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Sant’Efisio, quattro giorni a piedi tra fede, macchia mediterranea e archeologia in Sardegna

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Ogni primo maggio, Cagliari si ferma per la processione più lunga d’Italia: oltre 60 chilometri a piedi lungo la costa sud-occidentale della Sardegna, tra borghi, spiagge e siti archeologi, per accompagnare il simulacro del Santo che, secondo la tradizione, salvò la città dalla peste nel 1656.

C’è un mattino all’anno in cui Cagliari smette di essere una città e diventa un fiume. È il primo maggio, e quel fiume non scorre verso il mare: scorre verso la storia. Migliaia di persone — devoti, curiosi, fotografi, famiglie con bambini in braccio — si raccolgono lungo le strade del centro storico per assistere alla partenza della Sagra di Sant’Efisio, la processione religiosa più lunga d’Italia e tra le più antiche del Mediterraneo. Il cocchio dorato che porta il simulacro del Santo si muove lentamente, accompagnato da oltre duemila figuranti in abiti tradizionali sardi. Poi, passo dopo passo, chilometro dopo chilometro, il corteo si snoda per quattro giorni lungo la costa sud-occidentale dell’isola, fino alla piccola chiesa di Nora, edificata nei pressi del luogo in cui, secondo la tradizione, Efisio fu martirizzato sotto l’imperatore Diocleziano.

369° Festa di Sant'Efisio (1° maggio 2025 Cagliari)

Una promessa mantenuta da tre secoli e mezzo

Per capire la Sagra di Sant’Efisio bisogna tornare al 1656. Cagliari era devastata dalla peste. La città era in ginocchio quando i magistrati locali fecero un voto solenne: se il Santo avesse liberato l’isola dall’epidemia, ogni anno lo avrebbero ringraziato con una processione. La peste cessò. E la processione non si è mai interrotta — nemmeno durante le guerre mondiali, nemmeno nei periodi di carestia.

Oggi la Sagra è riconosciuta come uno dei più importanti eventi di folklore e devozione popolare d’Europa. I costumi indossati dai figuranti non sono semplici abiti di scena: sono manufatti autentici, tramandati di generazione in generazione, che rappresentano le tradizioni di decine di comunità dell’entroterra sardo. Ogni paese ha il suo stile, i suoi ricami, i suoi colori. Sfilano uomini a cavallo, donne con copricapi elaborati, bambini vestiti come i loro bisnonni. Un’enciclopedia vivente di identità culturale che cammina su un tappeto di petali di fiori.

Il cammino: gli ultimi dieci chilometri tra natura e rovine

Negli ultimi anni la processione si è trasformata in qualcosa di più: un cammino vero e proprio, una via sacra che ripercorre antichi percorsi costieri. Gli ultimi dieci chilometri sono i più evocativi. Il sentiero lascia alle spalle le ultime case di Pula e si apre su un paesaggio di macchia mediterranea profumata di mirto e lentisco, con il mare che appare e scompare tra i cespugli. Spiagge di sabbia bianca si alternano a calette nascoste. Il profumo di salsedine e resine di pino accompagna ogni passo.

Poco prima della meta, il sentiero costeggia uno dei siti archeologici più significativi della Sardegna: l’antica città di Nora, fondata dai Fenici probabilmente intorno all’VIII secolo a.C. e poi passata sotto il dominio cartaginese e romano. Al tempo della conquista romana dell’isola (238 a.C.) era considerata uno dei centri più importanti della Sardegna. Oggi i suoi resti emergono direttamente sul mare, in un paesaggio di straordinaria bellezza: colonne spezzate, mosaici, terme, un teatro affacciato sull’acqua. Camminare tra questi ruderi significa attraversare venti secoli di storia in pochi minuti.

Il tophet e il museo: l’archeologia che viene dal mare

A poca distanza dagli scavi, il Museo Civico di Pula custodisce quanto il mare ha restituito nel corso dei decenni. Una sezione intera è dedicata ai reperti subacquei: anfore, ancore, ceramiche puniche e romane che giacevano sul fondale del golfo. Fu una mareggiata eccezionale del 1889 a rivelare la prima traccia del cosiddetto tophet punico — il luogo sacro dove venivano sepolti, secondo il rito fenicio-cartaginese, i bambini morti in tenera età. La scoperta aprì una stagione di scavi che non si è ancora conclusa. Ogni anno, le campagne di ricerca portano alla luce nuovi frammenti di questa città che il Mediterraneo continua a raccontare.

Lungo il percorso che da Pula conduce agli scavi si incontra anche la Torre del Coltellazzo: sedici metri di pietra costruiti dagli spagnoli nel tardo Cinquecento per vigilare sulle incursioni dei corsari barbareschi. I suoi conci, si scopre, furono ricavati in parte dalla stessa Nora. La torre è diventata dunque, nel corso dei secoli, un monumento nel monumento: storia su storia, pietra su pietra.

La laguna di Nora e il centro di recupero delle tartarughe marine

Il paesaggio che circonda Nora non è solo archeologia. Alla foce del Rio Arrieras, separata dal mare aperto da una lingua di terra, si estende la Laguna di Nora: un’area umida di eccezionale biodiversità. Aironi cenerini e garzette vi sorvolano le acque ferme. Il raro gabbiano corso — specie protetta e sempre meno comune — vi trova rifugio. Nelle acque salmastre si muovono spigole, orate e anguille.

Dal 2009 la laguna ospita il Centro di Recupero Tartarughe Marine, parte della Rete Regionale per la Conservazione della Fauna Marina della Sardegna. La struttura si occupa del recupero e della riabilitazione di esemplari di tartaruga marina — principalmente la Caretta caretta — trovati in difficoltà lungo le coste del Golfo di Cagliari, da Capo Sant’Elia fino a Capo Pecora di Arbus. Nel corso degli anni il Centro ha effettuato centinaia di interventi su tartarughe e cetacei, inclusi delfini e capodogli spiaggiati. La galleria espositiva del centro conserva i resti di alcuni di questi animali, a testimonianza della fragilità degli ecosistemi marini del Mediterraneo.

La tartaruga marina è tra le specie più vulnerabili del mare nostrum: la fase riproduttiva, in cui le femmine si avventurano sulle spiagge per deporre le uova, è il momento più delicato del suo ciclo vitale, e le reti da pesca, l’inquinamento plastico e l’illuminazione artificiale delle spiagge rappresentano minacce concrete. I ricercatori del Centro raccolgono campioni biologici e conducono campagne di monitoraggio degli spiaggiamenti per misurare lo stato di salute della specie e dell’ecosistema che la sostiene.

La chiesa di Sant’Efisio a Nora: dove la processione si chiude

Il cammino si conclude davanti a una piccola chiesa bianca, quasi nascosta dalla vegetazione. La chiesa di Sant’Efisio a Nora risale al XII secolo, ricostruita nel 1089 dall’Ordine dei Padri Vittorini utilizzando materiali dell’antica città romana. È un edificio sobrio, quasi austero, che sembra voler sottolineare come la devozione autentica non abbia bisogno di ornamenti. Qui il simulacro del Santo sosta per due giorni prima di essere riportato in processione a Cagliari.

C’è qualcosa di profondamente commovente in questo momento. Dopo oltre 60 chilometri percorsi in quattro giorni, il corteo che ha attraversato borghi, dune, macchia mediterranea, rovine romane e lagune costiere giunge finalmente davanti alla chiesa. L’aria sa di salmastro e fiori. Le campane suonano. E per un attimo, il tempo si ferma.

Perché visitare questa costa, anche fuori dalla Sagra

Il tratto di costa tra Cagliari e il Capo di Pula è una delle mete meno inflazionate della Sardegna meridionale. In estate offre spiagge di sabbia bianchissima — dalla Spiaggia di Santa Margherita a quella dei Fichi, facilmente raggiungibile anche in bicicletta — in un ambiente ancora relativamente integro. Ma è in autunno e in inverno che il luogo rivela la sua anima più autentica.

Quando il Maestrale spazza la costa, l’aria diventa tagliente e le onde si alzano alte contro le rovine di Nora. Il paesaggio assume un carattere quasi metafisico: le colonne romane che emergono dalla schiuma del mare, i gabbiani che volano radenti all’acqua, il profumo di resina che si mescola con la salsedine. È un paesaggio che si percepisce con tutto il corpo, non soltanto con gli occhi. Un luogo che invita a rallentare, a guardare, a ricordare che la storia non è qualcosa di lontano: è qui, sotto i piedi, nella pietra che calpestiamo, nelle acque che ci circondano.

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