanti concentrati nel resto della giornata. Dopo intense sessioni di allenamento mattutino, consumano enormi quantità di chankonabe, uno stufato ricco di carne, pesce, verdure e tofu che fornisce le calorie necessarie per mantenere quei corpi monumentali.

La sfida dei due yokozuna: quando la tradizione incontra la rivalità moderna

Al centro dell’attenzione mediatica ci sono loro: Hoshoryu Tomokatsu, ventiseienne mongolo e settantaquattresimo yokozuna della storia, e Onosato Daiki, venticinquenne giapponese diventato il settantacinquesimo yokozuna quest’anno. Il titolo di yokozuna – letteralmente “corda orizzontale”, riferimento alla corda sacra indossata durante le cerimonie – rappresenta l’apice assoluto di una carriera nel sumo. Dal diciassettesimo secolo a oggi, solo settantacinque uomini hanno raggiunto questo status semi-divino.

Onosato è diventato yokozuna nel maggio 2025 dopo aver vinto due campionati consecutivi al rango di ozeki, la seconda posizione più alta. La sua ascesa è stata fulminante: ha raggiunto il rango supremo in soli tredici tornei, il percorso più rapido dai tempi dell’era Showa. La stampa giapponese lo celebra come il primo yokozuna giapponese in quasi un decennio, dopo anni di dominio straniero che aveva sollevato dibattiti nazionalistici nel paese.

Hoshoryu porta sulle spalle un’eredità pesante. È il nipote di Asashoryu, il sessantottesimo yokozuna, e ha dichiarato di essere particolarmente felice di venire a Londra proprio con questo titolo, un’opportunità che suo zio non ebbe mai. Promosso a yokozuna nel gennaio 2025 dopo aver vinto il suo secondo titolo nella divisione superiore, rappresenta la continuità mongola nel sumo d’élite, una presenza che ha trasformato lo sport negli ultimi vent’anni.

La loro rivalità ha raggiunto il culmine durante il recente torneo autunnale di settembre, quando entrambi hanno terminato con record identici di dodici vittorie e tre sconfitte, portando a uno spareggio tra yokozuna – il primo in sedici anni. In quella occasione vinse Onosato, ma Hoshoryu mantiene un vantaggio nei confronti diretti che aggiunge tensione drammatica a ogni loro incontro.

Un impero che vive nell’ombra delle controversie

Dietro la magnificenza dei rituali e la potenza degli scontri, il sumo professionistico attraversa un periodo di profonda introspezione. Negli ultimi anni, lo sport è stato investito da una serie di scandali che includono accuse di bullismo, violenze fisiche e sessismo nelle stable dove i lottatori si allenano. Episodi di scommesse illegali e presunti collegamenti con la criminalità organizzata hanno gettato un’ombra su quello che dovrebbe essere uno sport fondato su valori di rispetto, disciplina e onore.

Hakkaku Rijicho, capo della Japan Sumo Association e vincitore del torneo londinese del 1991, ha dichiarato di aver organizzato questo nuovo evento per far conoscere alla gente di Londra il fascino del sumo. Ma c’è anche un obiettivo non dichiarato: rinnovare l’immagine internazionale di uno sport che in patria ha perso parte del suo lustro presso le giovani generazioni.

Il sistema delle heya – le scuole-residenze dove i lottatori vivono in comunità rigidamente gerarchiche – è stato al centro delle critiche. I giovani apprendisti devono svegliarsi all’alba, pulire, cucinare per i senior, sopportare umiliazioni rituali che a volte sconfinano nell’abuso. Alcuni casi hanno portato a indagini penali, sollevando domande su quanto della tradizione sia sacro e quanto sia semplicemente anacronistico.

L’Occidente abbraccia il sumo: una crescita silenziosa ma significativa

Il London Sumo Club, fondato due anni fa a Wandsworth, è l’unico della capitale britannica. Qui si allenano appassionati che hanno scoperto il sumo attraverso percorsi improbabili: video su YouTube, manga, viaggi in Giappone o semplicemente curiosità per una disciplina così lontana dagli sport occidentali. A differenza del sumo professionistico giapponese, quello amatoriale internazionale accetta anche le donne e divide i competitori per categorie di peso.

Nicholas Tarasenko, sedicenne di Hull, rappresenta il sogno estremo: quest’anno si è trasferito in Giappone per allenarsi presso la Minato stable, il primo britannico dai tempi di Nathan Strange nel 1989. Strange durò solo sei mesi prima di abbandonare, sopraffatto dalla durezza del sistema. Tarasenko sta scrivendo una storia diversa, dimostrando che l’Occidente può produrre non solo fan ma anche praticanti seri.

Gli organizzatori britannici vedono nel torneo di Londra un’opportunità storica. L’anno prossimo si terrà il British Isles Championship a Belfast, la prima volta che il sumo raggiunge l’Irlanda. C’è persino la speranza che la presenza di rappresentanti del Comitato Olimpico Internazionale ai campionati mondiali possa significare un futuro olimpico per il sumo, sebbene la natura rituale dello sport sollevi domande sulla sua compatibilità con i Giochi.

Ottantadue modi per vincere, infiniti modi per perdere

Quando il gyoji – l’arbitro vestito come un sacerdote shintoista – indica l’inizio del combattimento, l’esplosione di energia è così improvvisa che molti spettatori occidentali rimangono spiazzati. Ogni incontro può durare pochi secondi quando un lottatore viene spinto fuori dal ring o tocca il terreno con qualsiasi parte del corpo che non sia la pianta dei piedi. Ma quei secondi racchiudono anni di preparazione, strategie elaborate, letture psicologiche dell’avversario.

Esistono ottantadue tecniche vincenti ufficialmente riconosciute nel sumo, dai lanci spettacolari alle spinte apparentemente semplici che nascondono raffinatezze biomeccaniche. Un lottatore può vincere sbilanciando l’avversario con una presa sul mawashi (la cintura di seta), facendolo ruotare fuori dal ring con un movimento laterale, o semplicemente resistendo alla carica iniziale per poi contrattaccare quando l’impeto si esaurisce.

Alla Royal Albert Hall viene fornita una spiegazione in lingua inglese attraverso auricolari e schermi video che mostrano i replay, un tentativo di rendere comprensibile ai non iniziati un sistema di regole e convenzioni che i giapponesi assorbono fin dall’infanzia. Il pubblico britannico applaude educatamente, cerca di capire quando lanciare i tradizionali zabuton – i cuscini da pavimento – e si meraviglia della velocità con cui corpi che sembrano lenti si muovono invece con agilità felina.

Il peso della corda: essere yokozuna in un’epoca di fragilità

Una volta promosso a yokozuna, un rikishi mantiene quel rango fino al ritiro. Non può retrocedere, non può avere scuse. Questa aspettativa assoluta di eccellenza crea pressioni psicologiche immense. Negli ultimi anni, diversi yokozuna si sono ritirati prematuramente piuttosto che rischiare di disonorare il titolo con prestazioni mediocri.

Hoshoryu ha affrontato un debutto difficile come yokozuna. Perse il suo primo incontro, concesse tre kinboshi (vittorie prestigiose di lottatori di rango inferiore contro uno yokozuna) e si ritirò dal torneo dopo nove giorni a causa di un infortunio al gomito. I critici si chiesero se la promozione fosse stata prematura, se la pressione di seguire le orme dello zio leggendario stesse schiacciando un talento indubbio ma forse non ancora maturo.

Onosato ha seguito un percorso più lineare ma altrettanto straordinario. Ha già vinto cinque campionati in appena undici tornei nella divisione superiore, numeri che lo pongono sulla traiettoria per diventare potenzialmente il lottatore più vincente della storia. Con i suoi centottantasette chilogrammi distribuiti su un fisico sorprendentemente atletico, rappresenta l’evoluzione moderna del sumo: meno massa grezza, più esplosività e tecnica.

L’ultimo giorno: quando il destino si decide sul dohyō

La struttura del torneo londinese segue una formula compressa. Non dura i quindici giorni tradizionali dei grandi tornei giapponesi, ma solo cinque, un compromesso necessario dato che organizzare un evento del genere richiede di cancellare l’intera tournée autunnale in Giappone. È tecnicamente un basho minore, un’esibizione che non influenza la classifica ufficiale, ma nessuno degli atleti presenti lo tratta come tale.

Ogni rikishi combatte un incontro al giorno, accumulando vittorie in vista della resa dei conti finale domenicale. Il pubblico londinese impara rapidamente che l’ultimo giorno è quello cruciale, quando i lottatori con i migliori record si affrontano in incontri eliminatori che determinano il campione. La tensione cresce progressivamente attraverso la settimana, con ogni vittoria o sconfitta che ridisegna le possibilità.

Il Guardian descrisse il torneo del 1991 con prosa evocativa: “Konishiki, il camion da duecentotrentadue chili, Terao il Tifone, Akonishima l’Orca, e Takamisugi il Gong del Tempio. Spingendosi avanti e indietro, si abbassavano e rimbalzavano come Buddha grassi, i loro sederi lessati tremolanti per l’eccesso di peso.” Era un’epoca in cui il peso estremo dominava lo sport, quando l’hawaiano Konishiki rappresentava l’apice della massa corporea portata ai limiti dell’umano.

Il futuro del sumo tra conservazione e innovazione

Nel giugno 2026 si terrà un evento di sumo a Parigi, ma durerà solo due giorni, confermando che il torneo londinese rappresenta un’eccezione più che un nuovo standard. La Japan Sumo Association mantiene un controllo strettissimo sulla propria tradizione, bilanciando costantemente tra l’apertura internazionale necessaria per la sopravvivenza economica e la preservazione di un’identità culturale considerata sacra.

Il dilemma fondamentale rimane irrisolto: come può uno sport così profondamente radicato in rituali religiosi shintoisti mantenere la propria autenticità quando si esporta in contesti completamente diversi? La risposta sembra essere nella separazione netta tra il sumo professionistico tradizionale giapponese – che rimane dominio esclusivo del Giappone – e una crescente scena amatoriale internazionale che adatta le regole alle sensibilità moderne.

L’interesse occidentale continua a crescere in modo organico. Le visualizzazioni dei canali YouTube dedicati al sumo aumentano costantemente, i tornei vengono trasmessi su piattaforme streaming, giovani atleti scoprono la disciplina attraverso percorsi impensabili solo vent’anni fa. Ma il vero sumo, quello che conta per la classifica ufficiale, quello che determina chi diventerà il prossimo yokozuna, quello rimane saldamente ancorato al Giappone.

Oltre il ring: cosa significa essere rikishi nel ventunesimo secolo

I lottatori vivono un’esistenza incredibilmente regimentata: non possono guidare automobili, devono saltare la colazione e sono obbligati a fare lunghi sonnellini pomeridiani dopo pranzi abbondanti per favorire l’accumulo di peso. Vivono nelle stable in strutture gerarchiche ferree dove i giovani servono gli anziani, dove la privacy è inesistente, dove ogni aspetto dell’esistenza è controllato dallo stablemaster.

La ricompensa per chi raggiunge l’élite è sostanziale: gli sekitori – i lottatori nelle due divisioni professionistiche superiori – ricevono stipendi generosi, assistenti personali, celebrità nazionale. Gli yokozuna diventano tesori viventi, ospiti fissi nei programmi televisivi, volti di campagne pubblicitarie multimilionarie. Ma il prezzo è altissimo: una vita completamente sacrificata allo sport, aspettative che non ammettono debolezze, infortuni cronici che accorciano l’aspettativa di vita.

La maggior parte dei rikishi si ritira intorno ai trent’anni con corpi distrutti: ginocchia rovinate, schiena compromessa, metabolismo alterato dal regime alimentare estremo. La transizione verso una vita normale è spesso traumatica per uomini che dal momento dell’ingresso nelle stable adolescenti non hanno conosciuto altro che la routine ferrea del sumo.

La cerimonia finale: quando l’Occidente si inchina all’Oriente

Domenica sera, quando l’ultimo incontro si concluderà e il vincitore riceverà gli applausi della Royal Albert Hall, si chiuderà un cerchio temporale straordinario. Trentaquattro anni separano questo torneo dal precedente, un’intera generazione durante la quale il mondo ha attraversato rivoluzioni tecnologiche, crisi economiche, pandemie globali, ridefinizioni geopolitiche.

Eppure il sumo rimane sostanzialmente immutato nelle sue forme esteriori. I rituali sono gli stessi che si praticavano secoli fa, la struttura gerarchica rispecchia quella della società feudale giapponese, la reverenza verso la tradizione prevale su qualsiasi spinta modernizzatrice. È questa resistenza al cambiamento che affascina l’Occidente contemporaneo, abituato a un’innovazione perpetua che rende obsoleto tutto ciò che ha più di cinque anni.

Il sumo offre una prospettiva radicalmente diversa: quella di un tempo ciclico piuttosto che lineare, dove il valore risiede nella ripetizione perfetta di gesti antichi piuttosto che nell’invenzione costante di novità. Per i cinquemila spettatori che riempiranno la Royal Albert Hall ogni sera, questa settimana rappresenta un viaggio temporale, un’immersione in una concezione del mondo che mette la continuità culturale prima del progresso individuale.

Quando i giganti del sumo lasceranno Londra per tornare in Giappone, porteranno con sé le memorie di un’accoglienza calorosa, di un pubblico occidentale che ha cercato di comprendere piuttosto che giudicare. E forse, in un’epoca di fratture culturali crescenti, questo è il vero significato del torneo: dimostrare che la bellezza di una tradizione può attraversare gli oceani e parlare a sensibilità completamente diverse, semplicemente essendo pienamente se stessa.

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