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Quando l’Italia diventa Betlemme: viaggio tra le natività che raccontano un paese

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Nella notte del 24 dicembre 1223, tra le rocce di Greccio, Francesco d’Assisi trasformò una grotta della Valle Reatina in qualcosa che nessuno aveva mai visto prima. Non statue, non dipinti: persone reali, un asino, un bue, una mangiatoia con fieno. La prima rappresentazione vivente della Natività della storia. Quel gesto semplice, quasi rivoluzionario nella sua umiltà, avrebbe dato origine a una delle tradizioni più profonde e diffuse del nostro paese. Oggi, otto secoli dopo, l’Italia continua a raccontare quella notte attraverso migliaia di interpretazioni: dalle luminarie che accendono intere colline agli scultori che modellano sabbia e ghiaccio, dalle comunità che si trasformano in Betlemme ai ferrovieri in pensione che dedicano una vita intera a creare universi di luce.

Il ferroviere che illuminò una montagna

Cinque Terre - Manarola e il Presepe più grande del Mondo

Su una collina delle Cinque Terre, dove i vigneti terrazzati precipitano verso il Mediterraneo, ogni dicembre si accende uno spettacolo che sembra sfidare le leggi della fisica e del buon senso. Oltre 17.000 lampadine e più di 250 figure ricoprono quattromila metri quadrati di pendio scosceso, trasformando la Collina delle Tre Croci a Manarola in quello che molti considerano il presepe luminoso più grande del mondo.

La storia dietro questa costellazione terrestre inizia nel 1961 con una promessa. Mario Andreoli, classe 1928, ferroviere della Spezia, aveva appena perso il padre. Sul colle di famiglia, per onorarne la memoria, decise di illuminare una croce utilizzando una batteria d’auto. Era un gesto privato, intimo. Ma qualcosa in quella luce solitaria nella notte lo spinse a continuare. Anno dopo anno, nel tempo libero dal lavoro in ferrovia, Andreoli iniziò a saldare ferro e materiali di recupero: vecchie insegne, taniche, finestre dismesse. Con flessibile e fantasia, nascevano pastori, angeli, Re Magi. Persino un trenino che attraversa la scena, omaggio al suo mestiere di ferroviere.

Quando Andreoli morì nel 2022, a 94 anni, aveva trasformato la sua ossessione personale in patrimonio collettivo. Oggi l’Associazione Presepe di Manarola mantiene viva l’opera con volontari che ogni autunno salgono sui terrazzamenti per riparare, aggiungere, migliorare. L’accensione avviene il 7 dicembre e le luci restano accese ogni sera fino a metà gennaio, alimentate da pannelli fotovoltaici. Dal piazzale della chiesa di San Lorenzo si può ammirare l’insieme, ma i più coraggiosi salgono i 320 gradini del sentiero per Riomaggiore per trovarsi faccia a faccia con le figure, illuminate come apparizioni sospese tra terra e mare.

Dove la sabbia diventa sacra

A Lignano Sabbiadoro, sul litorale friulano, da ventidue anni la spiaggia si trasforma in atelier a cielo aperto. Il Presepe di Sabbia non è una semplice scultura: è un laboratorio dove artisti internazionali lavorano tonnellate di sabbia dorata per creare scene monumentali della Natività. Ogni anno il tema cambia, ma la tecnica rimane la stessa: comprimere la sabbia con acqua fino a renderla solida come pietra, poi scolpire con spatole, coltelli, pennelli. Le figure emergono come bassorilievi di un’opera effimera destinata a dissolversi con le prime piogge primaverili. Per il 2025 il tema è Maria, un viaggio al femminile tra Vangeli e contemporaneità.

Anche Jesolo celebra la sabbia come materia sacra. Dal 2002 la Sand Nativity porta sulla spiaggia veneta sculture a grandezza naturale che quest’anno sono dedicate al Cantico delle Creature di San Francesco, di cui ricorrono gli ottocento anni. Dodici sculture monumentali, tra cui un grande lupo realizzato dal direttore artistico David Ducharme, raccontano il rapporto tra spiritualità e natura nell’anno del Giubileo francescano.

Quando l’acqua diventa palcoscenico

Sul Lago Maggiore, a Laveno Mombello, da trentacinque anni accade qualcosa di straordinario. Quarantadue statue in pietra bianca di Vicenza vengono immerse a due-tre metri di profondità, davanti al lungolago. Di notte, illuminate da fasci di luce subacquea, la Sacra Famiglia e i pastori riemergono come apparizioni dalle acque scure del lago. Il momento culminante è la benedizione del Bambinello nella mangiatoia sommersa: un gesto che unisce comunità, elemento liquido e cielo in una cerimonia che ha qualcosa di primordiale.

A Peschiera del Garda la tradizione del presepe sommerso dura dal 1980. Dal ponte San Giovanni, dal tramonto alla sera, si possono ammirare le figure illuminate sotto la superficie del lago: pastori, pecorelle, la Sacra Famiglia che sembrano muoversi con il movimento dell’acqua.

Il Porto Canale Leonardesco di Cesenatico offre uno spettacolo diverso: qui sono le barche storiche del Museo della Marineria a diventare altari galleggianti. Sulle imbarcazioni tradizionali, dal 30 novembre all’11 gennaio, vengono allestite statue scolpite a mano in legno di cirmolo, vestite con abiti di tela e drappeggi di rete metallica. Il presepe naviga tra riflessi e vele, sospeso tra acqua e vento, in un dialogo continuo con la vocazione marinara del territorio.

Le città che diventano Betlemme

Nei Sassi di Matera, dal 6 dicembre al 4 gennaio, oltre 300 comparse trasformano le grotte e i vicoli di tufo in una Betlemme mediterranea. Non è teatro nel senso classico: è un’immersione totale in cui visitatori e figuranti si mescolano tra botteghe, stalle rupestri, mestieri antichi. La pietra calcarea delle abitazioni, scavata nella roccia millenni fa, crea scenografie naturali che non hanno bisogno di costruzioni artificiali.

A Custonaci, in provincia di Trapani, la Grotta Mangiapane ospita da quarant’anni uno dei presepi viventi più suggestivi della Sicilia. Centocinquanta figuranti riportano in vita mestieri dimenticati: il ramaio che batte il rame, lo scalpellino che intaglia la pietra, il maestro d’ascia che pialla il legno. Le rappresentazioni si svolgono dal 25 al 28 dicembre e dal 3 al 6 gennaio, con la grotta che diventa archivio umano e sensoriale di un’epoca scomparsa.

Meccanica e meraviglia

Nel cuore di Torino, dal 15 novembre al 6 gennaio, il presepe meccanico continua a crescere anno dopo anno. Nato nel 1927, è un universo in movimento fatto di cinghie, catene e ingranaggi che animano figure e paesaggi: il fabbro che lavora, il pastore che richiama il gregge, la ruota del mulino che gira lenta. Non è un semplice allestimento ma una coreografia meccanica, una macchina poetica che si arricchisce costantemente di nuovi personaggi e azioni.

A Cavallermaggiore, in provincia di Cuneo, il presepe meccanico combina statue antiche scolpite tra Settecento e Ottocento con personaggi più recenti in un gioco prospettico che guida lo sguardo tra botteghe, cortili e vie di un borgo immaginario. L’allestimento non resta mai identico: ogni anno nuovi dettagli si aggiungono alla scena, in un processo di crescita continua che rispecchia l’approccio delle botteghe artigiane del passato.

Quando il pane diventa scultura

A Olmedo, in Sardegna, tra le colline del nord dell’isola, il presepe prende una forma inattesa: il pane. Non solo le figure della Natività, ma case intere, strade, archi, paesaggi vengono modellati con impasti lavorati a mano. Le forme sono cesellate con cura artigianale, decorate come gioielli: spighe intrecciate, intarsi che celebrano il legame ancestrale tra nutrimento, terra e spiritualità. Una Natività che profuma di forno e tradizione, capace di emozionare con la sua semplicità antica. L’inaugurazione avviene il 13 dicembre.

Il borgo dove nacque tutto

A Greccio, naturalmente, la tradizione ha un peso particolare. Qui, nel borgo arroccato a settecento metri sulle montagne reatine, San Francesco realizzò nel 1223 la prima rappresentazione della Natività. Non statue dipinte o affreschi: un evento vivo, con persone reali, animali veri, una mangiatoia con fieno. La grotta che scelse gli ricordava Betlemme, visitata nel suo viaggio in Terra Santa. Chiese all’amico Giovanni Velita di preparare tutto: paglia, bue, asino. La notte del 24 dicembre celebrò la messa in quella grotta illuminata da torce, circondato da abitanti del villaggio, nobili e pastori.

Tommaso da Celano, suo biografo, racconta che un cavaliere presente quella notte vide nella mangiatoia un bambino reale che Francesco stringeva tra le braccia, destando dal sonno. Vero o leggenda, quel gesto rivoluzionò il modo di vivere il Natale: non più solo liturgia nelle chiese, ma esperienza comunitaria, tattile, umana.

Oggi a Greccio, dal 30 novembre al 6 gennaio, la rievocazione storica riporta in scena quell’evento attraverso sei quadri viventi che mostrano la vita francescana, l’approvazione della Regola da parte di Papa Onorio III, la preparazione del presepe. Il Santuario francescano, costruito dove avvenne la prima rappresentazione, custodisce nella Cappella del Presepio un affresco di scuola giottesca del XIV secolo che raffigura in sequenza il Natale di Betlemme e il Natale di Greccio.

Roma e le mille natività

Nella capitale, dall’8 dicembre al 6 gennaio, la Mostra dei 100 Presepi trasforma il colonnato di Piazza San Pietro in un atlante mondiale della Natività. Terracotta, vetro, legno, carta, arte popolare e sperimentazione contemporanea: ogni presepe è una lingua, ogni scena una geografia diversa. Arrivano da scuole, artisti, artigiani e ambasciate di tutto il mondo, creando un dialogo tra tradizioni e culture che condividono la stessa narrazione fondativa.

Genova, dal primo dicembre al 31 gennaio, celebra invece la sua tradizione secolare con Il Tempo dei Presepi: oratori, chiese e palazzi storici aprono le porte a presepi meccanici, barocchi, liguri e napoletani seicenteschi. Il percorso è accompagnato da concerti di musica sacra e barocca. Imperdibili il presepe del Santuario della Madonnetta e la rappresentazione presso il convento delle Suore Brignoline con figure napoletane del Seicento.

Oltre la rappresentazione

Visitare i presepi italiani non è solo assistere a uno spettacolo o ammirare opere d’arte. È entrare in un sistema di valori condiviso che attraversa classi sociali, generazioni, regioni. Dal ferroviere ligure che dedica sessant’anni a illuminare una collina al panettiere sardo che cesella il pane come fosse avorio, dalle comunità che per settimane si preparano a diventare Betlemme agli artisti che modellano sabbia destinata a dissolversi: tutti partecipano a un rito collettivo che va oltre la dimensione religiosa.

Il presepe italiano è archivio della memoria: conserva mestieri scomparsi, dialetti, gesti, oggetti che non esistono più. È manifesto di valori: umiltà, accoglienza, cura verso chi nasce indifeso. È sperimentazione artistica: dalla land art di Manarola alle sculture effimere di sabbia. È resistenza comunitaria: in un’epoca di individualismo digitale, questi progetti richiedono coordinazione, dedizione collettiva, trasmissione di saperi da una generazione all’altra.

Quando Mario Andreoli, negli ultimi anni della sua vita, saliva ancora sulla collina per sistemare un filo o aggiustare una figura, lo faceva con la stessa devozione di Francesco otto secoli prima. Non cercava perfezione estetica ma verità: rendere visibile qualcosa che altrimenti resterebbe invisibile. La fragilità di un bambino che nasce in una stalla. La luce che perfora il buio. La speranza che nasce dalla semplicità.

Ogni dicembre, da Manarola a Greccio, da Custonaci a Faedo, l’Italia intera diventa laboratorio di questa verità. Migliaia di persone dedicano mesi a preparare scenografie, cucire costumi, costruire mangiatoie, programmare luci. Non per dovere o tradizione vuota, ma perché quel gesto – ricreare Betlemme qui, ora, con materiali poveri e mani laboriose – continua a dire qualcosa di essenziale sulla condizione umana.

Francesco lo sapeva: la Natività non è evento del passato da commemorare, ma presente continuo da incarnare. Per questo non volle statue d’oro o marmo prezioso, ma paglia vera, animali veri, persone vere. Voleva che tutti potessero toccare con mano il mistero dell’incarnazione: Dio che si fa fragile, che accetta di dipendere da chi lo accoglie.

Oggi, quando visitiamo questi presepi – che siano di luce, sabbia, pietra o carne – partecipiamo a quella stessa intuizione. Non siamo spettatori ma pellegrini. Il cammino non porta altrove: porta a riconoscere che Betlemme è qui, ovunque qualcuno dedica tempo e cura a far nascere bellezza da materiali umili. Ovunque una comunità decide di illuminare il buio, non con proclami ma con gesti pazienti ripetuti anno dopo anno.

Il presepe italiano è questo: ostinazione luminosa contro la notte. Fede – religiosa o laica – che il buio non ha l’ultima parola. Che la fragilità può diventare forza. Che la nascita, qualsiasi nascita, merita celebrazione comunitaria. Che vale la pena dedicare sessant’anni a illuminare una collina o mesi a scolpire sabbia destinata a svanire, perché quei gesti testimoniano qualcosa che resiste al tempo: la capacità umana di trasformare il mondo con cura, dedizione e meraviglia.

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