In Piazzale Baiamonti, a pochi passi dalla vivacità di Paolo Sarpi e dalle architetture di Porta Nuova, trova casa Emoraya, un ristorante che rappresenta una risposta coraggiosa alla standardizzazione della cucina giapponese milanese. Il progetto nasce dall’incontro tra Takato Sato, elegante direttore di sala già attivo presso Gastronomia Yamamoto, e lo chef Shun Himeno, giovane talento capace di trasformare la memoria gastronomica della sua terra d’origine in un’esperienza sensoriale completa.
La proposta culinaria tra memoria e innovazione
Lo chef Himeno, originario di Ōita nel Kyūshū, porta in tavola il retaggio della sua regione attraverso preparazioni che sfuggono ai cliché del sushi bar. Qui non troverete sushi o sashimi nel menu, ma una cucina che si concentra sulla massimizzazione del potenziale degli ingredienti. La carta cambia frequentemente, seguendo le stagioni e il mercato, e propone piatti che raramente trovano spazio nei ristoranti giapponesi della città.
Tra le specialità che meritano attenzione, il karaage conquista per la consistenza croccante esterna e la succosità interna della coscia di pollo marinata. L’unadon, anguilla laccata su riso presentata con brodo caldo di pesce separato, permette una doppia esperienza: in purezza o arricchita dal dashi fumante che esalta la dolcezza della laccatura. Il kaisendon riprende il ryukyu, preparazione tipica di Ōita che vede il pesce crudo affettato condito con salsa di soia e zenzero, mentre l’insalata di patate giapponese con uovo marinato rappresenta un comfort food casalingo poco conosciuto in Italia.
La maggior parte dei piatti viene preparata alla griglia sulla carbonella o fritta, e carne e pesce vengono tagliati solo dopo aver effettuato l’ordine. Questa attenzione al momento della preparazione si riflette nei tempi di attesa più lunghi, che il personale di sala gestisce con cura attraverso il servizio del sake e la narrazione delle ricette.
A cena si può scegliere tra la carta e il menu Omakase dello chef, percorso degustazione di cinque portate che include amuse-bouche, antipasti misti, pesce, carne, zuppa, riso e dessert. Il prezzo è di 60 euro a persona, obbligatorio per tutto il tavolo. A pranzo vengono proposti i teishoku, menu fissi che comprendono piatto principale, zuppa di miso e contorni, con opzioni come curry rice, salmone grigliato o sandwich con pollo fritto in versione nanban.
L’ambiente e il servizio come parte dell’esperienza
Le pareti bianche e l’arredamento in legno richiamano la natura con un’essenzialità austera addolcita da punti di verde. Il ristorante offre tre tipologie di posti: le due sale con tavolini tradizionali e il bancone, quest’ultimo particolarmente indicato per osservare le preparazioni e vivere un’esperienza più intima.
Takato Sato si occupa personalmente di raccontare le ricette più interessanti o meno note, trasformando il servizio in un momento di condivisione culturale. L’atmosfera elegante e calma si accompagna a un approccio pacato che fa sentire l’ospite accolto senza invadenza.
I dolci vengono preparati freschi ogni giorno, con tutti gli impasti per torte e crostate fatti a mano. Tra le proposte, il gelato al sake e il tiramisù al tè matcha per chi cerca sapori più familiari, ma anche lo zenzai, zuppa dolce di fagioli rossi con mochi che rappresenta un’incursione nella pasticceria tradizionale giapponese.
Emoraya si propone come alternativa rigorosa per chi desidera esplorare la cucina giapponese oltre i confini del sushi e del sashimi, valorizzando tecniche, cotture e preparazioni che appartengono alla tradizione regionale e casalinga del Sol Levante. A pochi metri dal ristorante, al civico 4 si trova la bottega Emoraya che offre prodotti, sake, whisky e la possibilità di colazione giapponese con zuppa di miso e onigiri.
Direttore editoriale di nonewsmagazine.com | Il magazine dell’ozio e della serendipità.
Direttore responsabile di No News | La free press dell’ozio milanese.
Viaggiatore iperattivo, tenta sempre di confondersi con la popolazione indigena.
Amante della lettura, legge un po’ di tutto. Dai cupi autori russi, passando per i libertini francesi, attraverso i pessimisti tedeschi, per arrivare agli amori sofferti tra le campagne inglesi. Tra gli scrittori moderni tra i preferiti spiccano Roddy Doyle, Nick Hornby e Francesco Muzzopappa.
Melomane vecchio stampo, c’è chi lo chiama “il fondamentalista del Loggione”. Ama il dramma verdiano così come le atmosfere oniriche di Wagner. L’opera preferita, tuttavia, rimane la Tosca.
